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            20 Settembre 2026
            La recensione di Heart of the Beast, il nuovo film di David Ayer con protagonisti Brad Pitt e il cane Odino.
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            HEART OF THE BEAST non è certo il "miglior amico" del cinema

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Heart of the Beast
            USCITA ITALIA: 24 settembre 2026
            USCITA USA: 25 settembre 2026
            REGIA: David Ayer
            SCENEGGIATURA: Cameron Alexander
            CON: Brad Pitt, J. K. Simmons
            GENERE: drammatico, azione, thriller, sentimentale, avventura
            DURATA: 101 min

            VOTO: 5

            RECENSIONE:

            Un veterano segnato dalla guerra, un cane da ricognizione, la wilderness dell’Alaska e una lotta per la sopravvivenza che vorrebbe essere anche un viaggio nelle pieghe più oscure del trauma e del dolore. Con Heart of the Beast, David Ayer non abbandona il suo cinema più ruvido, ma lo innerva di una tenerezza ostentata, prima di smarrirsi definitivamente nei meandri di una retorica della resilienza e un sentimentalismo preconfezionato che solo l’attore a quattro zampe riesce, quasi suo malgrado, a mettere in crisi.

            Brad Pitt e un pastore tedesco cercano di sopravvivere, sfidando i pericoli e le insidie di un’Alaska tanto selvaggia quanto magnifica. What else, direbbe qualcuno.

            È invero la ricetta perfetta di un ideale crowd-pleaser (o comfort movie), quella da cui prende le mosse Heart of the Beast, nuova tappa della carriera di David Ayer dopo la parentesi stathamiana, inaugurata dall’uno-due giustizialista di The Beekeeper e A Working Man, che parrebbe ormai lasciata alle spalle – insieme a quell’idea di “divismo proletario” – alla volta di un racconto non meno ruvido, ma dalla vena decisamente più sentimentale. Tant’è che, per l’occasione, torna a fare coppia (dopo l’esperienza di Fury) col nostro premio Oscar, il quale comunque interpreta - su copione dell’esordiente Cameron Alexander - un protagonista perfettamente inscritto nelle coordinate del cinema ayeriano.

            James Belmont è infatti un veterano delle forze speciali che, al fianco del mitico Odino, il suo cane da ricognizione, ha fronteggiato e conosciuto la brutalità del mondo e la crudeltà dell’uomo. I due sono in realtà una cosa sola: segnati dalla guerra, affetti da terribili attacchi di panico e da incubi disturbanti, testimoni (nel corpo, nello sguardo e nell’anima) delle schegge e dei residui di una vita dalla quale sembra impossibile liberarsi, trascorrono le proprie giornate in una sorta di sospensione esistenziale, senza un vero e proprio obiettivo, tenendosi reciprocamente in vita. Un po’ come se l’uno costituisse per l’altro l’ultimo, fragile argine alla deriva.

            Percorrono in lungo e in largo i paesaggi, le foreste, i fiumi e i laghi della fredda Alaska, la sorvolano a bordo di un idrovolante, si accampano, fanno birdwatching, vanno a pesca… La loro è una quotidianità organizzatissima nella sua aleatorietà, diremmo quasi bucolica se non fosse per quell’inquietudine latente che sembra accompagnarne ogni mo(vi)mento, ogni gesto. Finché un giorno, un gravissimo incidente li scaraventa improvvisamente in un’altra, simile ma ben diversa lotta per la sopravvivenza, in balia di quella wilderness che è al contempo manifestazione naturale di tutte le loro paure e scenario di una possibile catarsi. Trascinandoli nel selvaggio cuore di tenebra del proprio passato.

            La recensione di Heart of the Beast, il nuovo film di David Ayer con protagonisti Brad Pitt e il cane Odino.

            Così, mentre rapidi, caotici, continui lampi di memoria, sogno, allucinazione ci permettono di scoprire e ricostruire il loro rapporto, questo viene messo alla prova in una sorta di infernale catabasi. Una “selva”, come la definiva un certo poeta italiano del Trecento, nella quale vengono trasportati ben prima, allusivamente, da un Caronte sui generis: uno strano figuro, un uomo che sembra provenire da un altro mondo e da un’altra dimensione.

            Interpretato da un J.K. Simmons al solito memorabile, sebbene confinato in un ruolo risicatissimo – l’unico altro attore di spicco, all’infuori di Pitt –, questo bislacco personaggio e le sequenze che lo coinvolgono sono, con tutta probabilità, l’ultima e la sola boccata d’aria concessa allo spettatore prima di calarlo nelle pieghe (non poi così) profonde di Heart of the Beast. Che non nasconde certo la chiarezza e la schiettezza dei propri intenti – narrativi, emotivi, spettacolari, finanche commerciali. Difatti, una volta sbrigati i necessari adempimenti narrativi e fornito il pretesto di partenza, Ayer può dare il via al vero e sospirato one man show, imperniato ovviamente sullo star power del nostro, ma anche e soprattutto sul legame, l’intesa e l’alchimia che condivide a schermo con questo irresistibile cagnolone. 

            È anche vero, però, che la recitazione muta e – per forza di cose – istintiva di Odino rende la sua presenza e la sua prova molto più convincenti, addirittura migliori di quelle del suo collega umano. Perché riesce, suo malgrado, a sottrarsi ad un’impalcatura filmica che confonde la linearità e la franchezza di cui sopra con una certa grossolanità espressiva, la nettezza dei propositi con la loro ostentazione, l’immediatezza con una problematica semplificazione.

            Ha così inizio un’avventura artificiosa, fiacca, monocorde, fin troppo convenzionale, priva del benché minimo senso del pericolo e della tensione, che prova a strappare una lacrima in ogni modo, fino allo stremo, alla goffaggine: che sia attraverso (un vilipendio di) Nuvole Bianche di Einaudi o una cover ruvida e country di Stand by Me.

            La recensione di Heart of the Beast, il nuovo film di David Ayer con protagonisti Brad Pitt e il cane Odino.

            Parliamo di uno stillicidio che trasforma la sopravvivenza in un calvario, la sofferenza in un martirio e il dolore in una sorta di liturgia pomposa ed esasperata, dove - come già nei succitati action con Statham - la retorica dell’eroe ferito e della sua resilienza serve ad ammiccare, blandire, assecondare le sensibilità più conservatrici e reazionarie.

            Perché, in fondo, anche i repubblicani hanno bisogno della propria dose di tenerezza: soprattutto quando viene dispensata sotto forma di umido patriottismo, redenzione virile e celebrazione, debitamente patinata, del sacrificio militare. O di un film (prodotto, tra gli altri, pure da un insospettabile Damien Chazelle) il cui sentimentalismo di plastica e moralismo preconfezionato, uniti ad agghiaccianti inserti in computer grafica, sembrano avere come unica, possibile destinazione i fitti e oscuri meandri di una piattaforma streaming.

            Insomma, uno come Heart of the Beast, clone algoritmico generato sul template di decine, se non centinaia, di titoli pressoché intercambiabili, che non (ri)trova mai la strada del vero cinema — altroché Good Boy — nel suo tentativo fallimentare e discutibilmente fazioso di raccontare “il meglio e il peggio di noi umani”.

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