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            27 Settembre 2025
            La recensione di The Life of Chuck, il nuovo film di Mike Flanagan da Stephen King con Tom Hiddleston, Jacob Tremblay, Mark Hamill.
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            THE LIFE OF CHUCK, ballare sulla fine del mondo

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Life of Chuck
            USCITA ITALIA: 18 settembre 2025
            USCITA USA: 6 giugno 2025
            REGIA: Mike Flanagan
            SCENEGGIATURA: Mike Flanagan
            CON: Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, Mia Sara, Carl Lumbly, Benjamin Pajak, Jacob Tremblay, Mark Hamill
            GENERE: drammatico, fantascienza
            DURATA: 110 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Mike Flanagan torna a confrontarsi per la terza volta con la letteratura di Stephen King scegliendo uno fra i suoi più recenti racconto brevi, The Life of Chuck: una parabola in tre atti che diventa fiaba sull’esistenza e sull’inevitabilità della fine, trasformando l’angoscia in compassione, la malinconia in celebrazione, l’orrore in un inno lirico alla fragilità e alla bellezza del vivere.

            Tre sono i film in cui Mike Flanagan ha incontrato il genio creativo e immaginifico di Stephen King. Tre le volte in cui la sua macchina da presa ha sfiorato una delle sue storie (meno celebri e celebrate). Tre tentativi sono bastati a farne uno degli autori cinematografici che più e meglio di tanti ne ha compreso la vastissima letteratura. Lo confermano alcuni dei progetti non direttamente tratti da qualcuno dei suoi racconti, ma che lo stesso racchiudono l’essenza, se non proprio il materiale genetico e artistico dello scrittore di Bangor - leggasi Midnight Mass. 

            Dopo il riuscito Il gioco di Gerald e la controversa, a tratti contestata, ma indubbiamente ambiziosa operazione di “diplomazia poetica” che è Doctor Sleep, è ora la volta di una novella inclusa nella raccolta Se scorre il sangue, dalla quale proviene anche Il telefono del signor Harrigan, già trasposto per Netflix da John Lee Hancock. Un racconto, quello, più facilmente riconducibile ai codici e alle coordinate della mitologia kinghiana, dunque alla sua percezione più iconica e diffusa.

            Ben diversa, invece, la materia di The Life of Chuck, che pure tocca corde come paura e inquietudine, ma solo in maniera più laterale e obliqua. Parliamo di una storia che, per certi versi, dialoga con scritti come Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank (che avrebbe poi ispirato il celebre Le ali della libertà), Il corpo (punto di partenza per un certo Stand by Me), La storia di Lisey e Duma Key. Testi che rivelano in controluce l’approccio umanista da sempre alla base della sterminata opera di King, la nuda verità della sua letteratura. 

            E qui la coincidenza – o la perfida ironia – si fa quasi beffarda: l’antologia della quale fa parte The Life of Chuck è infatti apparsa sugli scaffali tra l’aprile e il maggio del 2020. Un frangente in cui, complice la pandemia globale, l’umanità intera si è trovata costretta a fare i conti con la fragilità del tempo presente, con la vertigine di qualcosa di indicibile tanto quanto inevitabile, ma anche con la consapevolezza improvvisa che ciò che spesso veniva (e viene ahinoi tuttora) dato per certo, scontato, poteva dissolversi nel battito di un istante. Proprio come accade nei racconti più stranianti e insieme più intimi dell’autore, dove il terrore non risiede tanto nel mostro, quanto nella fugacità dell’esistenza e nella difficoltà di abitarla davvero, fino in fondo.

            La recensione di The Life of Chuck, il nuovo film di Mike Flanagan da Stephen King con Tom Hiddleston, Jacob Tremblay, Mark Hamill.

            Da allora, il mondo non ha subito alcun grande cambiamento. O, meglio, ha intrapreso una direzione ancor peggiore, a tal punto che l’apocalisse (perlopiù) fuoricampo descritta all’inizio (che è l’epilogo) della novella e del film non appare così improbabile.

            Incendi, terremoti, nubifragi, persone che scompaiono insieme ad intere specie di pesci, uccelli, insetti, il crollo della civiltà per come la conosciamo: è di questo velo luttuoso, di tristezza e sospesa malinconia che è ammantato The Life of Chuck, una parabola in tre atti che si spiega o riavvolge a seconda del verso e del punto di vista in cui la si considera. La storia di un uomo, tal Charles Krantz – Chuck per tutti – intrecciata con quella di un mondo, il suo, il nostro, che in una triste, meravigliosa, imperscrutabile armonia sembra giunto al termine, all’ultimo foglio del suo “calendario cosmico”, per dirla con Carl Sagan, agli ultimi dieci secondi dell’ultimo minuto, dell’ultimo giorno di vita.

            Un mondo filtrato dalla coscienza di quest’uomo, dai suoi ricordi, dalle sue epifanie quotidiane, da quegli attimi, quelle scintille impreviste, apparentemente insignificanti, ma salvifiche. Insomma, particelle di esistenza nelle quali si cela il vero senso (e il diritto) della nostra presenza, qui e ora, altrimenti affidato alla matematica o, meglio, alla statistica col suo “sguardo da meteorologo”. Non è quindi l’orrore tangibile di creature o presenze sovrannaturali a dominare la scena, bensì il silenzioso, fantasmatico, (im)percettibile succedere delle cose: dolce, amaro, strepitoso, straziante, tra lo stupore del momento e l’attesa di una morte (in)visibile.

            Ed è proprio questo a conferire peso e densità a ogni gesto: dal più piccolo, quotidiano e spesso dato per scontato – come seguire il ritmo di una musica – fino a quelli che crediamo decisivi, sostanziali, solenni – dichiararsi alla persona amata, scegliere una carriera, costruire una famiglia, affidare le proprie ultime volontà. Tutti atti struggenti, ultimi, definitivi e comunque rilevanti nell’economia di uno e degli altri, di ognuno di noi. Nel grande schema di un universo che forse sottovalutiamo, convinti di esserne unica causa e sola conseguenza. Ma chi siamo davvero di fronte all’orologio del cosmo?

            La recensione di The Life of Chuck, il nuovo film di Mike Flanagan da Stephen King con Tom Hiddleston, Jacob Tremblay, Mark Hamill.

            In tal senso, Flanagan - che da sempre mostra un’attenzione particolare verso il dolore, la perdita e la possibilità di redenzione - appare il cineasta più adatto a dare forma a questa sostanza fragile e sfuggente. Perché, come già accaduto nel succitato Midnight Mass, la paura non è mai separata da un anelito di fede, amore, appartenenza; e l’angoscia non si consuma senza una controparte di speranza, sia pure minima, quasi impercettibile. 

            In questo presente in cui l’equazione del mondo ha come solo risultato un cinismo irrisolvibile, l’assenteismo di umanità ed empatia, la lacerante prospettiva di una fine sempre più limitrofa alla nostra soglia, The Life of Chuck ci invita allora a riconsiderarci e “ridurci” a prezioso epicentro di noi stessi, del nostro universo interiore. Un canto di me stesso come già scriveva Walt Whitman, sul nostro essere vasti contenitori di moltitudini: strani miracoli pieni di debolezze, vizi, insicurezze, traumi, tempeste che tuttavia compongono l’alchimia irripetibile dell’essere umani. È da queste fratture che nasce la luce, ed è nelle crepe che si insinua il senso. King e Flanagan non fanno che ribadirlo: ogni vita è un cosmo che implode e, nello stesso tempo, risplende. 

            La loro narrazione si trasforma così in una fiaba sulla compassione, proprio in un’epoca segnata da critiche feroci e disilluse verso ciò che siamo diventati. Un invito a guardare al prossimo non come figura di contorno, ma come portatore di un mistero, di una storia altrettanto degna di essere celebrata. Un umanesimo lirico che il regista e sceneggiatore desume dalla controparte cartacea, ma arricchisce ed eleva in modo quasi radicale a racconto sull’orrore e, insieme, sulla possibilità di trasfigurarlo in bellezza. A costruirvi una casa-mondo-spazio da riempire con tutto ciò che vediamo e sappiamo. 

            Un po’ come il cinema, anch’esso contenitore di moltitudini, a partire dai generi (che qui variano dal dramma esistenziale a quello adolescenziale, dall’horror ectoplasmatico al musical), senza dimenticare i volti di coloro che ne percorrono e accompagnano il viaggio (in questo caso, quelli dei sodali Kate Siegel, Samantha Sloyan e Rahul Kohli, ai quali si sommano Matthew Lillard, Jacob Tremblay, il piccolo Benjamin Pajak, un granitico Mark Hamill, gli incantevoli Karen Gillan e Chiwetel Ejiofor e un Tom Hiddleston in stato di grazia). Anch’esso, il cinema, casa, universo, luogo di immagini, suoni, musica, infestato (come piace a Flanagan) da ricordi e orrori, bugie e verità, gioia e paura, sogni e delusioni, speranze e distruzione. Bellezze per molti, segreti per pochi. 

            Un’invenzione matematicamente, logicamente, scientificamente comprensibile che si fa arte, magia, prodigio - viceversa - inspiegabile. Un miracolo il cui battito, i cui segni inconfondibili si possono scorgere in sequenze travolgenti, in schegge purissime come quella del ballo per strada, apice di un memento mori, di un canto funebre paradossalmente inondato di una luce e di uno spirito quasi zemeckisiani. E ancora, unico eccesso virtuoso di una composizione che ricava la propria forza dalla maestria e dall’intensità con cui suona il minimo indispensabile di strumenti: pochi tocchi, essenziali, eppure capaci di produrre una vibrazione profonda, a sua volta amplificata dalla colonna sonora dei Newton Brothers. Un groove inevitabile a cui abbandonarsi, che segue e ricalca il flusso stesso del vivere, dell’essere e dell’esserci. Quello che a volte ci spinge a domandarci come e se mai riusciremo a tornare indietro. Come poter leggere la fine come un (nuovo) inizio quando il contabile del (nostro) tempo scandisce numeri impietosi. 

            In tal caso, non resta che ballare. Muoversi al ritmo di ricordi e presagi, tra gioia e dolore, perdite inevitabili e piccole, luminose vittorie quotidiane. Ballare come fa Chuck, con la leggerezza di chi sa che ogni istante è unico e irripetibile, e che persino la fine può trasformarsi in celebrazione. Quindi, è proprio il caso di dirlo: grazie Chuck!

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