
A WORKING MAN è un po' come le tasse
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: A Working Man
USCITA ITALIA: 10 aprile 2025
USCITA USA: 28 marzo 2025
REGIA: David Ayer
SCENEGGIATURA: David Ayer, Sylvester Stallone
CON: Jason Statham, David Harbour, Michael Peña, Jason Flemyng
GENERE: thriller, azione, drammatico
DURATA: 116 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Dopo il successo (on-demand e streaming) di The Beekeeper, Jason Statham torna a collaborare con Amazon MGM e David Ayer per A Working Man, un altro action thriller che, di quel film, sembra il sequel. Il racconto non permette di definirlo tale, ma la sua conformazione e inclinazione sì, seppur riletta dalla penna di un Sylvester Stallone sceneggiatore che punta a farne un Rambo post-Rambo(: Last Blood). Ma questa volta il divertimento non basta.
Chi conosce anche solo un minimo Jason Statham e il tipo di film, racconti, prodotti in cui recita, sa in cosa consista, di cosa si componga la sua presenza in scena. Magari non riuscirà a distinguere di preciso quanto e come questa action star, nata nei primi anni 2000 nell'inconfondibile segno del cinema irrefrenabile, vorticoso e febbrile di Guy Ritchie, abbia poi conservato e fatto propria questa cifra, questo modello di antieroe sempre sul filo di una violenta, sprezzante, adamantina, eppure spiritosa tragicommedia. Questa sagoma, che riadatta ogni volta sulla base delle esigenze del progetto; che aggiusta e ritocca su misura di ogni incarico.
Chiunque però può essere in grado di intuire se non altro che dietro “l’icona e il corpo Statham” si celi un senso di professionalità quasi operaia, di funzionalità meccanica, di fatica stacanovista, di manovalanza al servizio dell’azione. Un caso più unico che raro nel panorama contemporaneo di impiegato di botte e proiettili, per così dire. In questi termini, è allora quanto di più ironico che l’ultimo film con la quale si ripropone e (ri)scrive ancora una volta (da attore e produttore) la sua idea di “divismo proletario” si intitoli proprio A Working Man, nel e per il quale sceglie di rimanere nel luogo d’impiego e tornare a faticare coi partner di quel piccolo (e imprevisto) successo che è stato The Beekeeper.
Torna dunque alle dipendenze di Amazon MGM e davanti alla macchina da presa dello shooter metro-urbano David Ayer in una pellicola che, a sensazione, potrebbe essere facilmente scambiata per il sequel de facto di quello stanco epigono del revenge movie à la Io vi troverò e John Wick. Di condiviso, oltre alla produzione, ai tratti somatici e all’orizzonte estetico dello stesso filmmaker, ci sono però solo il grugno di Statham nel ruolo di un altro “ex-qualcosa” tormentato dal proprio passato, e chiamato a imbracciare un’ultima volta le armi per motivi strettamente personali. A questo, si somma inoltre una retorica populista, destrorsa, decisamente reazionaria annegata nell’ennesimo racconto giustizialista di risposta ad un presente effimero, ormai privo di qualsiasi appiglio. Gli ideali che, per il film e chi gli ha apposto il proprio sigillo, dovrebbero fungere da valori cardini dell’essere e del definirsi americani.

Trapiantato da oltreoceano com’è, l’attore si fa quindi, di nuovo, portatore di valori che incarna e difende unicamente per procura. Qui però non c’è lo zampino, né l’intuizione del soggettista Kurt Wimmer, bensì l’ispirazione di un romanzo - Levon's Trade del fumettista Chuck Dixon - e, cosa ancor più importante, la sua rilettura da parte di un certo Sylvester Stallone attraverso le sue maglie politiche, ideologiche, cinematografiche.
Il tentativo di quest’ultimo è quello (di per sé evidentissimo) di dar vita ad un Rambo post-Rambo(: Last Blood), adatto ai nostri tempi. Una stoica, per quanto sofferente, incarnazione di integrità, incorruttibilità, realtà morale e paternalistica, a suon di coltellate, proiettili, sangue e distruzione per tutto ciò che gli si contrappone. Nella fattispecie, un folto ammasso di criminali da due soldi, trafficanti di droga e di esseri umani, un eccentrico, assurdo, carrolliano(?) branco di affiliati con la Bratva russa, contro cui il nostro Statham, nei panni di tal Levon Cade - veterano delle forze speciali britanniche datosi all’edilizia - si ritrova a misurarsi quando viene rapita la figlia adolescente del suo capo, vittima di una cospirazione che vede pure il coinvolgimento di agenti governativi corrotti.
Ciò detto, se la quantità di intrattenimento, segmenti di combattimento sanguinario ed esagerato, e catarsi ridanciane sottese da un simile incipit è comunque salvaguardata dal buon Ayer, questo nuovo ingresso di Statham nel mondo di Stallone (dopo I mercenari e Homefront) non fa altro che accentuare uno dei maggiori limiti del succitato The Beekeeper, addirittura peggiorandolo a parità di offerta.

Alla stregua del suo predecessore, anche A Working Man si dimostra così indeciso nei riguardi del tono, del registro da assumere e, va da sé, del tipo di film e racconto voluto e immaginato, oltre al - per quanto irrilevante e gratuito - punctum del discorso.
Contiamo perciò due distinti impulsi la cui semplice, ma stridente coesistenza finisce inevitabilmente per sabotare e boicottare una riuscita generale tutt’al più sufficiente. C’è appunto l’afflato più serioso, drammatico, ma anche artificioso e retorico, in una forma che dal kitsch (sottolineato a sua volta dai raffermi temi musicali di Jared Michael Fry) passa subito ad un ridicolo involontario che, d’altra parte, Ayer cerca di cogliere, rivedere (anche riscrivendo l’originale stalloniano di proprio pugno) e rendere invece intenzionale. Ma l’ironia non smonta un bel niente, tramutandosi soltanto in iperbole, sguaiatezza, accumulo, mentre le schegge di patriottismo plasticoso, le albe finte, la rappresentazione pomposa, il morboso feticismo per le armi, i sentimenti di un’America paralizzata negli anni ‘80 continuano a perseverare indisturbati.
Ad incattivire un film già di suo scombiccherato, ci pensano infine un’azione non proprio ai vertici creativi, un intreccio da cui non c’era da aspettarsi granché, ma almeno il minimo sindacale, una durata eccessiva e la costante impressione di una produzione fatta in fretta e furia, sulla scorta degli entusiasmi per la precedente, ma con maggior incuranza.
Un’idea (quella di uno streaming movie qualunque) che diventa sintomatica una volta giunti ad uno showdown finale troppo sbrigativo, facile (sia per il nostro Levon, sia per Ayer) e del tutto privo di tensione e pathos. Forse l’unico possibile e giusto per un action intorpidito e privo di stupore che rimane soffocato dalla sua medietà, approdando di fronte ai nostri occhi perché deve. Un po’ come le tasse per i contribuenti.
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