
HOKUM, prendere le misure dell'orrore
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Hokum
USCITA ITALIA: 5 agosto 2026
USCITA USA: 1 maggio 2026
REGIA: Damian McCarthy
SCENEGGIATURA: Damian McCarthy
CON: Adam Scott, Peter Coonan, David Wilmot, Florence Ordesh, Michael Patric, Will O'Connell, Brendan Conroy, Austin Amelio
GENERE: horror, thriller, fantastico, drammatico, giallo
DURATA: 107 min
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Attraverso gli occhi di un romanziere americano cinico e misantropo, in visita a un antico hotel sperduto tra i boschi irlandesi, teatro di agghiaccianti leggende e violenti fatti di sangue, Damian McCarthy costruisce con Hokum un'opera stratificata, incontenibile e imprendibile, in cui l’architettura si fa labirinto e la geografia diventa memoria. Tra thriller psicologico, mystery, folklore e horror soprannaturale, il film moltiplica prospettive e traiettorie, mettendo continuamente in discussione ciò che è reale, ciò che è immaginato e ciò che, forse, preferiremmo liquidare come semplice hokum.
“Alcuni miei libri sono diventati brutti film. (Prendono le mie storie e) ci appiccicano uno stupido lieto fine”. Chissà cosa penserebbe del finale di Hokum l’autore americano Ohm Bauman, se solo si trattasse della trasposizione cinematografica di uno dei suoi molti bestseller. Uno come — o almeno, è quello che spera — il romanzo che sta per ultimare, capitolo conclusivo della sua trilogia più celebre.
C’è però un problema: arrivato alle poche righe che lo separano dalla fatidica parola «fine», non è del tutto convinto dell’epilogo, cupo e amarissimo: l’unico ad essergli venuto in mente, del resto. Ed è proprio allora che un’inquietudine antica e irrisolta torna a farsi strada dentro di lui, sotto forma di un fantasma che lo (ri)porta - con la mente e col corpo - fino in Irlanda. Più precisamente, al rurale Bilberry Woods Hotel, il luogo del cuore dei suoi compianti genitori, dove hanno trascorso alcuni dei momenti più felici e spensierati della loro vita.
Nondimeno, quello che dovrebbe essere un “semplice” viaggio di commiato — per spargere finalmente le ceneri di mamma e papà, sciogliere vecchi non detti e fare i conti con il passato — riporta alla luce traumi e ferite insopportabili. E si trasforma, a tutti gli effetti, in una discesa agli inferi. O, meglio, in un incubo ad occhi aperti, popolato, oltre che da spettri più personali, anche da agghiaccianti creature arcane e arcaiche, e alfine arricchito da misteriose sparizioni e orrendi fatti di sangue. Tra le altre cose, si dice infatti che la suite (un tempo) più lussuosa e ambita dell’albergo sia infestata da una strega, intrappolata anni prima dal proprietario. Forse proprio Cailleach: colei che, secondo la mitologia gaelica, rapisce i bambini e li conduce in catene fino alle porte dell’oltretomba.

Tutte fandonie, sciocchezze per il cinico, antipatico, misantropo e arrogante romanziere in visita. “Hokum”, come dice lui stesso in una delle primissime sequenze della terza prova nel lungometraggio dell’irlandese Damian McCarthy, fattosi notare col piccolissimo e claustrofobico folk horror Caveat e (soprattutto) con Oddity: emersione lenta e perturbante di un maschile tossico, violento, spietato e ovviamente misogino attraverso un’(in)visibile combinazione di orrore sovrannaturale e thriller psicologico e un raffinato gioco di ribaltamento del filone home invasion. Anch’egli si mette in cerca, con Hokum, dell’ideale chiusura di un cerchio, ma anche di una prima, vera consacrazione presso il grande pubblico, nel contesto fortuito di una stagione più che florida per il genere.
A tal proposito, decide anzitutto — e ancora una volta — di affidarsi ad un incrocio preciso di tonalità, ad un accostamento di riferimenti spesso scoperti, palesemente prossimi all’omaggio. E ancora, ad una prodigiosa ibridazione di linguaggi e moduli diversi, senza mai scadere nel mero taglia-e-cuci, ma creando piuttosto un flusso filmico e narrativo continuo, omogeneo, interdipendente. Tant’è che si passa con disinvoltura dal thriller della mente (dalle derive psicanalitiche) all’horror esoterico più oscuro, tra mostri e maledizioni; dal giallo al mystery, dal crime fino al dramma intimo e familiare. Il tutto innervato, poi, da un discorso di incontro e scontro tra due culture assai distanti — da un lato, l’America di oggi, attentissima a non offendere le sensibilità altrui ma assai meno a non giudicare con impudenza; dall’altro, un’Irlanda periferica, ancora profondamente legata alle proprie radici e credenze — e completato da risvolti schiettamente attrattivi, immersivi, se non proprio caroselleschi, da escape room movie, à la Cube o, appunto, Escape Room.

Parallelamente, McCarthy porta alle (sue prime) estreme conseguenze il lavoro sugli spazi. Al pari di un architetto per immagini, torna a fare di una singola ambientazione, forse ancor più affascinante e suggestiva, il centro gravitazionale della sua pellicola. Questo cigolante e tetro hotel ottocentesco, sperduto tra i boschi, diventa così visualizzazione, figurazione, manifestazione strutturale e plastica di un’idea di cinema concepito come disorientante, insidioso, (in)finito scrigno dalle mille possibilità: microcosmo e insieme macrocosmo di curiosità, suggestioni, direzioni mutevoli e imprevedibili.
Al pari, seppur in parte, del quasi coevo Backrooms, ogni corridoio, ogni stanza, ogni porta sembra quindi contenere la promessa di un altrove, di un nuovo (e segreto) passaggio, di un’ulteriore deviazione rispetto al percorso apparentemente tracciato. Lo spazio non si limita ad ospitare l’azione, bensì la genera, indirizza, nasconde e riconfigura in continuazione, diventando il principale dispositivo della narrazione. Un’architettura che l'irlandese non si limita a filmare, ma esplora, dilata e trasforma in un organismo vivo, una bizzarra creatura in perpetua mutazione percettiva.
L’hotel diventa allora una sorta di labirinto mentale e filmico, prima ancora che fisico. Un tortuoso luogo-film, o luogo-cinema, in cui interno ed esterno, reale e immaginato, finto e falso, ieri e oggi finiscono progressivamente per sovrapporsi, sfumare, fino a (con)fodersi indistinguibilmente. E proprio in questa ostinata temporalizzazione dello spazio (e spazializzazione del tempo) narrativo risiede una delle intuizioni più felici di Hokum e delle cellule più seducenti del giovane cinema di McCarthy, molto vicino in questo allo Zach Cregger di Barbarian. Ossia la capacità di trasformare il limite in possibilità, la costrizione in apertura, la claustrofobia in espansione. Più il perimetro si restringe, più l’immaginazione dello spettatore è costretta a dilatarsi. Più questo Bilberry Woods - chiaro epigono del proverbiale Overlook di Shining - sembra chiudersi su sé stesso, più numerose diventano le traiettorie, le stanze ancora da attraversare, i segreti ancora da disvelare.
E se spazio e cinema finiscono per coincidere, per condividere le medesime coordinate, lo stesso fanno geografia e sentimento, con Hokum che diventa pertanto il percorso nella torbida e infida intercapedine tra fattuale e superstizioso, naturale e sovrannaturale, da parte di un uomo chiamato a fare i conti con le ombre di ciò che è stato. A venire a patti con un Male inscindibilmente privato. E cioè, inevitabilmente, a prendere le misure del proprio presente così da poter pensare e immaginare un futuro.

“Sciocchezze”, potrebbe dire qualcun(altr)o di fronte a questi slanci, alle estensioni teoriche della pellicola. Al suo farsi, in fondo, esercizio sulla percezione e sull’affidabilità narrativa, nonché riflessione sull’arte stessa del raccontare. Eppure, al netto di un terzo atto (volente o nolente) un po’ meno concentrato e scrupoloso, sono innegabili il sapere e il sapore artigianale, la sicurezza, l’istinto e la libertà con cui il regista adopera gli archetipi della paura.
Partendo da un cast insolito sul quale spicca un Adam Scott azzeccatissimo in un ruolo naturalmente inedito fino ai meticolosi interventi del direttore della fotografia Colm Hogan, del montatore Brian Philip Davis, dello scenografo Til Frohlich e del compositore Joseph Bishara, McCarthy si avvale degli strumenti a propria disposizione - ancor prima che per assecondare tutta una serie di autorialismi e ossessioni varie ed eventuali (incluso un maschile sempre e comunque ripugnante e funesto) - per soddisfare le ragioni ancestrali e i bisogni primari del genere. Evocando con gioia e spirito una storia e le sue atmosfere. Creando tensione nei primi mo(vi)menti, per poi garantire terrore in un segmento centrale che non offre davvero alcuna tregua. Senza bisogno di elevare (o elevarsi), ma semplicemente affrontando l’orrore con occhi e mente aperti, nella speranza di esorcizzarsi e, in qualche modo, uscirne trasformati.
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