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            22 Ottobre 2026
            La recensione di Clayface, il nuovo film del DC Universe diretto da James Watkins, e incentrato sull'omonimo villain di Batman.
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            CLAYFACE non è né carne né argilla

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Clayface
            USCITA ITALIA: 22 ottobre 2026
            USCITA USA: 23 ottobre 2026
            REGIA: James Watkins
            SCENEGGIATURA: Mike Flanagan, Hossein Amini
            CON: Tom Rhys Harries, Naomi Ackie, Max Minghella, David Dencik, Eddie Marsan
            GENERE: azione, fantascienza, drammatico, orrore
            DURATA: 108 min

            VOTO: 4/5

            RECENSIONE:

            Da un’idea di Mike Flanagan - che prometteva body horror, critica dell’apparenza e riflessione sul mestiere dell’attore - James Watkins e Hossein Amini confezionano un film indeciso, derivativo e sorprendentemente povero di personalità. Tra blandi saccheggi di Cronenberg, cinecomics sbagliati presi (inconsapevolmente?) a modello e un DCU incapace di emanciparsi dall’ombra del proprio demiurgo James Gunn, Clayface finisce per rivelarsi una creatura senza forma né identità.

            Plasmarsi, modellarsi come argilla al punto tale da penetrare nelle profondità di un ruolo, nei meandri di un personaggio ed incarnarlo in tutto e per tutto, portarlo di fronte allo spettatore in carne ed ossa. Per i seguaci e i puristi del method acting, è il massimo, la vetta espressiva e artistica a cui può tendere e aspirare un attore degno di tale definizione.

            Un tratto, una vocazione che - per cause di forza maggiore - prenderà fin troppo sul serio Matt Hagen, giovane promessa di Hollywood al quale la vita non sembra far altro che sorridere. Sono i suoi “golden years”, per dirla con David Bowie: ricco e aitante, famoso e acclamato, richiesto dalle grandi produzioni, desiderato dai migliori agenti sulla piazza, già in odore di Oscar.

            Fino a quando una serata di festeggiamenti a suon di alcool e pillole lo porta a varcare il proverbiale limite. La scintilla d’un attimo lo accompagna in camera da letto con Mia Torrez, compagna del potente e spietato boss mafioso di Gotham City, Markos Szabo. Il quale, di tutta risposta, decide di sottrarre al nostro Matt il suo talento, la ragione primaria di tutto il successo e il benessere che possiede. I cosiddetti ferri, o ferro del mestiere. In altre parole, prende una lama e lo sfigura orribilmente, tanto che nemmeno i più brillanti chirurghi estetici in città riescono a fare qualcosa.

            Come prevedibile, ben presto tutto sfuma nella vita dell’ormai fu star, complice una campagna diffamatoria organizzata da un impunito Szabo. Niente più offerte di lavoro, jet privati o statuette dorate, sostituiti da sguardi inquieti per strada o sulla metro.

            Ma tutto cambia un’altra volta, quando Matt fa la conoscenza della prodigiosa dottoressa Caitlyn Corr, anch’ella calpestata (da colleghi che le hanno rubato alcune delle sue idee più geniali), nonché fautrice di una rivoluzionaria tecnologia che combina nanoparticelle e intelligenza artificiale e che, soprattutto, potrebbe ridare all’attore il suo caro, vecchio aspetto. Ben presto, però, l'esperimento manifesta - neanche a dirlo - i suoi tragici, mostruosi effetti collaterali…

            La recensione di Clayface, il nuovo film del DC Universe diretto da James Watkins, e incentrato sull'omonimo villain di Batman.

            È a grandi linee questo il soggetto che Mike Flanagan - firma imprescindibile, tra le più autorevoli del panorama horror contemporaneo (suoi i riusciti adattamenti kinghiani de Il gioco di Gerald e The Life of Chuck, così come le sublimi serie The Haunting of Hill House, Midnight Mass e La caduta della casa degli Usher) - ha presentato ai co-responsabili dei DC Studios e del novello e neonato DCU, James Gunn e Peter Safran, per un film dedicato a(l secondo) Clayface, uno dei supercriminali avversari di Batman, dotato di un corpo d'argilla e della capacità di mutare la propria forma a piacimento.

            In sostanza, Flanagan sceglie di riprendere l’intuizione già sviluppata da Bruce Timm e Eric Radomski nella serie animata anni ‘90 dedicata all’Uomo Pipistrello e di assecondare l’eco o la deriva horrorifica del personaggio, coniugandola con una metafora del culto e dell’abnorme e aberrante preponderanza di tutto ciò che è apparenza, alla base tanto del sistema, dell’industria e delle logiche di business di Hollywood, quanto alla nostra stessa società (formato social). Un disegno e un’intuizione di cui, qua e là, si possono percepire e intravedere tracce, unitamente ad una vaga e lontana reminiscenza e variazione de Il ritratto di Dorian Gray, ma che appunto rappresentano una parte esigua di ciò che, alla fin fine, è Clayface, rispetto cui il cineasta ha poi fatto qualche passo indietro.

            Nondimeno, stona tremendamente leggerne il nome nei titoli di coda al fianco di quelli del regista incaricato, il James Watkins del remake USA di Speak No Evil, e dell’effettivo sceneggiatore, Hossein Amini (penna di Drive di Nicolas Winding Refn, ma anche de L'uomo di neve e della serie spin-off su Obi-Wan Kenobi), che portano quanto di buono proposto da Flanagan verso una compiutezza informe e inafferrabile. La sola che, del resto, potrebbe mai perseguire una pellicola a dir poco schizofrenica e squilibrata, dapprima sul fronte del ritmo narrativo (nella fattispecie, di un primo atto che pare il montaggio, il riassunto degli episodi di una serie televisiva per come salta di palo in frasca, in un frenetico susseguirsi di eventi, con buona pace della benché minima parvenza di atmosfera, fascino e mistero), e poi su quello estetico e di tono.

            Non solo un prodotto televisivo - pure in alcune scelte stilistiche, oltre che nell’apparente povertà di mezzi e risorse (al netto di quei 30 milioni di dollari di budget che, affidati a gente come Zach Cregger, Curry Barker o Kane Parsons, avrebbero probabilmente fatto tutt'altra figura) che la messa in scena non si preoccupa nemmeno di mascherare -, Clayface è un film costantemente indeciso, in bilico tra il serio e il faceto. E cioè tra il porsi quale horror duro e puro, con tanto di risvolti psicologici e drammatici, e l’abbracciare un lato più d’exploitation, da revenge movie di serie B, inderogabilmente bizzarro e stravagante, svagato e sopra le righe, (dis)impegnato a divertire e trarre il meglio da una scanzonata autoironia, senza mai ambire a qualcos’altro di più. 

            La recensione di Clayface, il nuovo film del DC Universe diretto da James Watkins, e incentrato sull'omonimo villain di Batman.

            Inutile dire che nessuna delle due anime riesce davvero a imporsi sull'altra. E che Watkins e Amini non sanno cosa farsene o dove andare a parare con l’elemento fanta-horror e la riflessione sulla recitazione e sul prezzo del successo, così come con l’afflato mitopoietico di questa origin story — virata, peraltro, anche sui toni del noir e del poliziesco — o con la vendetta di Matt. Per non parlare dell’improbabile e stucchevole storia d’amore, a quanto pare torbida e patologica, tra lui e la dottoressa Corr. Un rapporto affidato alla recitazione pallida e svogliata di un impalpabile Tom Rhys Harries, privo del carisma e della statura attoriale necessari, e ad una Naomi Ackie apatica e distaccata, criminosamente relegata al ruolo di accessorio da una scrittura elementare o, meglio ancora, alimentare.

            Ebbene, le loro prove e la chimica pressoché nulla che li accompagna in scena restituiscono efficacemente la misura piatta e anodina di un film che potremmo quasi definire né carne né silicone, né argilla né materia viva. Un film vecchio e polveroso fin dalle basi, totalmente privo di personalità, men che meno di una regia, che si accartoccia e trascina indolentemente, prevedibilmente verso un epilogo annunciato e la fatidica soglia dei 100 minuti, senza preoccuparsi di dare un volto - un vero volto filmico - al suo protagonista ed eponimo.

            E, se proprio bisogna dirlo, non è molto rassicurante - anzi, è alquanto impietoso - il fatto che i materiali pubblicitari e la campagna marketing di Clayface risultino, col senno di poi, assai più evocativi, distintivi e centrati di ciò che sono incaricati di vendere. Parimenti impietose sono l’idea e la convinzione che, oggi come oggi, bastino un bignamino del cinema di Cronenberg, dettagli macabri, arti mozzati, qualche goccia di sangue o persino un nudo integrale, per conferire ad un racconto un che di maturo, una dimensione adulta. Nella realtà, sono poco più che espedienti a buon mercato, scorciatoie dozzinali escogitate per distogliere l’attenzione da una fattura esangue, pedante, pletorica e ridondante, del tutto priva di ispirazione. E, beninteso, i debiti del progetto non si esauriscono certo nel saccheggio del maestro del body horror. No, Clayface attinge a piene mani pure da quei medesimi cinecomics che non avrebbe neppure voluto (o dovuto) prendere in considerazione. Al contrario, Watkins e soci sembrano preferire Morbius al primissimo Joker, il reboot de Il corvo a La mosca, Darkman, o anche solo A Different Man e The Substance.

            La recensione di Clayface, il nuovo film del DC Universe diretto da James Watkins, e incentrato sull'omonimo villain di Batman.

            D’altro canto, giunta al suo terzo atto sul grande schermo, la creatura (ri)plasmata da Gunn rivela con crescente, allarmante(?) evidenza come un impegno tanto decantato a favore di un cinema guidato dalla visione autoriale e dalle singole sensibilità registiche valga soltanto quando, dietro la macchina da presa, vi è lui, il suo demiurgo. O magari l’errore di fondo risiede proprio nel considerare autori cineasti che non sanno minimamente tradurre tale pretesa in uno sguardo riconoscibile.

            Ad ogni modo, l’universo DC sta assumendo sempre più le forme di un esercizio di puro e malcelato narcisismo. Di un corpo in perenne metamorfosi, ancorché scheletrica, che di volta in volta - quasi per un impulso autoimmune - rigetta e si libera delle proprie cellule più deboli, al solo fine di riaffermare le invenzioni, i metodi, l’ingegno o il presunto genio del suo primo e tuttora unico artefice (certo, all’infuori dell’apocrifo, scorporato ed esiliato Matt Reeves). Un mostro di Frankenstein, costretto a mutare continuamente sembianze senza riuscire mai a sottrarsi all’ombra del creatore e del suo miracolo - o della sua maledizione, che dir si voglia.

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