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            22 Marzo 2026
            La recensione di Keeper - L'eletta, il nuovo film horror diretto da Oz Perkins con Tatiana Maslany e Rossif Sutherland.
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            KEEPER e la discendenza del Male

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Keeper
            USCITA ITALIA: 12 marzo 2026
            USCITA USA: 14 novembre 2025
            REGIA: Osgood Perkins
            SCENEGGIATURA: Nick Lepard
            CON: Tatiana Maslany, Rossif Sutherland, Birkett Turton, Eden Weiss
            GENERE: horror, thriller
            DURATA: 99 min

            VOTO: 7+

            RECENSIONE:

            Oz Perkins torna a interrogare l’orrore come eredità intima e familiare, costruendo in Keeper un racconto minimale e perturbante in cui i legami — affettivi, simbolici, di dipendenza — si rivelano trappole invisibili. Tra suggestioni fiabesche, spazi che si fanno presenza e un Male che si insinua senza mai mostrarsi del tutto, il film scava nel subconscio e nelle paure originarie, mettendo in scena la persistenza del trauma e la sua capacità di deformare lo sguardo sulla realtà.

            Da nipote e figlio d’arte (rispettivamente dell’attore anni ‘30 Osgood Perkins e dell’indimenticato Anthony “Norman Bates” Perkins) qual è, Oz Perkins ha fatto dei legami, di sangue e non, il fulcro del proprio immaginario, organizzando l’orrore dei suoi film attorno a parentele puntualmente atroci, indissolubili, fatidiche. Rapporti e interdipendenze di cui, con ogni probabilità, lui stesso ha avvertito il peso nel corso della sua vita e della sua carriera, prima da attore (in “stupide commedie americane”) e poi da regista e sceneggiatore del brivido.

            In questo, non fa eccezione Keeper - la modica, minuta produzione allestita back-to-back, in tempi strettissimi, durante il blocco delle lavorazioni del suo “giocattolo” The Monkey, imposto dagli scioperi dei sindacati di sceneggiatori e attori - che prende il via da un incipit essenziale ed apparentemente convenzionale. Protagonista è una coppia — lui facoltoso e affermato dottore, lei umile pittrice e artista ancora in cerca di consacrazione — che, in occasione del primo anniversario, sceglie di concedersi una fuga intima e romantica in una di quelle classiche baite isolate, lontane da tutto e da tutti, nel cuore di una foresta altrettanto tipica, densa di segreti oscuri. Un luogo di quelli con cui il cinema thriller e horror va da sempre, innatamente, intrinsecamente, originariamente d’amore e d’accordo (da La casa a Cabin Fever, da Quella casa nel bosco a The Lodge), e che perciò Perkins incarica di una funzione, un ruolo, una consistenza ideale, assoluta, metafisica.

            La medesima dischiusa da quello spunto così sintetico che, nondimeno, (pre)vede e apre già i propri confini ad una moltitudine esemplificativa, sintomatica fin dai primissimi minuti. Nella fattispecie, fin da un cortometraggio autarchico, enigmatico, eppure maledettamente intrigante, posto a cappello, proemio, prefazione di una pellicola nella quale - forse per cause di forza maggiore - il cineasta torna alle basi (non solo storiche e filologiche, ma anche anagrafiche, collettivamente infantili) di tutto. Ai primordi dell’immaginario, al primo contatto con quel sistema di paure, desideri e simboli, quello spettro di emozioni, idee, istanze destinati a costellare l’esistenza.

            Il ritorno alla fiaba – già esplorata in Gretel & Hansel – diventa allora passaggio obbligato: territorio liminare grazie e nel quale l’horror riscopre sé stesso, riafferma la sua forza secolare, perenne e riesce così a riaprire un dialogo, un confronto, uno sguardo sui motivi della contemporaneità. Non dare retta agli sconosciuti e, soprattutto, non andare nel bosco. “È assurdo anche solo che io debba dirti queste cose”, si lamenta al telefono l’amica della protagonista, Liz. E, chissà, finirebbe per darle ragione quando — richiamato d’urgenza in città da una paziente — il coinquilino e compagno, il gentile dottor Malcolm Westbridge, la lascia sola per qualche ora fra le quattro mura di un luogo sempre più inquietante.

            La recensione di Keeper - L'eletta, il nuovo film horror diretto da Oz Perkins con Tatiana Maslany e Rossif Sutherland.

            È un film, Keeper, che, al solito quando si tratta di Perkins, lavora sul subconscio, sulla capacità immersiva e permeabile del cinema, concentrandosi su suggestioni, atmosfere, simboli e allegorie. Di forma e forme che, spesso, diventano sostanza, segno, senso. Di oggetti che valgono più di mille elucubrazioni cosiddette “elevated”. Com'è il caso, per l’appunto, di questa fantomatica cabina, affascinante lavoro di progettazione del sodale scenografo Danny Vermette, promossa - nelle geometrie, nelle intersecazioni di linee e poligoni, nei giochi di specchi e riflessi, negli angoli ciechi, nei tagli operati dall’occhio e dalla macchina da presa - a personaggio effettivo, a presenza (in)visibile che contribuisce all’effetto perturbante e disorientante, al concerto tensivo (completato da suoni acusmatici, figure ai margini del quadro, ombre, movimenti appena percettibili in secondo piano) ricercato dall’istanza narrante.

            Allo stesso modo, dettagli apparentemente marginali assumono un valore simbolico decisivo. Pensiamo alla torta al cioccolato che “sa di merda” e che, lo stesso, Liz brama e divora con avidità e ingordigia: feticcio-passepartout agli albori semantici della pellicola, figura della seduzione, di una cortesia che dissimula altro. Ma anche l’offerta e il prezzo in nuce alla dinamica transazionale, di compravendita di ogni rapporto umano - specie quello che lega uomo e donna. Un elemento che, più sottilmente, allude altresì ad una dipendenza che la protagonista non è ancora in grado di riconoscere.

            Da cui un susseguirsi di weirdness, trappole, baubau e fugaci spaventi (pur dotati di una notevole forza iconica) fino a un finale che sembra avvertire il bisogno di esplicitare, anche attraverso un uso fin troppo didascalico del flashback, una verità dei fatti già intuibile, spontaneamente, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Una scelta che, pur coerente con il percorso perkinsiano, finisce per sfuggire, almeno in parte, al debito d’attesa maturato, minuto dopo minuto, nei confronti dello spettatore.

            Nonostante ciò - e un minimalismo meno sgargiante e stentoreo - Keeper si configura quale logica e naturale evoluzione di The Monkey. Un ritorno quasi cartesiano alle proprie paure fondative — la rabbia, l’isolamento — nel tentativo di rimetterle in fila, ordinarle, comprenderle. Perché, nel cinema di Oz Perkins, il trauma non è mai un evento isolato, ma una forza persistente, un’eco del passato che continua a infiltrarsi nel presente, costringendoci a rimettere incessantemente in discussione la realtà che abitiamo.

            Il Male, d’altronde, non si manifesta mai in modo evidente: non ha bisogno di mostrarsi apertamente, perché preferisce insinuarsi. Sta dietro gli angoli, negli anfratti bui, negli interstizi della mente, fino a colonizzare lo sguardo e, lentamente, prendere possesso di noi. Un Male secolare, profondamente umano e prettamente maschile, che possiede i corpi e solca i volti — come quelli, senza tempo, di un finora ignoto Rossif Sutherland (anch’egli figlio d’arte del ben più celebre Donald) — e che proprio per questo continua a mutare forma senza mai cambiare davvero natura.

            La recensione di Keeper - L'eletta, il nuovo film horror diretto da Oz Perkins con Tatiana Maslany e Rossif Sutherland.

            In questa prospettiva, l’opera perkinsiana - qui coadiuvata dalla penna di Nick Lepard - sembra muoversi verso una possibile rifondazione del genere, tenendosi a debita distanza dai manierismi del folk di Eggers, conforme e insieme estraneo ai neo codici del cinema post-MeToo e di esperienze recenti come Companion e Together. Partendo dal sovvertimento, dal ribaltamento dello sguardo precostituito, o in fondo dalla beffa di ciò che crediamo stabile e immutabile, l’orrore si fa, in un certo qual modo, “diprosopico”, molteplice, in grado di accogliere prospettive altre, di aprirsi a storie e sensibilità differenti.

            È forse qui che si intravede la possibilità di un nuovo ciclo, finalmente libero dai vincoli del passato, capace di liberarsi — pur senza rinnegarli — dai propri legami originari. Un cinema aperto agli orrori di tutti, con gerarchie e appartenenze ridefinite, rinegoziate, che siano di un figlio d’arte o di una figlia del proprio (e del nostro) tempo.

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