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            8 Maggio 2026
            La recensione di Mortal Kombat II, il nuovo film di Simon McQuoid tratto dalla serie di videogiochi di lotta, con Karl Urban.
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            MORTAL KOMBAT II è un contrattacco al cinema action di oggi

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Mortal Kombat II
            USCITA ITALIA: 6 maggio 2026
            USCITA USA: 8 maggio 2025
            REGIA: Simon McQuoid
            SCENEGGIATURA: Jeremy Slater
            CON: Karl Urban, Adeline Rudolph, Jessica McNamee, Josh Lawson, Ludi Lin, Mehcad Brooks, Damon Herriman, Chin Han, Tadanobu Asano, Hiroyuki Sanada
            GENERE: azione, avventura, fantastico, thriller
            DURATA: 116 min

            VOTO: 5.5

            RECENSIONE:

            Vorrebbe essere un contrattacco all’action contemporaneo, ma è soprattutto un ritorno goffo, rumoroso e compiaciuto al caos ipertrofico degli anni ’90: Mortal Kombat II rilancia il proprio immaginario inciampando in una messa in scena piatta, in una scrittura elementare e in una contraddizione di fondo mai risolta. Un giocattolone che combatte, intrattiene a intermittenza e, alla lunga, soccombe sotto il peso dell'ineludibile tirannia del fanservice. Fatality.

            Il pubblico di oggi non vuole più quelle “stronzate anni ‘90”, ma “cose più crude, reali tipo Keanu Reeves che fa fuori decine di uomini con una matita”. Qualcuno spieghi a Johnny Cage - star (disillusa e spaccona, à la Van Damme o Seagal, per intenderci) di vecchi action movie di serie B, se non Z del calibro di Uncaged Fury e Citizen Cage - che John Wick non è nemmeno lontanamente un cinema reale o realistico. Lo stesso, questo piccolo frammento della sceneggiatura di Jeremy Slater (meglio noto o temuto per disastri quali il Fantastic 4 di Josh Trank, l’adattamento Netflix di Death Note o la serie Marvel Moon Knight, ma anche penna di Godzilla vs. Kong, il film grazie a cui, probabilmente, ha avuto questo ingaggio) funziona al pari di una cristallina dichiarazioni d’intenti.

            Difatti, restituisce con chiarezza quale sia l’indole che - ancor più rispetto al primo capitolo - anima e scorta Mortal Kombat II del ritornante Simon McQuoid, già regista pubblicitario e ora neofita del lungometraggio. E cioè una sorta di reazione allergica, un contrattacco alla seriosità e gravità nella quale è oggi piombato il cinema action e, più generalmente, d’intrattenimento made in Hollywood, recuperando e reinnestando entro questo panorama lo spirito iperbolico, scanzonato, caciarone, puramente figlio degli anni ‘90 — del suo trash e del suo camp — proprio di uno dei franchise videoludici più longevi e iconici di sempre.

            La stessa serie che, dopo gli scult firmati da Paul W. S. Anderson, nel 2021 (ergo nel pieno della pandemia da Covid-19) fu rilanciato proprio da quel Mortal Kombat. Un film che - pur forte del patrocinio di James Wan - non si distingueva certo per il proprio soggetto, né tantomeno per la sceneggiatura di Greg Russo, Oren Uziel e Dave Callaham, o chissà per quale idea di cinema e di spettacolo. Anzi, non faceva altro che confermare ancora una volta quanto la fabbrica dei sogni sembrasse e sembri considerare il pubblico dei videogiochi alla stregua di una massa di ignoranti o esaltati pieni di testosterone, con capacità intellettive prossime allo zero, costretti a sorbirsi spiegazioni continue e reiterate anche per la più elementare delle mitologie.

            La recensione di Mortal Kombat II, il nuovo film di Simon McQuoid tratto dalla serie di videogiochi di lotta, con Karl Urban.

            D'altra parte, non aiutava il fatto che l’intero impianto drammatico, emotivo e narrativo di quel lunghissimo prologo — più un esercizio di worldbuilding e fondazione mitopoietica che non un vero racconto — si reggesse quasi interamente su un personaggio inedito, tal Cole Young: tra gli eroi e i protagonisti più mosci, anonimi e meno cinematografici mai apparsi sul grande (o sul piccolo) schermo. Un vizio, un’anomalia, un difetto di fabbricazione (o programmazione) che Wan, McQuoid & co. paiono ammettere in questo sequel a lungo atteso nel quale il ruolo, la presenza e quindi l’importanza del nostro ex-prescelto, erede di sangue del clan guerriero degli Hasashi, viene notevolmente ridimensionato, a favore del succitato e infinitamente più carismatico Johnny Cage.

            È lui il centro di gravitazione spettatoriale per questo secondo giro di giostra e il vero volto (promozionale) della pellicola: scovato in una qualche convention di seconda categoria e reclutato dai campioni dell’Earthrealm per partecipare al torneo mortale - il Mortal Kombat appunto, di cui il capitolo precedente aveva offerto appena un assaggio — e sgominare il terribile Shao Kahn, la cui brutale ascesa al potere mette in pericolo il destino e la sopravvivenza stessa della Terra e di tutti i suoi abitanti.

            Ma andiamo con ordine. E quindi, inevitabilmente, torniamo all’ennesima famiglia spezzata, travolta da un male ancestrale, divorata da una sete di sangue e di conquista apparentemente inestinguibili. Facciamo così la conoscenza di Kitana, principessa del regno di Edenia, che da bambina assiste all’uccisione del padre proprio per mano di Kahn, il quale decide poi di adottarla per iniziarla all’arte dell’assassinio. È questo uno dei pochi veri momenti di costruzione narrativa all’interno di un film che, dal canto suo, non perde tempo e sfrutta quel poco che riesce a intavolare come agile pretesto per gettare lo spettatore fin da subito nella mischia.

            Chi fosse rimasto deluso dal passo lento e preparatorio del predecessore può quindi stare tranquillo: Mortal Kombat II mantiene finalmente le promesse implicite nel proprio titolo e nella natura più immediata e riconoscibile della controparte videoludica. Difatti, Slater organizza e impernia la narrazione intorno ad una susseguirsi di round, scandendo le vicende attraverso combattimenti che recuperano spesso non soltanto l’estetica, ma anche la grammatica visiva dei giochi e delle loro iconiche arene. Fatto questo, si limita poi ad inserire, tra uno scontro e l’altro, brevi intermezzi, segmenti accessori e strettamente funzionali a ricordare ai più distratti a che punto ci si trovi, quale sia la posta in gioco o il retroterra “emotivo” dei gladiatori.

            La recensione di Mortal Kombat II, il nuovo film di Simon McQuoid tratto dalla serie di videogiochi di lotta, con Karl Urban.

            Insomma, nemmeno stavolta McQuoid dispone di una sceneggiatura capace di andare oltre un semplice e prevedibile canovaccio, una traccia basilare utile soprattutto a innescare e giustificare il vero cuore dell’operazione: lotte brutali e duelli ferocissimi nei quali, al contrario, si spinge - in maniera ben più decisa rispetto al 2021 - sull’acceleratore della violenza grafica. Ferite aperte, ossa spezzate, corpi mutilati e morti truculente (ma mai, purtroppo, definitive) vengono esibite con un gusto per il gore, un’efferatezza e spietatezza beffarde che non hanno nulla da invidiare ad un qualsiasi capitolo di Final Destination.

            Inutile ribadirlo: la destinazione finale di un prodotto del genere è l’adesione totale — quasi programmatica — ad un principio di intrattenimento sfrenato e defaticante, ad un’affabulazione escapista da puro pop-corn movie, in piena e coerente continuità con quell’immaginario retro a cui tenta, in ogni modo, di riallacciarsi.

            Parliamo di un giocattolone fracassone e ipercitazionista (spesso con accezione sarcastica, da Harry Potter a Il signore degli anelli, da Transformers a Squid Game; c'è persino Grosso guaio a Chinatown) che scorre senza troppi intoppi fino ai titoli di coda, pur restando spesso impantanato, finanche soffocato dalla messa in scena da shooter di McQuoid e del direttore della fotografia (degli ultimi cinque Fast & Furious, di Sonic e The Gray Man) Stephen F. Windon. Il loro è un approccio sostanzialmente mediocre, quasi operaio, mai davvero brillante, ulteriormente intorpidito da soluzioni visive sproporzionate e poco coerenti con il gusto, la mordacità, l’essenza e il potenziale (tutto sommato inespresso) dell’opera, e da una computer grafica farraginosa e pacchiana che sembra fuoriuscire da quegli stessi videogiochi anni ‘90.

            Non solo: Mortal Kombat II inciampa, ma riesce comunque a sopravvivere a una contraddizione di fondo. Potrà pure rivendicare una discendenza da quel cinema spensierato e goliardico di fine Novecento; resta però il fatto che il racconto e la scrittura di Jeremy Slater, così come la regia, finiscono per prendersi dannatamente sul serio, fino a diventare, a tratti, oggetto involontario della stessa parodia che vorrebbero esercitare sulla goffa e modesta paccottiglia action in cui si muove (o si muoveva) Johnny Cage.

            La recensione di Mortal Kombat II, il nuovo film di Simon McQuoid tratto dalla serie di videogiochi di lotta, con Karl Urban.

            Quel che allora riesce a tenere in piedi — e sorprendentemente vivo — il senso del divertimento, insieme ad un minimo di partecipazione spettatoriale, è senza dubbio un cast fisicamente e fisionomicamente centrato, credibile. A partire da un Karl Urban non certo ai livelli di The Boys, ma comunque irresistibile e delizioso nei panni del nostro squattrinato attore; passando per una magnetica Adeline Rudolph, perfettamente calata nel ruolo della principessa guerriera Kitana; senza dimenticare Jessica McNamee e Josh Lawson, un sempre piacevole Damon Herriman e gli immancabili (e indimenticabili) Chin Han, Tadanobu Asano e Hiroyuki Sanada.

            Ciò nondimeno, ognuno di loro si ritrova a dover fare i conti con dialoghi al limite della retorica e di un’ineluttabile pedanteria, infarciti di aforismi di rara genericità — “a volte una luce minuscola basta a sconfiggere l’oscurità”, “la grandezza è dentro di noi” — e con una sensazione diffusa di abbandono. Sono attori lasciati in balia di sé stessi, in modalità pilota automatico, chiamati più a incarnare un immaginario che a interpretarlo davvero, nella speranza che qualcuno scalpiti per (ri)vederlo. Vittime eccellenti, in definitiva, di una sorta di tirannia del fanservice: di un populismo geek, di un’egemonia del fandom alla cui morsa Hollywood sembra ormai non riuscire più a sottrarsi. Fatality.

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