
FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI 2, il diavolo non passa mai di moda
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Ready or Not 2: Here I Come
USCITA ITALIA: 9 aprile 2026
USCITA USA: 13 marzo 2026
REGIA: Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett
SCENEGGIATURA: Guy Busick, R. Christopher Murphy
CON: Samara Weaving, Kathryn Newton, Sarah Michelle Gellar, Shawn Hatosy, David Cronenberg, Elijah Wood
GENERE: horror, thriller, commedia
DURATA: 108 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Tra sette sataniche ormai globalizzate, ritorni fuori tempo massimo e un immaginario che trasforma il privilegio in culto e il culto in spettacolo, il sequel di Finché morte non ci separi rilancia il proprio gioco al massacro spostando il centro del discorso e dell'azione dal recinto chiuso e claustrofobico della famiglia ad un orizzonte più ampio, dove la lotta diventa apertamente sociale, economica, di potere (rubato e reclamato). Anche a discapito delle intenzioni da commedia brillante e della caotica compostezza del capitolo originale.
Il fatto che Satana e i suoi (di solito, facoltosi e privilegiati) cultori godano di una rinnovata popolarità negli ultimi tempi ha qualcosa di ironico, grottesco e, a suo modo, persino inquietante. Talvolta, anche più delle stesse storie che li mettono in scena: che si tratti di un uomo misterioso che invita la neofidanzata ad un weekend di apparente quiete in una casa isolata nel bosco, o di una congrega di immortali che abita un lussuoso hotel nel cuore di Manhattan.
Ebbene, dopo gli appena citati Keeper - L’eletta di Oz Perkins e Ti uccideranno di Kirill Sokolov (quest’ultimo molto simile, ai limiti del predittivo), ad aggiungersi a questa covata malefica è Finché morte non ci separi 2, sequel (fuori tempo massimo poi)che giunge sul grande schermo a quasi sette anni di distanza dal suo capostipite: quell’instant cult, incrocio (in forma e misura “popcorn”) tra una commedia nerissima e pulp sulle gabbie - sociali, esistenziali, familiari, economiche - dell’istituzione matrimoniale, e una spassosa, divertita, sfrenata declinazione del filone “kill-the-rich”.
Quel primo film fu anche il deciso e decisivo trampolino di lancio per Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (già co-fondatori del collettivo Radio Silence), investiti di lì a breve dell’ardua e onerosa guida di uno degli horror franchise più iconici di sempre: Scream. Una saga che, con i loro interventi, hanno contribuito a riesumare e rilanciare, salvo poi allontanarsene per divergenze di agenda. Anche se, a quanto pare, non del tutto. Difatti - come già accadeva nelle loro incursioni nell’universo di Ghostface - nel riprendere le redini del loro primo, grande successo decidono di porre nuovamente al centro di tutto un legame da ricostruire. Per l’esattezza, un rapporto di sorellanza spezzato, da ridefinire in circostanze altrettanto brutali.

Pertanto, in questo “secondo tempo” delle sanguinose vicende di Grace MacCaullay — unica sopravvissuta, per il rotto della cuffia, al sacrificale e spietato gioco del nascondino orchestrato dai Le Domas, la ricca famiglia o dinastia del suo neoconiuge e ormai ex-marito — quest'ultima si ritrova a fare i conti con il ritorno della sorella Faith (interpretata da una recente scream queen, la Kathryn Newton di Freaky, genuina ma raramente convincente). Una presenza riemersa dal passato che riapre ferite mai del tutto rimarginate nella nostra vendicativa sposa (una sempre deliziosa Samara Weaving), iconica nel suo abito rosso sangue e nelle Converse gialle — omaggio esplicito e cromatico a Kill Bill. Era stata lei, del resto, ad averla abbandonata senza alcuna spiegazione sette anni prima, scegliendo una vita lontana e solitaria, e lasciandola sola ad affrontare il proprio destino.
Ciò nondimeno, seppur a malincuore, escogitare — o riscoprire — un modo per tornare a convivere e collaborare rappresenterà per le due l’unica possibilità di resistere, combattere e scampare alle grinfie di una setta ormai globale (e dunque ben più estesa). Nella fattispecie, del Gran Consiglio satanico di cui facevano parte i “suoceri” di Grace, guidato dai perfidi Danforth. I suoi membri — in virtù di una clausola inscritta nel libro mastro di regole e tradizioni cui i seguaci di Belzebù si attengono — sono chiamati invero a dar loro la caccia prima del sopraggiungere dell’alba.
Parimenti stiracchiata e pretestuosa è la conditio da cui riparte Finché morte non ci separi 2, ricollegandosi e rimettendosi in marcia direttamente dalla scena finale del capitolo originale, ma spostandosi dalle mura familiari (con tutto ciò che ne concerne e consegue) a - potenzialmente - il mondo intero. O, meglio, ad una famiglia allargata che coincide con un’intera classe sociale.
Laddove allora nel primo film ci si focalizzava più sull’idea di femminile e femminilità (anticonformista, malvista, contestata) incarnata dal personaggio di Grace, in questo caso la sceneggiatura dei ritornanti Guy Busick e R. Christopher Murphy assume rapidamente i contorni di una vera e propria lotta di classe: da un lato, i ricchi che rubano (speranza) ai poveri, dall’altro questi ultimi che reclamano ciò che spetta loro di diritto. O ancora, di uno scontro a muso duro tra un’eroina proletaria, scaltra e irriducibile, cresciuta tra orfanotrofi e comunità, e un’élite di potenti — magnati, rampolli, figure provenienti dai quattro angoli del globo — che detengono, letteralmente, le chiavi del mondo. E che tuttavia, nella loro ottusità condivisa, nella presunzione di superiorità, nella spocchia e nei vizi, finiscono spesso per incarnare perfetti corpi da deflagrazione: sacche ematiche esemplari, vittime sacrificali ideali per la furia di due figlie di quei “dannati cattolici irlandesi”.
Proprio - o, forse purtroppo (nomen omen) - Grace e Faith i cui battibecchi, litigi, rimproveri reciproci, “conti” personali, siparietti e così via si rivelano essere l’elemento più debole, il più insipido, disispirato, pedante dell’intera pellicola. Soprattutto perché rallentano il ritmo, smorzano la tensione e inceppano l’energia del racconto orchestrato da Bettinelli-Olpin e Gillett. Questi, dal canto loro, immaginano Finché morte non ci separi 2 al crocevia tra il rifacimento, il potenziamento (innanzitutto produttivo), l’espansione mitopoietica, il reboot o il semplice raddoppio del prototipo, fosse anche a costo di quella caotica compostezza, di quella astuzia, inclinazione, ambizione verso un tipo di commedia brillante e sagace.

Il risultato è un impianto più schematico, attraversato da automatismi ricorrenti, sbilanciato a favore di tutto ciò che è ludico, patinato e pulp: l'iperbole grafica dello splatter, morti ed esecuzioni (neanche troppo) creative e, in particolare, la valorizzazione scenica di una galleria di comprimari deluxe.
A partire da un temibile (nella sua sadica inettitudine) Shawn Hatosy, passando per un Elijah Wood nei curiosi panni di un “avvocato del Diavolo”, perfettamente calibrato nel suo ruolo di arbitro imparziale — tra spirito, sarcasmo e un ghigno irresistibile — di una corsa verso un nuovo, diabolico “Unico Anello”; fino ad una Sarah Michelle Gellar splendida e apparentemente immune allo scorrere del tempo, alle prese con un personaggio dai piacevoli risvolti ipertestuali, e a un David Cronenberg in un quasi cammeo (allettato, dipinto, nuovamente moribondo) prestato ad una lettura ironica, specie se accordata ad un’opera incentrata su una sorta di lunga History of Violence, in cui la carne esplode come le teste in Scanners e il Male è, a tutti gli effetti, una contagiosissima epidemia che si trasmette (in)visibilmente di generazione in generazione, da un corpo all’altro.
Ciò detto, Finché morte non ci separi 2 e i suoi artefici sembrano così presi, distratti, ammaliati dai giocosi cortocircuiti e dalle potenziali situazioni di pubblico ludibrio nelle quali coinvolgere e ingaggiare questi volti e questi nomi (o numi), da dimenticarsi di dar seguito e approfondire quanto basta uno scarto ulteriore, un qualcosa di latente che traspare e sembra ribollire sotto la comoda e infine accomodante superficie filmica. Come l’ipotesi che Satana sia in realtà un giudice equo, equilibrato, assennato, ordinato, e che sia invece chi ne pratica la legge e la dottrina qui, sulla Terra, nel mondo dei mortali, a deviarle, dirottarle, rimodellarle a proprio (meschino) uso e consumo.
O come una flebile, quasi subliminale critica al capitalismo, per le cui promesse ognuno sarebbe disposto a vendere la propria anima al diavolo e combattere ferocemente, stupidamente fino alle fiamme dell’inferno. Il patto maledetto a cui, oggi, pochi di noi saprebbero davvero sottrarsi. Forse, però, il fatto che a dirlo — e sostenerlo — fosse una grande (e merciforme) produzione hollywoodiana da quasi venti milioni di dollari di budget non avrebbe fatto altro che aggiungere un’ulteriore, paradossale ironia.
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