
TOGETHER, l'amore che divora
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Together
USCITA ITALIA: 1 ottobre 2025
USCITA USA: 30 luglio 2025
REGIA: Michael Shanks
SCENEGGIATURA: Michael Shanks
CON: Dave Franco, Alison Brie, Damon Herriman
GENERE: horror, thriller, commedia, sentimentale, drammatico
DURATA: 102 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
Nel suo esordio dietro la macchina da presa di un lungometraggio, l'australiano Michael Shanks combina body horror, mito e psicologia per esplorare la co-dipendenza, le fusioni e le disgregazioni di una coppia contemporanea. Un'opera che vive di intuizioni e della confidenza dei realmente sposati Dave Franco e Alison Brie, capaci di trasformare un’opera talora acerba, ridondante, autoindulgente e docilmente compiuta in una visione che, nonostante i suoi limiti, sa insinuarsi sotto pelle.
Durante la visione di Together - l’esordio alla regia di un lungometraggio per lo sceneggiatore, effettista e youtuber australiano Michael Shanks - può capitare che saltino alla mente le parole di una nota canzone del 1964 di Bobby Rydell. E cioè Two Is The Loneliest Number - da non confondere con la similare e ben più nota (seppur successiva) One di Harry Nilsson. Un brano, quello di Rydell, che come lascia intendere il titolo racconta la distanza emotiva all'interno di una relazione, tra due persone i cui occhi non vedono più quello che vedevano prima, le cui labbra non si baciano più come un tempo, e i cui cuori non battono più all’unisono.
Malgrado Shanks abbia evidentemente tutt’altro tipo di gusti musicali (tanto da dire la stessa cosa, in musica, con l’ancora più letterale 2 Become 1 delle Spice Girls, anch’elle al loro debutto), il senso delle parole rimane lo stesso. E queste cantate sanno spiegare con efficacia e facilità di chi e cosa parli Together.

Ossia, innanzitutto, di Millie e Tim. Lei, una ragazza, donna, insegnante raggiante, vivace, brillante. Lui, un ragazzo, uomo, musicista ancora al disperato pedinamento del sogno naif e adolescenziale di diventare una rockstar di fama mondiale, senza tuttavia fare i conti coi propri limiti, l’ingeneroso passare del tempo, gli egocentrismi e le carenze nei confronti della sua dolce metà.
Dopo dieci anni insieme, il loro rapporto sembra aver intrapreso quella traiettoria lenta e dolorosa che porta dall’innamoramento travolgente alla disillusione, dall’alleanza incondizionata alla stanchezza reciproca, dal fuoco della passione ad un’abitudine retta su un rancore sottile o, peggio, su un’assuefazione malsana. O, addirittura, su una sopportazione survivalista che li intrappola e incatena reciprocamente agli eccessi e successi dell’una, e all’incompiutezza e fallimenti dell’altro.
Insomma, entrambi sembrerebbero chiamati, una volta per tutte, ad una scelta: fare il proverbiale grande passo e portare la loro storia al livello successivo, oppure trovare il modo e la forza per mollarsi. In attesa che Tim si decida ad accettare un fantomatico anello, i due sfruttano l’opportunità offerta da una nuova esperienza lavorativa di Millie per trasferirsi, provare e (si spera) trovare un habitat inedito per sé e la propria vita assieme.
“Ricominciamo” e ricominciano, quindi, da una dimensione rurale, campestre, salubre. Fino a quando, durante un’escursione improvvisata, non precipitano per sbaglio in una misteriosa grotta che custodisce i resti di un’antica cappella esoterica, dominata da una piscina naturale. Assetati, Millie e Tim bevono quell’acqua enigmatica e da quel momento i loro corpi iniziano a trasformarsi in modi inquietanti e mostruosi.
Attrazione e repulsione si alternano in un processo di fusione anomala, dolorosa e insostenibile, che sfocia in un crescendo di angoscia soffocante e li costringe, infine, a rimettere in discussione i termini della propria relazione. A prendere, come già molti prima di loro hanno fatto in questo ultimo periodo (si pensi alle storie e alle svariate coppie protagoniste di Dieci capodanni, Material Love, I Roses, Black Bag, Colpi d’amore, Companion, senza dimenticare il più “remoto” Her), la temperatura di quel che significa stare insieme oggi.
Nel caso specifico di Millie e Tim e del loro regista Michael Shanks, l’attenzione è però rivolta alla co-dipendenza, alla monogamia, al concetto di romanticismo e al risentimento delle e nelle relazioni contemporanee, partendo nondimeno da una doppia matrice mitologica. Ergo dalla mela di Platone, quell’immagine contenuta nel mito di Aristofane (o dell'androgino) narrato nel Simposio. Secondo il filosofo, un tempo esistevano esseri perfetti e autosufficienti, composti da due metà unite, che poi Zeus, invidioso, divise. Da allora, gli esseri umani vivono la condizione di cercare la propria metà mancante, l'anima gemella, per ritrovare la completezza perduta.
Meno esplicito, ma comunque presente è il mito (questo, biblico) del leviatano, mostro marino che nella tradizione giudaico-cristiana incarna la forza indomabile del caos e l’orrore dell’inghiottimento. Questa parabola non viene mai citata direttamente in Together, ma aleggia come ombra simbolica attorno all’acqua della grotta, alla sua attrazione irresistibile e al destino di annientamento che essa promette. L’acqua, dunque, non è soltanto veicolo di trasformazione fisica, ma diventa medium di un’unione oscura e deformante, in cui l’amore prima di sublimarsi e di tornare eventualmente ad essere tale, si corrompe, al punto da segnare, plasmare, divorare i corpi e le identità degli amanti, ridefinite così in maniera definitiva e immutabile.

Con simili premesse, la sintonia, la fusione col filone del body horror - mai così prospero e considerato come dopo l’eccezionale e travolgente The Substance - viene praticamente da sé. In tal senso - pur giungendo a noi come un’opera gemellare eppure in chiave minore rispetto al film di Fargeat - Together ha il pregio di non limitarsi a replicare gli stilemi, gli umori, gli odori, i fluidi, gli effetti (di shock e raccapriccio) di un genere che, dopo Cronenberg e le sue eredità sparse, ha ormai colonizzato l’immaginario contemporaneo.
Difatti, non possiamo davvero parlare di un horror della (nuova) carne, quanto piuttosto di un horror dei (nuovi) legami, con la mutazione corporea che si fa estensione e allegoria della trasformazione emotiva, dell’impossibilità di separare io e tu senza lacerazioni, senza traumi irreversibili.
Quella di Shanks si pone perciò quale operazione al contempo derivativa e personale. Derivativa, perché attinge a un filone preciso, con rimandi che vanno da Yuzna a Polanski, da Raimi ad Aster, e venature ironiche che riecheggiano, in maniere del tutto imperscrutabili, a certo stoner cinema. Personale, poiché riesce a piegare, in un afflato pseudo-melodrammatico, quell’estetica ad un discorso sulla coppia e sulla quotidianità, sull’usura dei rapporti e sul cortocircuito tra desiderio e repulsione.
Le mutazioni di Tim e Millie, lungi dall’essere puro esercizio di stile, finiscono per essere così l’aberrante concretizzazione di tutto ciò che nelle relazioni - nonché in un mondo frenetico, dominato da una continua e affannosa autopropaganda che va di pari passo con la necessità di autorealizzazione - si vorrebbe negare o rimuovere. E quindi l’egoismo, la dipendenza, la paura dell’abbandono, la tentazione della fuga.
Il corpo che si deforma è lo specchio di un amore che non sa più riconoscersi, che cerca disperatamente di rimanere unito ma che al tempo stesso implode sotto il peso delle proprie contraddizioni. E il risultato è una pellicola che si muove in equilibrio instabile fra il sentimentalismo e il grottesco, tra l’intimità domestica e l’incubo visivo, che vorrebbe tenere insieme (pardon) la spettacolarità dell’effettistica speciale e l’acume dell’analisi psicologica, il mito antico e la nevrosi moderna, il desiderio di fusione e l’incubo della dissoluzione.
Un’opera, Together, che si connota per un registro, una natura, un’essenza sfuggente, imprecisa, tremolante che purtroppo fatica a trovare una sintesi vera e forte. Oscillante, del resto, è anche la stessa materia filmica, che vede alternarsi mirabili e promettenti intuizioni di regia e costruzione del brivido, della tensione e persino dei sempre più inflazionati jumpscare, a qualche - e talora rovinosa - caduta di stile riconducibile con ogni probabilità alla poca esperienza del suo autore.
Il riferimento è ad un finale eccessivamente prolungato, che sembra più interessato all’accumulo di immagini iconiche (o virali, di questi tempi), che non all’economia del racconto e del discorso. O ancora, ad uno squilibrio evidente - ma del resto abbastanza diffuso nel panorama horrorifico contemporaneo - tra il grande tema, il messaggio (sviluppati a tratti con pedanteria e didascalismi che portano tra l’altro a chiarire e spiegare, in maniera quasi cattedratica, alcune delle proprie ispirazioni) e il genere, spesso ridotto a ornamento, coefficiente visivo di qualcosa già ampiamente esplorato trattato a parole.

Ciò detto, se è vero che la fortuna aiuta i principianti, quella di Shanks e del suo Together risiede, in particolare, nella presenza di Dave Franco e Alison Brie, coppia non solo sullo schermo ma anche nella vita reale, qui impegnati in un personale reenactment al pari di quanto accadde a Tom Cruise e Nicole Kidman - con tutte le dovute precisazioni - in e per Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick.
Non contano perciò le capacità tecniche, artistiche ed espressive, bensì la loro intesa, alchimia e confidenza. Doti palpabili, queste, che consentono al film di poter osare con sicurezza, mantenendo una credibilità emotiva che altrimenti rischierebbe di perdersi tra ambizioni ed eccessi.
Sono loro, in definitiva, a cauterizzare le ferite effettive e possibili del progetto. E a trasformare un’opera prima talvolta acerba, ridondante, autoindulgente e docilmente compiuta in una visione che, nonostante i suoi limiti, sa insinuarsi sotto pelle.
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