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            17 Aprile 2026
            La recensione di Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani tratto da Giani Stuparich, con Stella Wendick e Giacomo Covi
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            UN ANNO DI SCUOLA, Laura Samani dà ripetizioni al cinema italiano

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Un anno di scuola
            USCITA ITALIA: 9 aprile 2026
            REGIA: Laura Samani
            SCENEGGIATURA: Elisa Dondi, Laura Samani
            CON: Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, Magnus Krepper
            GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
            DURATA: 102 min
            Premio Orizzonti per il miglior attore al Festival di Venezia 2025

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Un racconto di formazione che rifugge ogni retorica consolatoria e affida ai corpi, ai silenzi e alla lingua la sua verità più profonda: in Un anno di scuola Laura Samani osserva un’adolescenza maschile trattenuta e una presenza femminile libera e già proiettata altrove, restituendo un cinema di frontiere, fatto di sguardi, sottrazioni e piccole rivelazioni che mettono a nudo le fragilità di un mondo ancora incrostato di modelli patriarcali.

            E se il senso dell’adolescenza, del crescere, del diventare grandi (o diventare vecchi) fosse la perdita? “Perdere”, verbo transitivo inteso in ogni sua densità, nei suoi diversi strati, nei vari livelli, nelle accezioni di significato lessicale e(rgo) esistenziale. Smarrire qualcosa. Restare privo. Non avere più considerazione da parte dell’altro o, viceversa, nell’altro. Provare a non accanirsi.

            È questo uno dei discorsi, una delle idee e delle intuizioni più finemente folgoranti di Un anno di scuola, opera seconda per quella Laura Samani che, nel 2021, piombò e irruppe nel panorama cinematografico italiano come un proverbiale fulmine a ciel sereno grazie, per l’appunto, al suo film d'esordio, Piccolo corpo. Un progetto (comprensibilmente) baciato dalla fortuna che, dalla presentazione alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, ha condotto questa giovane regista triestina (classe 1989) alla vittoria di un David di Donatello. Un’opera che, fin da subito, rivelava un talento raro, capace di far convivere un realismo storico minuzioso e materico con aperture vertiginose verso il fantastico e il fiabesco. E un cinema che non nasconde i propri riferimenti — da Rohrwacher a Sciamma, da Crialese a Frammartino, fino a Bresson e Béla Tarr — ma che riesce a trasfigurarli in qualcosa di profondamente personale, autentico.

            In Piccolo corpo, infatti, tutto si condensava nella relazione tra corpi tenuti ai margini, animati, mossi, attraversati da una potenza silente in un paesaggio fortemente simbolico, e un mondo popolato da figure liminali: briganti, streghe, traghettatori di anime; sospeso tra sogno e magia, eppure radicato in una realtà sempre tangibile, concreta, finanche tattile. E ancora, in quell’orizzonte di contrasto e resistenza atavica tra un femminile e una maternità indomiti, tenaci, inafferrabili, divisi nello spazio e dissociata nello spirito, misteriosamente refrattari ad ogni codificazione; e un sistema di regole, credenze, dispositivi sociali e religiosi che tentavano di contenerli, definirli, addomesticarli.

            La recensione di Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani tratto da Giani Stuparich, con Stella Wendick e Giacomo Covi

            Un film, Piccolo corpo, che parlava fondamentalmente di morte, ricordandola, mettendocela letteralmente, praticamente sotto gli occhi in quasi ogni inquadratura. E rispetto cui il suo successore si pone come l’opposto logico, il controcampo o controcanto ideale. È la vita — neanche a dirlo — il motore implicito di Un anno di scuola, che, diversamente dal debutto, Laura Samani realizza (insieme all’inseparabile e ormai sodale Elisa Dondi) a partire dall’omonimo racconto del 1929 del concittadino Giani Stuparich. Un testo in cui la regista si era imbattuta durante gli anni di frequentazione del liceo triestino Dante Alighieri, dov'è ambientata la storia.

            Protagonista di questa novella è tal Edda Marty, ragazza del 1909 che ottiene, per la prima volta, l’accesso all’ottavo anno di ginnasio — tappa decisiva per l’ingresso all’università e, con essa, alla possibilità concreta di una vita autonoma e libera. Unica presenza femminile tra una ventina di compagni maschi, diventa inevitabilmente il centro delle loro giornate e dei loro turbamenti. Ciascuno, a modo proprio, finisce per innamorarsi di lei. Di quella figura che vorrebbe soltanto far parte di un equilibrio condiviso, ma che in fondo incarna un ideale femminile che sembra nascere proprio dalla città di Svevo e di Saba: insieme fragile e determinata, composta e inquieta, dolce e “temeraria”. Il rapporto con Antero, il più introverso e sensibile tra i compagni, si sviluppa lungo una traiettoria che si carica progressivamente di tensione, fino a sfiorare il tragico, intrecciando eros e morte mentre la classe si avvicina agli esami finali.

            Il breve testo di Stuparich è, al contempo, il ritratto di una stagione della vita destinata a non ripetersi e una malinconica rievocazione della Trieste di inizio Novecento: "città di confine, attraversata da fermenti culturali e contraddizioni, una sorta di Vienna affacciata sull’Adriatico". Ebbene, è qui che intervengono Samani e Dondi, rimaneggiando le vicende di Edda e dei suoi compagni, l’immagine di questa Italia irredentista, trasportandole in un’Italia e in una Trieste di inizio anni Duemila. Più precisamente, del 2007, in pieno governo Berlusconi, prossima alla caduta e all’abolizione di alcune storiche frontiere (come quella con la Slovenia, soppressa a seguito dell’adesione allo Spazio Schengen).

            Saranno però ben altri i confini varcati, superati dai personaggi di Samani, la quale si mette più che altro alla ricerca di quel che di “assolutamente relativo” e al tempo stesso irriducibilmente universale c’è e perdura tra le pagine di Stuparich al netto di ogni stravolgimento e tradimento di sorta. Perché “tutte le adolescenze si assomigliano”. Perché quel territorio instabile e poroso dell’esistenza, in cui ogni esperienza si imprime con una forza quasi definitiva, risuona degli stessi moti, delle stesse inquietudini, delle medesime pulsioni: identiche, immutate, tanto per un giovane di inizio Novecento quanto per uno dei primi anni Duemila — o di oggi. “Le dinamiche emotive sono rimaste invariate; a cambiare sono stati gli strumenti”, ossia le conseguenze sociali inscritte nel passaggio del tempo, le forme delle relazioni e le interazioni tra i generi. Esiste infatti — come è stato osservato — un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne: laddove i corpi maschili tendono a veicolare potere, agency, possibilità; quelli femminili, al contrario, finiscono spesso per essere letti come superfici esposte, che rimandano a ciò che si può o non si può fare loro. Una percezione che, nel suo sedimentarsi, diventa norma sociale: gli uomini agiscono, le donne sono agite, o semplicemente appaiono.

            La recensione di Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani tratto da Giani Stuparich, con Stella Wendick e Giacomo Covi

            È questo l’altro cardine attorno a cui si sviluppa Un anno di scuola, e al tempo stesso la ragione per cui non può essere letto come un semplice scarto rispetto ai toni e alle atmosfere di Piccolo corpo. Per contro, ne rappresenta — in modo paradossale, pur muovendosi in una dimensione meno aliena e lunare — una prosecuzione insieme inattesa e naturale. Qui, tuttavia, il discorso sul femminile si innerva anche su un registro più intimo, quasi memoriale. Samani ha infatti più volte menzionato una matrice autobiografica dell’opera, raccontando di come da adolescente abbia “trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia”. “La scelta - continua - era difficile: esprimere ciò che sentivo, rischiando l’esclusione, oppure tacere per essere accettata”.

            Ciò detto (tanto per restare in tema di accezioni), questo film ripropone dunque quel confronto e quella sfida - che dallo spirito passa al corpo, e viceversa - di un femminile qui chiamato e ritrovatosi a crescere in un mondo dominato dagli uomini. Un mondo “dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te”, in un riflesso e variazione quasi guadagnineschi (di un cinema che muta i suoi riferimenti di pari passo, sostituiti da Jules e Jim di Truffaut e The Dreamers di Bertolucci, qualcosa di Coppola, la Francesca Archibugi di Mignon è partita, il primo Piccioni, Zanasi, il Falsetti di Margini).

            Arriviamo così a Fredrika, per tutti Fred, diciottenne di origini svedesi, orfana di madre, da poco trasferitasi nel capoluogo friulano assieme al padre – figura, ahinoi, mal gestita sul piano della scrittura – impiegato come “tagliatore di teste” in una grande azienda che garantisce lavoro a buona parte della città. Esuberante, impavida, già più consapevole e avanti dei propri coetanei, Fred sceglie di frequentare l’ultimo anno in un istituto tecnico "popolato" esclusivamente da ragazzi, diventando in breve tempo - e sulla scorta di innumerevoli stereotipi - il centro gravitazionale di ogni attenzione, dallo sguardo malizioso a ciò che oggi definiremmo senza esitazione catcalling – fischi, commenti volgari, inviti più o meno espliciti.

            Tra tutti, però, a colpirla (e a essere colpiti) sono soprattutto tre amici: Antero, lettore vorace e poeta schivo; Pasini, istrionico seduttore da provincia; Mitis, protettivo, bonario e, in un certo senso, bambino. Legati fin dall’infanzia, vedono il loro equilibrio incrinarsi col sopraggiungere della ragazza, la quale finisce per mettere a nudo non solo le tensioni latenti del gruppo, ma anche le fragilità, i desideri e le paure che ciascuno di loro, in un contesto ancora profondamente machista e fallocentrico, ha sempre imparato a reprimere dietro una facciata di sicurezza e ostentata virilità. Mentre ciascuno la desidera segretamente per sé, Fred desidera essere ammessa nel gruppo, a costo però di sacrificare continuamente qualcosa di sé.

            La recensione di Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani tratto da Giani Stuparich, con Stella Wendick e Giacomo Covi

            È, allora, un film di e sui rapporti di genere, Un anno di scuola: sulle dinamiche e sulle regole implicite, latenti, mai dichiarate di una società che potremmo definire, senza troppi giri di parole, "incivilmente patriarcale". Eppure, diversamente dal suo esordio, Samani dimostra qui un interesse, una partecipazione, una specie di tenerezza nel soffermarsi su gesti, movimenti e momenti – spesso solitari – di un maschile che appare ingabbiato, trattenuto, ostaggio di un rapporto morboso con la madre e di uno quasi del tutto assente con la figura paterna. Ragazzi(ni) incapaci di esprimersi pienamente, a fronte di una presenza femminile che ne incrocia e osserva il percorso: tutt’altro che oggetto del desiderio o soggetto desiderante, come spesso accade nel cinema italiano, ma figura emancipata, indipendente, già proiettata verso il domani e forse, chissà, destinata a lasciare un segno profondo nelle loro vite e nel loro futuro. Come una mela in mezzo a tanti kiwi.

            Tutto questo, la pellicola lo dice e comunica allo spettatore “semplicemente” tramite le immagini, soprattutto quando silenziose, lo inscrive nei corpi e negli ambienti, e lo affida nuovamente a tante piccole, grandi idee di messa in scena che ne definiscono con precisione i rapporti e le distanze. Bastano invero minime variazioni nel modo in cui una situazione viene filmata per percepire immediatamente il distacco, la freddezza, la progressiva separazione tra Fred e il gruppo dei ragazzi - e viceversa.

            A rendere il tutto ancora più stratificato, complesso e insieme autentico è poi la componente linguistica: una convivenza tipica di un contesto di confine, un’armonia plurale di suoni, parole, dialetti e slang autoctoni che non solo contribuisce a radicare le vicende in una dimensione profondamente realistica, ma certifica in maniera inconfutabile la cognizione e l’esperienza diretta di un’autrice che (finalmente) racconta i giovani senza infingimenti, sovrastrutture e il fatidico senno di poi. Che ci fa (ri)sentire davvero come sia e cosa si provi ad essere giovani, complice un lavoro intenso, genuino, quasi laboratoriale coi ragazzi protagonisti, tutti alla loro prima esperienza sul grande schermo ma già dotati di una sorprendente presenza scenica e statura attoriale (è il caso, in particolare, di Stella Wendick e Giacomo Covi, quest’ultimo premiato nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2025).

            È, in sostanza, un racconto di formazione atipico, Un anno di scuola, sottratto a ogni retorica consolatoria, attraversato piuttosto da una malinconia sottile, persistente, che non cerca risposte ma si limita ad abitare le domande. Dove è proprio in ciò che sfugge, in ciò che non viene detto o spiegato fino in fondo, che si annidano le verità più profonde. Un vero e proprio manuale su come approcciare e affrontare soggetti di questo tipo. Non è tanto una questione di forme, personaggi e situazioni (ontologicamente archetipiche), bensì di estensioni, esiti, di ciò che resta perché si perde e (non) si vede.

            Ebbene sì, crediamo che lo (spesso presunto) cinema italiano giovane – o coi e per i giovani – debba proprio andare a ripetizioni da Laura Samani.

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