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            10 Agosto 2025
            La recensione di Weapons, il nuovo film horror di Zack Cregger, il regista di Barbarian. Con Julia Garner e Josh Brolin.
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            Beware of Darkness: WEAPONS e l'America di Zach Cregger

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Weapons
            USCITA ITALIA: 6 agosto 2025
            USCITA USA: 8 agosto 2025
            REGIA: Zach Cregger
            SCENEGGIATURA: Zach Cregger
            CON: Josh Brolin, Julia Garner, Cary Christopher, Alden Ehrenreich, Austin Abrams, Benedict Wong, Amy Madigan
            GENERE: horror, thriller, giallo, drammatico
            DURATA: 128 min

            VOTO: 8-

            RECENSIONE:

            Un thriller-horror a spirale che smonta e rimonta il genere, muovendosi in maniera imprevedibile per raccontare la storia di un’America intrisa di sospetto e paranoia, dove qualsiasi cosa, anche la più innocua, viene manipolata per diventare una potenziale arma. Zach Cregger fonde tensione, grottesco e un'iconografia disturbante, disegnando lo spettrale ritratto di un Paese che, incapace di riconoscere il proprio male, finisce per divorare sé stesso. E ammutolire ogni sua speranza di futuro.

            E ai bambini? Chi ci pensa ai bambini? Ebbene, a Maybrook, una cittadina periferica della Pennsylvania, lo fanno praticamente tutti da un po’ di tempo a questa parte. Da quando - per essere precisi - in una notte come tante, ben diciassette si sono svegliati, sono scesi dal letto, sono usciti dalla porta di casa e hanno cominciato a correre in linea retta verso un punto non meglio precisato, senza fare più ritorno. Svanendo di fatto nell’oscurità.

            Quel che è ancor più inquietante è però una coincidenza. Cioè che tutti loro frequentino la stessa scuola e, addirittura, siano tutti alunni della giovane maestra Justine Gandy, la quale - va da sé - finisce subito nell’occhio del ciclone, venendo incolpata dalla quasi totalità dei genitori di essere la responsabile di questa inspiegabile fuga notturna. Eppure, malgrado un passato che si potrebbe definire proprio immacolato, non ci sono prove a supporto di tali sospetti e accuse.

            La polizia brancola nel buio e l’insegnante è costretta inevitabilmente a lanciarsi in una pericolosa indagine del tutto personale, rivolgendo fin da subito l’attenzione su Alex - l’unico suo scolaro a non essere scomparso - che forse sta nascondendo qualcosa sulla sua famiglia e su ciò che sembra stia accadendo fra le quattro mura di casa sua… 

            La recensione di Weapons, il nuovo film horror di Zack Cregger, il regista di Barbarian. Con Julia Garner e Josh Brolin.

            Non lo sarà la maniera in cui avviene, ma le premesse da cui prende il via Weapons - la "seconda volta" dietro la macchina da presa per Zach Cregger dopo il buono ma sicuramente inflazionato Barbarian - sono quanto di più classico e rituale possa esistere per una certa schiera di thriller (dichiarati o con siffatte corde, talora tendenti all'horror), a cominciare dal mistico e sospeso Picnic ad Hanging Rock, passando per The Wicker Man, fino ai recenti Gone Baby Gone, Prisoners e Searching.

            Tale proverbialità è nondimeno la condizione essenziale, indispensabile che informa lo strato esterno dell’operazione, che il regista intende anzitutto come esercizio di scrittura e narrazione epidermico, immersivo, gustosamente ludico. Votato altresì a ipnotizzare e sedurre, per poi sovvertire e sconvolgere le aspettative del pubblico, lasciando quasi del tutto in balia di eventi con cui dovrà raccapezzarsi. A differenza della tipica divisione in tre atti (alla base del succitato esordio), Cregger questa volta ingrandisce le proprie ambizioni e coglie in un certo senso i frutti di una scrittura più matura. Opta, nella fattispecie, per un andamento a spirale e una struttura frammentaria del racconto: sei capitoli apparentemente autonomi, ciascuno incentrato su un personaggio diverso, ma inevitabilmente complementari (e, man mano che ci si avvicina ai titoli di coda, sempre più sovrapponibili) che si vanno man mano a unire e comporre come pezzi di un puzzle. Tessere di un mosaico dal sapore romanzesco, di un congegno a orologeria dal ticchettio insinuante, di uno slow-burner in piena regola, che si incastrano con un rigore naturale, fluidissimo, fino a convergere in un epilogo teoricamente esplosivo e dal piglio spettacolare.

            Questo sforzo certosino di resistenza e concentrazione di un’atmosfera, di un umore, di un senso tenebroso e foschissimo, sinistro e torbido, è guarnito da un reticolo, quando non da un profluvio di riferimenti che si estendono dall’ancestrale produzione fiabesca dei fratelli Grimm, tra streghe e bambini sperduti, a Stephen King per quel che concerne la descrizione pungente di una provincia americana ordinariamente maligna, di una paura che serpeggia e si annida dietro il perbenismo suburbano, senza dimenticare i segni del David Lynch parimenti provinciale di Twin Peaks con la sua onirica e grottesca rappresentazione di un mondo interstiziale, (ultra)terreno, sotterraneo, distorto e imprevedibile, fondato su segreti e corruzione, e dominato da forze oscure. Sostanze estetiche, queste, che Cregger rimastica fino a farne materia propria.

            La recensione di Weapons, il nuovo film horror di Zack Cregger, il regista di Barbarian. Con Julia Garner e Josh Brolin.

            Al contempo, l’ispirazione del copione collima e viene amplificata da una messa in scena altrettanto raffinata. E non soltanto nei termini della mera resa produttiva (comunque molto alta), quanto nello stile, nel disegno sensoriale affidato al mezzo, nell’intenzione che anima la macchina da presa, la quale si muove con elegantissima mutabilità, percorrendo lo spazio scenico mai in linea retta, ma seguendo traiettorie sempre nuove, spesso impreviste. Ne risulta una coreografia seducente che accompagna e accentua le svolte della narrazione, assecondandone i cambi di tono e intensità. 

            Ciò detto, nelle pieghe di Weapons si percepisce con chiarezza la volontà, da parte dell’autore, di imbastire un vero e proprio cautionary tale sull’America contemporanea (leggasi anche trumpiana), un “beware of darkness” - per dirla con l’omonima canzone di George Harrison suonata a tutto volume nei primissimi minuti - che non si limita a mostrare il male, bensì lo radica nel tessuto sociale e simbolico del paese. Il tema delle armi, centrale e onnipresente fin dal titolo, diventa qui anche e soprattutto un fatto iconografico, a cominciare dall’immagine del bambino che corre nella notte - tra le più spettrali e disturbanti del recente corso horrorifico. Che non vive solo come elemento narrativo, ma trattiene in sé un portato semantico e una permeabilità allegorica, condensando in sé l’idea di una “guerra dell’infanzia” combattuta nell’ombra, senza che gli adulti riescano a riconoscerne le cause o a contenerne gli effetti.

            Essa richiama inevitabilmente alla memoria la celebre fotografia di Nick Ut, la Napalm Girl del 1972 ed è rievocata da Cregger con la stessa forza di un urlo muto, congelato nel tempo, che denuncia e al tempo stesso testimonia un trauma collettivo. Come in quello scatto storico, anche qui la corsa non è semplice movimento ma fuga, resistenza e condanna. È l'effigie di una vulnerabilità esposta ad una violenza sistemica e ad una guerra non lontana ma interna, domestica, radicata nel cuore stesso della comunità, e combattuta a suon di manipolazione. Del resto, lo sappiamo: nella vita privata e pubblica, qualunque oggetto, gesto, discorso, anche il più apparentemente innocuo, può essere trasformato in un’arma (ideale o ideologica) capace di ferire, dividere e distruggere. Oppure, ammutolire ogni sua speranza di futuro. Lo sa bene anche certa politica contemporanea, che ogni giorno non perde occasione di ricordarcelo.

            La recensione di Weapons, il nuovo film horror di Zack Cregger, il regista di Barbarian. Con Julia Garner e Josh Brolin.

            In questa immagine, dal potere quasi archetipico, affonda le radici la vera ossessione della pellicola, che è anche e soprattutto il racconto di una vecchia America incancrenita, sopravvissuta a ogni tempesta, che si insinua nei corpi e nelle menti come un parassita. Qui (e lì) il bacillo del sospetto si propaga silenzioso, trasformandosi in paranoia e infine in rabbia, nutrendosi delle angosce altrui per mantenersi in vita. È un’America che non ha bisogno nemmeno di dichiarare guerra a un nemico esterno, perché il conflitto è già dentro di sé: intestino, invisibile, e tanto più letale quanto più è negato. In questo paesaggio di ostilità e tensione, spicca Gladys (una acre, affilata, magnetica Amy Madigan, metà oscura della storia, già nel cast del succitato film di Affleck e, ancor prima, delle Strade di fuoco di Walter Hill), un personaggio che diventa non solo una figura chiave per l’intreccio, ma pure una sorta di incarnazione pittoresca dello stile di Cregger, la cui più notevole conquista è un equilibrio millimetrico tra orrore e risata (talora pure copiosa), grottesco e autentico terrore, volto a destabilizzare ulteriormente lo spettatore.

            Il regista dissemina il percorso di jump scares calibrati, che colgono in contropiede senza mai rivelarsi fine a sé stessi, inseriti in una rete di simboli più profondi, come il ricorrente triangolo — figura che si presta a letture mistiche, rituali o puramente strutturali — e che diventa un segno distintivo, un richiamo costante a una geometria occulta che regge il suo mondo narrativo.

            Eppure, in questo dispositivo di suspense, in questo meccanismo cinematografico quasi perfetto, la metafora finisce per dilatarsi a tal punto da diventare un alibi: troppo vasta per essere davvero risolta o dirsi del tutto. compiuta, ingombrante e smaccata (come l’enorme carabina rotante sopra la casa di uno dei genitori in un segmento da incubo) al punto da soffocare e reprimere, a lungo andare, il genere che Cregger aveva praticato fino a quel momento con tanta abilità.

            Così, dopo aver ipnotizzato e sedotto, Weapons giunge a un epilogo decisamente meno incisivo e singolare di quanto lasciasse sperare la sua meticolosa costruzione. Un colpo che, nonostante una mira precisa, non riesce a centrare appieno il bersaglio.

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