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            6 Novembre 2024
            Longlegs Recensione Cinemando Film Horror con Nicolas Cage
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            LONGLEGS, il diavolo è nei dettagli

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Longlegs
            USCITA ITALIA: 31 ottobre 2024
            USCITA USA: 12 luglio 2024
            REGIA: Oz Perkins
            SCENEGGIATURA: Oz Perkins
            CON: Maika Monroe, Nicolas Cage, Blair Underwood, Alicia Witt
            GENERE: horror, thriller
            DURATA: 101 min
            Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2024

            VOTO: 7+

            RECENSIONE:

            I traumi dell'infanzia e un'oscurità (in)visibile, persistente, che può annidarsi ovunque, sono alla base di Longlegs, quarto tentativo di Oz Perkins dietro la macchina da presa. L’horror prende la piega del thriller poliziesco per raccontare la nostra percezione del male, che Perkins tenta di imbrigliare attraverso il mezzo cinematografico. Di metterlo in scena; di farne forma e formato, in un mimetico (contro-)algoritmo o (contro-)incantesimo autoriale, di cui Nicolas Cage è manifesto estetico.

            Il diavolo è nei dettagli, di solito. Eppure, nel caso di Longlegs - quarta volta dietro la macchina da presa per il figlio (e nipote) d’arte Oz Perkins (il padre, ovviamente, è il più noto Anthony, indimenticato volto dell’hitchockiano Norman Bates di Psycho, la madre è la modella, attrice e fotografa Berry Berenson) - è più giusto dire che il diavolo è nei dettagli della messa in scena a cui ormai ci ha abituati l’aspirante autore, esponente di fatto e di tutto rispetto del panorama horror contemporaneo.

            Un approccio, il suo, chirurgico, preciso al millimetro, dalle tendenze razionaliste e formaliste, mai affidato al caso o al caos degli elementi. L’opposto logico di quello che solitamente racconta e rappresenta nelle sue opere. Ossia i violenti traumi ai quali la vita ci espone continuamente, specie nella proverbiale età dell’innocenza: sintomo occulto di un male più grande, collettivo, atavico che si cela idealmente, originariamente nell’ambiente domestico e familiare, ma che da lì si spande in maniera incontrollata e imprevedibile. Un’oscurità (in)visibile e persistente che può annidarsi ovunque, dietro ogni angolo od ogni volto, e che non perde occasione di insinuarsi da più fronti e latitudini dell’essere.

            Come può essere il tempo: quello passato, culla di complessi di freudiana memoria, lapsus, segreti indicibili o verità inquietanti che si teme tornino a galla da un momento all’altro; e quello presente, di continua e lacerante attesa, di incubi, sussulti, nausee. O ancora, nella congenita e sociale diffidenza nei confronti del prossimo, dell’ignoto, di chi si trova (o viene detto trovarsi) in nostra prossimità. Nella tentazione del male travestito da immacolata opera di salvezza ed espiazione.

            Longlegs Recensione Cinemando Film Horror con Nicolas Cage

            Tarli, questi, che assediano il cinema di Perkins sin dagli esordi, ma che rifanno capolino in questo Longlegs in una dimensione, con un'eco e un senso assoluti, astratti, finanche metafisici, anche se il soggetto lascerebbe presupporre tutto il contrario.

            L’horror prende infatti la piega del thriller poliziesco, di una rituale caccia al serial killer. Quella di cui è incaricata la giovane recluta dell’FBI Lee Harker, tanto promettente quanto singolare (interpretata da una Maika Monroe intonata alla perfezione). L’obiettivo è un individuo non meglio identificato, ma conosciuto unicamente con lo pseudonimo di Longlegs, che pare collegato ad una sequela di stragi familiari avvenute nel corso di decenni e collegate fra loro da numerosi parallelismi e strane coincidenze, un algoritmo parecchio intricato (o, meglio, dalla sua parvenza) e, in particolare, da una serie di missive in codice da lui stesso abbandonate sulle varie scene del crimine.

            C’è solo un piccolo, grande inghippo: queste lettere sono l’unica impronta che, in termini scientifici e forensici, colloca questa persona sui luoghi di delitti, dei quali però si ritiene a dir poco impossibile possa essere l’artefice materiale. Specialmente perché essi sembrano aderire in realtà ad una dinamica, alla prospettiva più tipica di un omicidio-suicidio, con padri di famiglia che, il giorno del nono compleanno delle loro figlie, perdono il senno e decidono di sterminare tutta la loro famiglia, togliendosi la vita poco dopo.

            Ciò detto, la (qualità della) soluzione di questo enigma è forse l’ultima delle preoccupazioni di Oz Perkins, che sviluppa in maniera pretenziosa, persino incostante e asimmetrica, a tal punto arzigogolata da doversi ritagliare una piccola parentesi di didascalismo sul finale (dicasi spiegone) per far tornare - a discapito di una buona porzione del proprio fascino - tutta l’equazione.

            Già, di equazioni algebriche, geometrie dell’orrore, simmetrie fra soggetto e discorso bisogna parlare nel caso di Longlegs o, più generalmente, della filmografia di questo nuovo regista del brivido, dove la trama - nel senso anche di intrigo - altro non è che un pretesto, un alibi, nel bene e nel male, utile a giustificare e accordare esigenze e urgenze più prettamente estetiche ed espressive. La pellicola accumula e sommerge quindi lo spettatore di enigmi, rebus, simboli, ideogrammi, indizi, piste, possibili deduzioni, che porta poi ai limiti del pleonastico. A tal punto che si necessita di uno scardinamento del principio di realtà iniziale, e quindi di allargarsi e così approdare al territorio del soprannaturale, dell’inspiegabile, dell’(in)comprensibile per legittimarlo.

            Il fine ultimo, d'altro canto, è la resa percettiva, emotiva e anche grafica della nostra quotidiana, umana, primordiale esperienza col male, per definizione vertiginoso, informe, imprendibile e immateriale, ché Perkins tenta di imbrigliare, contenere, fotografare attraverso il mezzo cinematografico. Di mettere in scena e quindi di mettere in materia. Di farne forma e formato, mimetico (contro-)algoritmo o (contro-)incantesimo autoriale. 

            Longlegs Recensione Cinemando Film Horror con Nicolas Cage

            Trovare il modo per “trovare le cose”: è questo il suo lavoro, da cui deriva ogni scelta di inquadratura e rappresentazione, taglio al montaggio, movimento di macchina, carrello, varietà nei rapporti d’aspetto e nella resa delle immagini, addirittura lo scorrimento dei titoli di coda. E insieme la consapevolezza che, alla fin fine, il male è tutta una questione di sovrimpressione e sovrapposizione quasi impercettibile di spazio e tempo (non a caso, malgrado il muoversi della pellicola fra 70s e 90s, l’unico segno di un effettivo passare del tempo lo forniscono i vari ritratti dei presidenti americani alle pareti). Un ciclico riproporsi di figure, strutture logiche e regolari, fintamente agghindate, alterate e proposte, incarnate e manifestate in maniere diverse, eccentriche, insospettabili, inizialmente indecifrabili.

            Può esistere un diavolo completamente vestito di bianco? Possiamo crescere senza l’orrore e insieme salvarci dall'oscurità? Il passato può (ri)diventare il nostro presente? La nostra percezione delle cose e delle persone intorno è vera o condizionata? Che poi alla fine si torna sempre lì, alle secolari domande e, va da sé, alle Sacre Scritture. Ad un patto di faustiana memoria. Alla fiaba distorta e perversa di una bambina che doveva essere il burattino di mamma e papà, che doveva crescere con e per loro. E quindi, ad Hansel e Gretel, già rivisitati e ribaltati dallo stesso Perkins. Ma anche al cinema dei padri (con gli algidi e minuziosi teoremi di Stanley Kubrick al servizio di un’indagine di grande allure, surreale e pluridimensionale à la Lynch di Twin Peaks, e riecheggi de Il silenzio degli innocenti e del suo Buffalo Bill), per non parlare di quello dei cugini o fratellastri più prossimi (parliamo del lungo e frazionato viaggio e saggio transmediale sull’uccidere metodico e “decifrato” del David Fincher di Se7en, Zodiac, Millennium - Uomini che odiano le donne, L'amore bugiardo, Mindhunter e The Killer, come pure dei picchi nietzschiani della prima stagione di True Detective, di It Follows di David Robert Mitchell).

            Ne deriva perciò un coacervo di immaginari, iconografie, variegati mondi artistici (non manca il glam rock dei T-Rex di Marc Bolan, di David Bowie, del Lou Reed di Transformer), a sua volta incarnato nel design e nel trucco saturo di un Nicolas Cage finalmente inteso, inquadrato, diretto, desiderato come parte integrante di un racconto che ne coglie e impiega la cifra sregolata e vistosa, senza per forza calcarla.

            Spostandosi però su una nota più personale, si torna, inevitabilmente, anche al cinema di papà Anthony e, di conseguenza, ai segreti di casa Perkins. Nella fattispecie, agli (involontari) aloni metatestuali di quello Psycho che vive al piano di sotto, nella perturbante latenza dell’inconscio e di un’omosessualità paterna repressa e celata con cura maniacale dalla figura materna. E venendo così faccia a faccia con un simulacro di colpa, vizio, sofferenza, capace di fare di Longlegs il primo scarto e scatto significativo di una filmografia che spesso si è affidata e appoggiata (e, per certi versi, lo fa tuttora) sullo stile per non cadere del tutto vittima di una diabolica vanità di fondo.

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