
L'INNOCENZA, o il teorema dell'infanzia di Kore'eda
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kaibutsu
USCITA ITALIA: 22 agosto 2024
USCITA JP: 2 giugno 2023
REGIA: Kore'eda Hirokazu
SCENEGGIATURA: Yūji Sakamoto
CON: Sakura Andō, Eita Nagayama, Soya Kurokawa, Yota Hiiragi
GENERE: thriller, drammatico
DURATA: 127 min
Prix du scénario e Queer Palm al Festival di Cannes 2023
VOTO: 9
RECENSIONE:
Improvvidamente soprannominato L'innocenza nell'edizione italiana, Monster di Kore'eda Hirokazu continua la ricerca ostinata e impervia del maestro giapponese, che torna in patria, a Ozu e Kurosawa, per immaginare (nel senso di fare immagine) il suo teorema più definito e definitivo sull'infanzia. Ma anche per offrire nuovamente il suo cinema in purezza, perspicace, sensibile, ingegnoso, intuitivo. Mai così vivo.
C’è un’immagine in Monster di Kore’eda Hirokazu (improvvidamente ed inspiegabilmente soprannominato L’innocenza nell’edizione italiana): quella che è rimasta e rimarrà più impressa nelle menti e nel cuore dei suoi spettatori; che sintetizza alla perfezione il senso del racconto e, soprattutto, l’esperienza di cui si è testimoni nello scoprirlo e seguirne man mano il disvelamento.
È l’inquadratura di un vetro infangato che un paio di mani tentano invano di pulire, giacché prontamente ricoperto di melma da una pioggia battente. Ed è la figurativizzazione di una ricerca ostinata, insistita, ma in fondo impervia nel pantano dell’animo umano, nelle profondità più sordide e oscure della nostra società. Il tentativo di vedervi attraverso, di superare un limaccioso velo di Maya, per afferrare una visione precisa, ma anche inevitabilmente trasfigurata, mediata, utopica. Per scorgere davvero il o, meglio, i volti di quell’infanzia a cui il regista giapponese ha dedicato tutta la sua vita artistica e consacrato alcuni dei suoi lavori più noti e indimenticati, da Nessuno lo sa a Father and Son, dalla Palma d’oro Un affare di famiglia fino ai più recenti Le verità e Le buone stelle - Broker, film che lo hanno portato a traslare il proprio sguardo, il proprio mondo e la propria esplorazione prima nella lontana Francia e poi nella più vicina Corea del Sud.

Con questa sua ultima fatica, Kore’eda torna viceversa in patria, alla sua lingua madre e rispolvera la lezione dei suoi due grandi sensei cinematografici. Da un lato, ritrova allora la familiarità, la melanconia perpetua e il commovente minimalismo delle sinfonie umane e cittadine di Ozu, mentre dall’altro informa la scansione narrativa della pellicola sulle tonalità di un chiaro omaggio ad Akira Kurosawa. In particolare, ad uno dei suoi capolavori Rashomon, dove l’aggressione ai danni di un samurai viene riportata e ricostruita secondo diverse prospettive e narratori, ognuno custode di una verità propria e - va da sé - parziale.
Nel caso di Monster, al centro di tutto c’è invece la storia intima, riservata, di due compagni di classe, Minato ed Eri, e il tentativo della madre single di uno dei bambini (portata su schermo dalla sodale Sakura Andō), e del loro bizzarro ma attento maestro (lo interpreta un Eita Nagayama precisissimo) di capire cosa stia realmente accadendo, nel momento in cui, a casa e a scuola, iniziano a verificarsi episodi alquanto singolari.
Attraverso tre, forse quattro, o addirittura cinque punti di vista, Kore’eda e lo sceneggiatore Yūji Sakamoto (premiato al Festival di Cannes 2023 proprio per questo copione) ci immerge appunto nel groviglio inestricabile di uno dei periodi più delicati della vita di ognuno, dando forma ad un origami di verità, sospetti, illusioni, che, a primo impatto, sembrerebbe restituire una sagoma dai confini chiari, netti, la parvenza di una realtà facilmente decodificabile e purtroppo molto ordinaria; e che al contrario, una volta aperto, si carica gradualmente di ambiguità e complessità.
Ecco che ogni nuova piega non solo offre al racconto un respiro diverso, un’ottica inedita, ma permette allo spettatore di leggere e considerare il microcosmo di gesti, sguardi, parole in maniere difformi, quando non contrarie, sulla base di nuove consapevolezze, paure, sentimenti, aspettative.

Ciò detto, è ben presto chiaro, palese di cosa voglia parlare Monster (e quanto si avvicini al quasi coevo Close), “chi è (veramente) il mostro(?)”, o ancora quale sia la sua (in)visibile fisionomia, come e dove attecchisca il suo influsso, la sua opera infida e crudele... Ma, per sua e nostra fortuna, il cineasta abbandona al momento giusto i toni, le atmosfere e una tensione quasi da thriller, alla stregua di un giallo senza delitto - ma con tante colpe e un colpevole ideale a dir poco -, puntando su un crescendo emotivo perfettamente accordato sui due veri protagonisti della storia (splendidamente interpretati dai giovani Soya Kurokawa e Yota Hiiragi), e sublimato dai “soffi di vita” musicali di un compianto Ryūichi Sakamoto in stato di grazia e dalle preziose scenografie di Seo Hyeon-seon.
Ed è proprio in quest’ultimo atto che - raddoppiando, anzi triplicando i ritratti di famiglia con tempesta - Kore'eda offre nuovamente il suo cinema in purezza: perspicace nel senso etimologico del termine, che rifugge le convenienze del linguaggio e le semplificazioni percettive, dotato di una sensibilità rara e affascinante, di un ingegno quieto, lieve, sempre sottotraccia, e di un intuito ineguagliabile.
Un cinema che, con Monster, immagina (poiché rende immagine) il suo teorema più definito e definitivo sull’infanzia, con i suoi misteri e risvolti, il timore e l’inquietudine di qualcosa di oscuro, incomprensibile, che cresce, si spande, si (re)incarna dentro di noi e che nessuno riesce a comprendere davvero. Ma anche l’abbagliante, quasi fiabesca e quindi impossibile fine della propria corsa, brutalmente consegnata all’oscurità. Al nero assoluto del cinema e della vita.
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