
Sotto le bende niente, o LEE CRONIN - LA MUMMIA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Lee Cronin's The Mummy
USCITA ITALIA: 16 aprile 2026
USCITA USA: 17 aprile 2026
REGIA: Lee Cronin
SCENEGGIATURA: Lee Cronin
CON: Jack Reynor, Laia Costa, May Calamawy, Natalie Grace, Veronica Falcón
GENERE: horror, thriller, drammatico
DURATA: 134 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Più che un film, un brutale collage di riferimenti horror: la rilettura splatter de La Mummia firmata da Lee Cronin somiglia un po’ a tutto – da L’esorcista a The Conjuring, tra derive domestiche e ossessioni familiari – ma non riesce mai a trovare una forma davvero propria, finendo per accumulare suggestioni e cliché in un insieme la cui unica, mancata occasione risiedeva forse in una più coraggiosa virata comica.
S’intitola Lee Cronin - La mummia, il terzo e nuovo lungometraggio (neanche a dirlo) del regista e sceneggiatore irlandese Lee Cronin, ultimo pupillo della bottega degli orrori hollywoodiana per causa o per merito dell’ennesimo tentativo di rianimazione e rilancio del franchise La casa, con il convenzionalissimo giochino postmoderno altrimenti “noto” come Il risveglio del male. Una thrill ride senza infamia e senza lode, che però sembrerebbe aver fatto colpo sulla (ormai fu) “premiata ditta” Jason Blum e James Wan - alla ricerca di un nuovo fenomeno da brivido dopo qualche anno di magra - a tal punto da convincerli ad affidargli una rilettura, una rivisitazione, una reinterpretazione, se si vuole, del cult quasi centenario diretto da Karl Freund, con protagonista un indimenticato e sempiterno Boris Karloff.
Appunto: Lee Cronin – La mummia, dicevamo, che nondimeno si intitola in questo bizzarro modo non certo per chissà quale forma di certificazione, riconoscimento o investitura autoriale del nostro (ben lontano, va da sé, da chi un simile onore lo ha realmente ottenuto: Federico Fellini, John Carpenter, Wes Craven, Tim Burton, Guillermo del Toro). No, questo titolo è più che altro un’indicazione di posizionamento. Più banalmente, una mossa da parte di Warner Bros. al fine di distinguersi, non inimicarsi o, peggio, venir querelata o contestata dall’avversaria Universal, brevettatrice e detentrice storica della proprietà intellettuale de La mummia (l’originale, l’unica e sola).
Un marchio che lo studio ha declinato prima in chiave avventurosa e action con la trilogia inaugurata da Stephen Sommers e interpretata da Brendan Fraser e Rachel Weisz — a sua volta genitrice dello spin-off dedicato al Re Scorpione, che ha infamemente segnato il debutto cinematografico di Dwayne “The Rock” Johnson —, e poi in una versione più marcatamente cine-fumettistica, nel primo, ambizioso tassello del fallimentare Dark Universe modellato sul calco del decennale maxi-disegno Marvel, e cucito addosso al corpo “prodauttoriale” e divistico di Tom Cruise, sotto la regia pigra e svogliata di Alex Kurtzman.

Insomma, è tutta una questione di brand e franchise, riconoscibilità pop e "denominazioni legali", Lee Cronin - La mummia, che s’intitola così anche e soprattutto perché “Lee Cronin voleva così tanto girare il nuovo capitolo de L’esorcista, ma Mike Flanagan gli ha soffiato l’incarico” sarebbe risultato decisamente troppo lungo — e, peraltro, poco spendibile sul piano commerciale. Eppure è proprio questa boutade a restituire al meglio l’indole del film: un oggetto i cui (immaginati) retroscena produttivi finiscono con ogni probabilità per esserne l’aspetto più intrigante. Una sensazione, questa, che si riflette puntualmente nel decorso caotico e insieme paradossalmente schematico dei 134 minuti — infiniti, estenuanti — lungo i quali si dipanano le vicende dei coniugi Cannon e dei loro due figli.
Di stanza in Egitto, in una Il Cairo che è in realtà una controfigura spagnola, (l’insicuro, ridicolo, bambinesco e improbabilmente brillante) Charlie, inviato di punta di un grande telegiornale statunitense, e (l’insofferente, quasi diafana) Larissa, infermiera costretta a massacranti turni in un ospedale cittadino, conducono un’esistenza abbastanza ordinaria e routinaria, che un giorno viene purtroppo e prevedibilmente spezzata dalla scomparsa di Katie, la figlia maggiore. Stacco. Trascorrono otto anni e la coppia - tornata in patria, nella parimenti desertica Albuquerque, in New Mexico - ha appena ricominciato a vivere o comunque prova a tirare avanti, dedicandosi a Sebastian, il figlio superstite, la piccola, nuova venuta Maud, con l'aiuto di nonna Carmen (devota ancor prima che a Dio, all’apparenza, ai prodotti di cosmesi e a Sophia Loren).
Ma una telefonata e una notizia, che piomba letteralmente dal cielo, ne scuote di nuovo l'appena ritrovato benessere: Katie è stata ritrovata, anche se non nella maniera e nelle circostanze più auspicabili. Il suo corpo irriconoscibile, debolissimo, devastato, logoro, in stato catatonico, si trovava infatti all’interno di un sarcofago egizio, coperto di bende. Inutile dire che, con simili premesse, il proverbiale sospiro di sollievo dura ben poco: i Cannon non fanno in tempo a rimettere piede sul suolo americano con la primogenita che strani incidenti ed episodi inquietanti iniziano a verificarsi in casa loro...

Ecco, la caratteristica che fin dai primissimi istanti salta all’occhio de La mummia di Lee Cronin è senz’altro la sua banalità e la totale mancanza di una qualsiasi forma di impegno o inventiva in un soggetto e in una narrazione che - in linea con una certa tendenza dell’horror contemporaneo - riposiziona, ricolloca e rivede il mito all’interno delle mura domestiche, facendo della famiglia e degli affetti la culla di ogni male, come già accadeva in Hole e nel precedente Il risveglio del male.
D’altronde, è proprio a quest’ultimo preciso immaginario che parrebbe rifarsi il regista, pensando magari che potesse essere una strategia vincente approcciare La mummia trattandolo come fosse qualcos’altro. O, meglio, tramite atmosfere, segni, echi e riflessi, elementi emblematici e peculiari di tanti altri film, come appunto i succitati La casa e L’esorcista, Shining e La mosca, oppure ancora The Conjuring e Hereditary. Un pensiero inevitabilmente ingenuo e insensato, giacché la pellicola finisce per assomigliare a tutto, senza sapere di niente in particolare.
Questo suo essere sempliciotto, facilone e derivativo, unito alla fallace convinzione di saper dosare registri, toni, sfumature differenti (dall’ironico e autoironico al drammatico, fino ovviamente al thrilling, al terrore e al raccapriccio) e al volersi addirittura dare una grandeur narrativa e produttiva, è quello che condanna il film ad una genericità, insipienza e goffaggine di fondo. E ogni tentativo di sconfessare l’inevitabile finisce invero per soccombere di fronte ad una scrittura sconclusionata e sciocca, che procede in automatico nella sua tragicomica funzione di pretesto atto solo ed esclusivamente a giustificare un uso anche (dis)gustosamente divertito, brutale — talvolta quasi ardito per gli standard dei popcorn movie — dello splatter e del gore, tra carne sanguinolenta, liquidi di varia natura, croste putrescenti, denti marci e unghie fossilizzate.
Il che è l’unica scriteriata ragione per cui, tutto sommato, potrebbe valere la pena vedere La mummia di Lee Cronin, o comunque per sorbirsi oltre due ore di un prodotto che, al di là della volontaria ripugnanza, non è nemmeno eseguito a regola d’arte.

Parliamo di attori lasciati in balia di loro stessi, mal (e non) diretti, di interpretazioni affettate - soprattutto nei tremendi passaggi melò - e di una recitazione insignificante tutta bocche spalancate, occhi strabuzzati, rantoli e singhiozzi. E ancora, di qualche imbarazzante incertezza nell’uso del grandangolo da parte del direttore della fotografia Dave Garbett. Oppure, di una rappresentazione dell’Egitto tanto progressista quanto colonizzata, come solo il cinema americano sembra ancora saper concepire. Senza dimenticare infine un design spaventosamente anonimo della piccola creatura à la Regan MacNeil, ed effetti visivi a dir poco posticci.
Forse, l'unica vera possibilità di sovvertire esiti scritti per davvero nella pietra (o in polverose bende) sarebbe stata quella di abbracciare la via della parodia, o quantomeno della horror comedy. I semi c’erano — da Scooby-Doo alla televisione, fino ad una sequenza di funerale che sembra omaggiare (si spera consapevolmente) Scary Movie 3 — ma è mancato, evidentemente, chi fosse in grado e avesse il coraggio necessario ad officiare il rito.
E sì, “una risata vi seppellirà”, ma solo se non si è già sottoterra.
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