logo-scritta-biancalogo-scritta-biancalogo-scritta-biancacropped-logo.png
  • Cinema
  • Serie TV
  • Extra
  • Chi siamo
  • Contatti
✕
            Nessun risultato Vedi tutti i risultati
            27 Marzo 2025
            La recensione di The Monkey, il nuovo horror scritto e diretto da Oz Perkins, tratto da un racconto breve di Stephen King e prodotto da James Wan.
            parallax background

            THE MONKEY, il gioc(attol)o d'autore di Oz Perkins

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Monkey
            USCITA ITALIA: 20 marzo 2025
            USCITA USA: 21 febbraio 2025
            REGIA: Oz Perkins
            SCENEGGIATURA: Oz Perkins
            CON: Theo James, Tatiana Maslany, Colin O'Brien, Adam Scott, Elijah Wood, Oz Perkins
            GENERE: thriller, horror
            DURATA: 98 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Ormai vicinissimo alla consacrazione, Oz Perkins si diverte adattando e stravolgendo un racconto di Stephen King. Scordatevi (fino ad un certo punto di) Longlegs: The Monkey è un falso d’autore, nel quale l’autorialità si palesa nascondendosi nel background, ma agendo comunque su tutto ciò che, di inequivocabile, si trova in rilievo. Un interessante detour per un cinema che si tiene stretta ogni sua ossessione e maledizione.

            In una delle primissime sequenze di The Monkey, quinto lungometraggio di Oz Perkins - figlio d’arte (del più noto Anthony, indimenticato interprete di Norman Bates in Psycho) e di un orrore pari a materiale genetico, ma anche, più recentemente, promessa in rapida ascesa nel panorama contemporaneo, ormai vicinissima alla consacrazione quale suo imprescindibile punto di riferimento -, gli spettatori e gli osservatori più attenti potranno notare sullo sfondo Saturno che divora i suoi figli, opera celeberrima del pittore ottocentesco Francisco Goya, tra le più significative dell'arte figurativa europea, foriera negli anni e nei secoli di numerose interpretazioni e veicolo simbolico di altrettanti temi e significati.

            Tra questi, vi è senza alcun dubbio il conflitto tra vecchiaia e gioventù, ma anche il tempo come divoratore di ogni cosa o, più in generale, la condizione umana nei tempi moderni. C’è chi invece reputa possa raffigurare la “galoppante abdicazione della ragione in favore dell'irrazionalità, riconosciuta come vera forza motrice di ogni comportamento umano”. Comunque e qualunque sia l’essenza di questo capolavoro dall’iconismo senza tempo, è proprio per questa sua complessità ermeneutica, per le sue molte accezioni, che Perkins lo intrufola all’inizio del suo film, raddoppiandone, duplicandone a sua volta il valore.

            Trattasi infatti di una copia (d’autore), posta in secondo piano, ripresa quel poco che basta per non riuscire a coglierla ad una prima visone, per perderla di vista in un batter d’occhio. Trattasi, neanche a dirlo, della sottile, subliminale, appartata dichiarazione d’intenti di un film che, per natura e per scelta, rende invece tutto plateale, perché parla di cose evidenti, esplicite, nette, inconfondibili quali il dolore, il lutto e la morte o, per la precisione, l’assurdità del finito, la singolarità dell’inevitabile, e il nostro, ridicolo, grottesco rapporto con tutto questo. 

            La recensione di The Monkey, il nuovo horror scritto e diretto da Oz Perkins, tratto da un racconto breve di Stephen King e prodotto da James Wan.

            In questo modo - col primo dei tanti giochi che popolano un testo di per sé votato ad un atteggiamento e approccio ludico - Perkins vuole altresì suggerire che The Monkey è un falso d’autore, nel quale l’autorialità si palesa nascondendosi nel background (o dietro un trucco posticcio), eppure agendo, in maniere impreviste - come la forza (oscura) del caso - su ciò che si trova, viceversa, in rilievo, più vicino all’obiettivo.

            Vale a dire il racconto - tratto dall’inesauribile calderone di storie, mostri, incubi e immaginari del buon vecchio Stephen King; nello specifico, da una breve novella contenuta nella raccolta Scheletri e stravolta cionondimeno da cima a fondo - di due fratelli gemelli (monozigoti ma diametralmente opposti, oltre che vicendevolmente antipatici e ostili) che, dopo essersi imbattuti in una scimmietta giocattolo fra le cianfrusaglie e i ricordi del padre (sparito un giorno e mai più tornato), assistono a una serie di morti terribili e sanguinose che si svolgono intorno a loro, coinvolgendo addirittura persone a loro care. Nella speranza di lasciarsi alle spalle questo cumulo di orrore apparentemente fatale e inarrestabile, i due decidono di abbandonare la scimmietta e abbandonarsi reciprocamente. Tuttavia, quando le morti inspiegabili tornano a bussare alla porta, saranno costretti a seppellire le reciproche antipatie e “riabbracciarsi” per eliminare, una volta per tutto, il giocattolo infernale.

            Che è "likelife", come la vita, secondo quanto evidentemente(!) riporta e avverte la scatola. E che in fondo si riduce - sulla scorta del Saturno di Goya - ad un atto meccanico che insiste e persiste, ostinato e indolente, finché non termina di colpo dando origine all'unica altra singolarità, all’altro incidente totalizzante insieme all'inizio: la fine, va da sé. Quella di cui noi umani riusciamo, malgrado tutto, a sorprenderci, poiché a tal punto anestetizzati dalle nostre esistenze. Un po' come fossimo scimmiette - possibilmente, dallo sguardo sbarrato e dal sorriso ingannevole - che suonano lo stesso strumento, che battono lo stesso tamburo fino a quando (“non è se, e nemmeno come”) non termina la carica - nostra o di qualcun altro - regalandoci così il frammento eccezionale, peculiare di una vita, al contrario, ossessiva e ridondante. 

            La recensione di The Monkey, il nuovo horror scritto e diretto da Oz Perkins, tratto da un racconto breve di Stephen King e prodotto da James Wan.

            Se quindi la metafora (di un’umanità abietta, esaurita, inconsistente, sull’orlo del baratro) non è chiarissima, e lampante sono i suoi simbolismi esibiti e scaraventati senza filtri addosso allo spettatore (magari vestiti di nero, col viso cianotico e su un cavallo bianco), (in)visibile è viceversa il funzionamento filmico e registico di questo efferato pamphlet. Di questo omaggio di rito a certo cinema horror anni ‘80, a piccoli brividi d’un tempo riaccordati però a nuove sensibilità. Un film mascherato da uno di quei classici B-movie addomesticati, vistosi, modaioli prodotti dal qui presente James Wan (e in parte adagiato sui prototipi e le prerogative di tali prodotti, di sintesi industriale, fautori di icone post-moderne e ipertestuali come la nostra scimmietta, ospite fissa nella storia del cinema dai tempi di Gioventù bruciata), e promosso inoltre come macabro divertissement, “paradiso dell’orrore” o horror house che procede per accumulo ematico, rilancio continuo e fantasioso di momenti gore e splatter via via più estremi e improbabili, e iperboli narrative.

            Tutto vero, ma precipuamente ricercato, anche e soprattutto in questo suo carattere o parvenza di sguaiatezza istintiva. La risposta (e la sostanza) è quindi da ritrovare dietro (le quinte), perché il diavolo - come già insegnava Longlegs - è sempre nei dettagli. O, per la precisione, in una traccia autobiografica che trova sfogo in un racconto di genealogie e rapporti familiari da ricostruire, padri spezzati, convertendo The Monkey quasi in una metabolizzazione, riflessione e interrogazione dai contraccolpi personalissimi.

            Ulteriore segno di un’autorialità - che si distacca dal fondo e si (auto)ritrae nel ghigno inquieto e inquietante del giocattolo malefico - è costituito poi dalle incursioni fulminee di una comicità acre, adiacente ai rudimenti dello slapstick, oltre che da interventi di mordace ironia, maneggiati dalla sceneggiatura dello stesso Perkins e, in sua conformità, dal montaggio affilato e serratissimo di Graham Fortin e Greg Ng. 

            La recensione di The Monkey, il nuovo horror scritto e diretto da Oz Perkins, tratto da un racconto breve di Stephen King e prodotto da James Wan.

            Sono allora queste pennellate, questi scatti rapsodici che, in fin dei conti, fanno la differenza, riuscendo non soltanto a coesistere sorprendentemente con l’algida, rigorosa, talora manieristica costruzione formale ed estetica di Perkins - a nostro avviso (più) croce (ch)e delizia fin dal debutto -, ma anzi portandone i caratteri e la cifra stilistica ad una dimensione altra e decisamente più interessante e stimolante.

            Potrebbe quindi sembrare giusto e logico sperare che gli sforzi di questa nuova voce - che con The Monkey dimostra, tra l'altro, di conoscere a tal punto il (suo) pubblico da sapere esattamente quando e come può ribaltarne le aspettative e spiazzarlo - perdurino lungo simili frequenze, ma equivarrebbe ad illudersi. Difatti, è oltremodo indubbio quanto questo strano incrocio, o “coda vestigiale” che dir si voglia, tra il mondo kinghiano, la filosofia fatalista, assurda e paradossale dei fratelli Coen, un distillato pseudo-elevated di Final Destination, qualche riecheggio di Saw, e tratti delle splatter comedy di Sam Raimi, sia in realtà una (l'ennesima) variabile controllata, tutt’al più un detour per un cinema che si tiene stretta, anzi strettissima ogni sua ossessione e maledizione.

            Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
            In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.

            Condividi
            51

            Articoli correlati

            La recensione di Illusione, il nuovo film thriller di Francesca Archibugi, con Michele Riondino, Jasmine Trinca e Filippo Timi.
            8 Maggio 2026

            L’Illusione (fin troppo reale) del cinema italiano


            Leggi di più
            La recensione di Mortal Kombat II, il nuovo film di Simon McQuoid tratto dalla serie di videogiochi di lotta, con Karl Urban.
            8 Maggio 2026

            Mortal Kombat II è un contrattacco al cinema action di oggi


            Leggi di più
            La recensione di The Long Walk, il film di Francis Lawrence tratto dal romanzo di Stephen King, con Cooper Hoffman e Mark Hamill.
            30 Aprile 2026

            The Long Walk fatica a reggersi sulle proprie gambe


            Leggi di più

            NEWSLETTER

            Appassionati al mondo del cinema e delle serie tv, appassionati a Cinemando!

            Iscriviti ora

            CINEMANDO

            Email: cinemandopost@gmail.com

            SEGUICI

            • Facebook
            • Instagram
            © Cinemando - Recensioni Cinema e Serie TV. Tutti i diritti riservati. - Privacy Policy - Cookie Policy
                      Nessun risultato Vedi tutti i risultati