
I ROSES, cattiverie in domicilio
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Roses
USCITA ITALIA: 27 agosto 2025
USCITA USA: 29 agosto 2025
REGIA: Jay Roach
SCENEGGIATURA: Tony McNamara
CON: Benedict Cumberbatch, Olivia Colman, Andy Samberg, Allison Janney
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 105 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Dal romanzo di Warren Adler già portato al cinema da Danny DeVito, Jay Roach tenta una nuova rilettura aggiornata alle dinamiche di coppia contemporanee. Con Olivia Colman e Benedict Cumberbatch nei panni di due coniugi apparentemente perfetti, ma presto travolti da tempeste domestiche e rivalità professionali, I Roses promette un duello corrosivo che però non trova mai la sua intensità, smussato da una scrittura frammentaria e da una messa in scena più compiaciuta che davvero crudele.
Cattiverie in domicilio. Storpiamo il titolo di un piccolo caso di qualche anno fa per introdurre I Roses di Jay Roach, un film che, con quello diretto da Thea Sharrock, condivide numerosi punti di contatto e non solo. Parliamo infatti di un’altra commedia nera in cui due fuoriclasse (e attori) britannici - fra cui proprio la ritornante Olivia Colman - se la spassano nel mettere in scena un duello verbale al vetriolo, fatto (idealmente) di frecciate corrosive, insulti affilati come lame e improvvise smargiassate che non risparmiano nessuno. La promessa e il divertimento – il loro e, inevitabilmente, il nostro – stanno proprio nel vedere fin dove sono disposti a spingersi, in un'escalation di crudeltà che stravolge dinamiche abbastanza ordinarie.
Come forse saprete, la pellicola altro non è che un nuovo adattamento del romanzo del 1981 di Warren Adler La guerra dei Roses, già portato al cinema nel 1989 da Danny DeVito. Protagonisti allora erano Michael Douglas e Kathleen Turner, cioè uno dei duetti più applauditi di Hollywood, lì al terzo “matrimonio” su schermo, nei rispettivi panni di Oliver e Barbara Rose. Lui, massimo simbolo del potere maschile e del fallocentrismo dell’epoca (e la scelta di Douglas non era casuale), uomo dispotico, scostante, ma di enorme successo, esclusivamente concentrato sulla propria carriera, da cui verrà però strappato con violenza quando si ritroverà stretto nelle spire di un matrimonio che sta per saltare in aria. Lei, d’altro canto, incarnava la ribellione soffocata di un femminile (moglie e madre) che scopre quanto il suo ruolo sia stato ridotto a funzione accessoria, decidendo pertanto di riprendersi lo spazio negato, a costo di trasformare la casa dei sogni (quella da lei costruita e pensata anche nel più minimo particolare) in un ring di crudeltà. Da cui la forza corrosiva del film di DeVito, volto a mostrare come dietro la facciata del benessere (alto-)borghese si annidassero e si annidino tensioni insanabili, destinate a esplodere in una guerra privata tanto feroce quanto paradossalmente comica.

Per I Roses, Jay Roach aggiorna alle derive del contemporaneo e ribalta secondo sensibilità moderne questo impianto di base. Lo stesso seguiamo le vicende di una coppia apparentemente intonata, armonica, proverbialmente fatta per stare insieme. Loro sono Theo, un geniale e ambizioso architetto dallo spiccato senso estetico (spesso a discapito della funzionalità delle sue creazioni) sul punto di consacrarsi grazie al disegno e alla progettazione di un museo nautico d’alto profilo a San Francisco; e Ivy, cuoca eccentrica e fantasiosa, che però ha sacrificato una promettente carriera nella ristorazione per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia.
Tutto, o quasi, cambia quando Theo decide di riaccendere in lei quel desiderio, acquistando un locale scalcinato e trasformandolo in un bistrot di pesce. Ma una tempesta improvvisa sconvolge la città e diventa metafora del loro rapporto: l’edificio progettato dall’architetto crolla, distruggendone di colpo la reputazione, mentre il ristorante di Ivy finisce sotto i riflettori e la trasforma, quasi per caso, in una celebrità culinaria.
Ed è qui che si situa il ribaltamento: lui, una promessa fallita e umiliata, lei una figura che conquista autonomia, successo e riconoscimento. È un’idea che funziona soprattutto nel sottolineare quanto siano mutati gli equilibri all’interno delle coppie eterosessuali contemporanee, e che permette al film di inserirsi in un discorso più ampio sull’evoluzione dei rapporti di potere nella sfera privata.
Tuttavia, se il punto di partenza appare stimolante, la sua elaborazione non sempre mantiene le promesse. Roach - che ha già dimostrato interesse per i meccanismi delle relazioni e per gli equilibri di potere dentro (Ti presento i miei) e fuori l’ambiente domestico (L’ultima parola, Bombshell) - qui si lascia scortare fin troppo dall’innegabile carisma, simpatia e affiatamento tra Olivia Colman e Benedict Cumberbatch.
Questi, d’altra parte, lavorano quasi di mestiere, offrendo interpretazioni solide, soprattutto nella gestione dei dialoghi serrati e delle frecciate sarcastiche. Ciò nondimeno, non raggiungono mai – e il film di seguito – la chimica detonante che animava la coppia originale. Il problema maggiore risiede proprio nella loro dinamica: non incarnano mai davvero i personaggi, ma restano sempre interpreti riconoscibili, come se a ogni battuta trasparisse lo sforzo recitativo più che l’autenticità della relazione. Non è sufficiente la bravura tecnica o l’ironia ben calibrata a farli apparire come una coppia plausibile; manca quella sospensione dell’incredulità, come pure un legame scenico forte, con quella densità emotiva necessaria. Ne risulta una storia che perde il proprio baricentro essenziale.

A pesare, in tal senso, è anche una certa prudenza e pudore nella messa in scena: I Roses preferisce suggerire piuttosto che mostrare, soprattutto sul piano della fisicità e della sessualità, e questa scelta finisce per attenuare la carica eversiva del materiale di partenza. Il copione del Tony McNamara de La favorita e Povere creature! conserva la sua verve corrosiva, ma tende a ripetersi, accumulando battute e insulti che col tempo perdono intensità. Fin troppo sconnesso, scollegato, frammentato in episodi e scenette autarchiche, questa non riesce mai a generare un flusso comico naturale, continuo e contiguo. A tratti, inoltre, sembra voler aprire parentesi su temi accessori – come il caricaturale confronto culturale tra inglesi e statunitensi – ma tutto rimane troppo all’acqua di rose. O, per meglio dire, di Roses. Non più graffiante dei comprimari, portati in scena da Andy Samberg, Kate McKinnon, Ncuti Gatwa e Jamie Demetriou col pilota automatico.
“Siamo stati sempre bravi con le parole – si dice a un certo punto – ma non abbiamo mai trovato quelle giuste”: una battuta che finisce per suonare come un’amara auto-diagnosi della sceneggiatura stessa, brillante nell’intuizione, meno efficace nell’esecuzione. Un po’ come tutto il film-casa: architettura-contenitore vistosa, appariscente, spettacolare, finanche autocompiaciuta, ma pensata per solo e puro capriccio. Per custodire qualcosa di vuoto, blando, futile e alfine inconsistente.
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