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            13 Settembre 2024
            Speak No Evil James McAvoy Horror 2024 Recensione Cinemando
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            SPEAK NO EVIL, un remake in cerca di autenticità

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Speak No Evil
            USCITA ITALIA: 11 settembre 2024
            USCITA USA: 13 settembre 2024
            REGIA: James Watkins
            SCENEGGIATURA: James Watkins
            CON: James McAvoy, Mackenzie Davis, Scoot McNairy, Aisling Franciosi
            GENERE: thriller, horror
            DURATA: 110 min

            VOTO: 6+

            RECENSIONE:

            A soli due anni di distanza dall'originale, James Watkins rifà Speak No Evil del danese Christian Tafdrup, spostandolo nel Regno Unito e servendosi della statura, dell'immagine divistica e dell'armamentario psycho di uno sfrenato James McAvoy. Tutti i cambiamenti non bastano però a fare della sua versione qualcosa di più di un remake "a prova di Hollywood". 

            È alquanto ironico che Speak No Evil di James Watkins, remake (made in USA) apparentemente pedissequo del recentissimo [parliamo di soli due anni di distanza] e omonimo thriller danese, abbia così tanto a che fare con la ricerca di autenticità ormai perduta, dissipata, e ponga al centro dei propri discorsi l’aspirazione ad un modello ideale, perfetto. 

            Si potrebbe pensare al consapevolissimo e sfizioso gesto autoriflessivo e metatestuale (forse autoriale?) di un film che tenta una seconda via, quella di una propria identità, malgrado siano pochissime (e perlopiù concentrate sul finale) le sorprese che attendono gli spettatori informati della sua natura produttiva. Difatti, pure se la premessa è la stessa (seguiamo di nuovo le orme di una famiglia di città, benestante ma in crisi, consumata dallo sforzo del mantenere una facciata di perfezione e serenità, che accetta l’invito di una coppia di semi-sconosciuti con cui ha condiviso, “per caso”, qualche bel giorno di vacanza in Italia, pentendosene poi amaramente), pure se alcune linee di dialogo e, addirittura, alcune inquadrature sono spiccicate, la pellicola di Watkins prova a coprire le proprie tracce in svariati modi. 

            Da un lato, trasferisce la vicenda dall’entroterra olandese a quello britannico, più precisamente nella West Country. Dall’altro, si serve di un divertito e divertente James McAvoy, il quale rispolvera l’armamentario da imprevedibile e bestiale psycho-killer che lo ha consacrato presso il grande pubblico nel ruolo del disturbato protagonista di Split (e di Glass), segnandone indelebilmente l’immagine e la percezione attoriale.

            Purtroppo però la recitazione e la presenza possente, inquietante, e insieme delicata, fragilissima della star scozzese - conditio sine qua non del progetto, “prima e unica scelta” per ammissione dello stesso regista - non si rivelano sufficienti. Anzi, si tramutano nell’ennesima ombra di derivatività e convenzionalità che pende sul destino del film.

            Speak No Evil James McAvoy Horror 2024 Recensione Cinemando

            Ciò detto, a rimanere quasi del tutto illeso è giusto il taglio netto, lo strappo con cui un segmento finale riscrive gli esiti narrativi, devia in larga parte dall’itinerario che fino a quel momento si è seguito così fedelmente, fino a stravolgere il passo e l’atmosfera generali.

            La tensione lacerante e il breve apice di violenza dell’originale - enormemente influenzato dal cinema di Michael Haneke - sono pertanto rimpiazzate da una variazione home invasion immolata alla caccia, ad una carneficina e ad una sguaiataggine in territorio B-movie, ma con un cast da serie A, completato da Mackenzie Davis, Aisling Franciosi e Scoot McNairy. Un epilogo, per certi versi, più vicino al gusto di un Eli Roth, o dello stesso producer Jason Blum, per cui, lo sappiamo bene, le case (intese sia come scrigni, rifugi, covi, sia come trappole) rivestono una grande importanza. 

            Tuttavia - per quanto condotto da Watkins con un certo mestiere e qualche buona intuizione (fra cui citiamo l’acutizzazione sul tema della sessualità, e un maggior rilievo e attività narrativa affidati ai bambini di entrambe le famiglie), seppur fotografato con nerbo da Tim Maurice-Jones e ben ritmato dal montaggio del ritchieano Jon Harris, e nonostante questo piccolo stravolgimento terminale e tardivo - Speak No Evil riesce comunque a darsi solo come egregio esemplare di remake "a prova di Hollywood” di un film europeo. Detto altrimenti: come traduzione meramente didascalica che depaupera il prototipo dell’angosciosa ambiguità, portando in superficie la “morale” dietro la scellerata opera degli anfitrioni, rendendola esplicita, spiegandola. 

            Quanto di più lezioso e programmatico diventa così il lavoro trasfigurativo degli abissi della contemporaneità in meccanismo thriller, horror, di genere, in uno specchio oscuro che rimanda un rigurgito mostruoso, grottesco, in una sorta di contrappasso ideale dell’ipocrisia e del perbenismo cittadino-borghese. E, di conseguenza, viene svilito l’intento da cautionary tale non tanto rivolto al nostro rapporto con l’estraneo, bensì al nostro stare in un mondo che ci costringe a reprimere la nostra sincerità e prodigarci in finzioni sempre più complicate da gestire, al fine di rincorrere la perfezione. Un mondo in cui si tratta il sintomo e non la causa, passando di padre in figlio "una pena che si fa man mano più profonda”. Ma anche un presente per cui continuiamo a riprodurci e, inevitabilmente, a riprodurre le stesse immagini fino allo sfinimento; insaziabili, anestetizzati, secondo un modus operandi diabolico e ossessivo al pari di quello di un serial killer. 

            Questo, insomma, ci dice Speak No Evil. Ché, se esistono film e operazioni del genere, è solo perché siamo noi a permetterglielo.

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