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            17 Aprile 2026
            La recensione di È l'ultima battuta?, il terzo film da regista di Bradley Cooper con Will Arnett e Laura Dern.
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            In È L'ULTIMA BATTUTA? Bradley Cooper impara la misura

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Is This Thing On?
            USCITA ITALIA: 2 aprile 2026
            USCITA USA: 19 dicembre 2025
            REGIA: Bradley Cooper
            SCENEGGIATURA: Bradley Cooper, Will Arnett, Mark Chappell
            CON: Will Arnett, Laura Dern, Andra Day, Bradley Cooper, Amy Sedaris
            GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
            DURATA: 121 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Un film di coppie e performance, in cui l’arte diventa spazio di rivelazione e terapia: con È l’ultima battuta? Bradley Cooper firma la sua opera più misurata e “terrena”, interrogando la fine di un amore e la possibilità di rinascere attraverso la scena. Tra echi della commedia del rimatrimonio e un immaginario hollywoodiano perduto, il film trova la sua verità nell’essenzialità di un gesto, di un corpo, di una voce — ricordandoci che, a volte, basta poco per fare (o ritrovare) grande cinema.

            Quello del Bradley Cooper regista è, senza alcun ombra di dubbio, un cinema di coppie: coppie che nascono, si celano, si separano e talvolta si ritrovano attraverso l’arte. Coppie che si (ri)conoscono nel gesto espressivo e performativo che essa sottende: una prova, una prestazione, un’esibizione in cui può condensarsi il senso di un’intera esistenza, capace al tempo stesso di custodire e rivelare un’essenza sincera, pura, genuina. È il caso - mediante la musica - del Jackson Maine o della Ally Campana di A Star Is Born, così come del Leonard Bernstein di Maestro. O anche - grazie alla recitazione e al cinema - della Felicia Montealegre Cohn Bernstein interpretata, sempre in Maestro, da Carey Mulligan.

            Ma è anche quel che accade ad Alex e Tess Novak, una coppia apparentemente ideale, completa, invidiata e invidiabile; persone acculturate, abbienti, realizzate, perfettamente inscritte e inserite nella upper-middle class newyorchese. Lo stesso, un giorno, dopo più di vent’anni di matrimonio — forse perché “non litighiamo mai”, perché lui si è adagiato smettendo di interrogarsi su ciò che quotidianamente trovava ad attenderlo oltre la soglia di casa, o perché lei si è progressivamente sottratta, rifugiandosi in una silenziosa infelicità; magari per una combinazione di ognuno di questi motivi — i due decidono, senza alcun preavviso, di sancire la fine del loro legame e di separarsi (scegliendo comunque di preservare un rapporto civile).

            Naturalmente, comprensibilmente travolti da un groviglio di emozioni e pensieri: lui immerso in una prevedibile crisi di mezza età, lei alle prese con una riflessione ancor più seria e profonda su un’identità, la sua, irrisolta nella scissione tra un passato da campionessa olimpica e un presente (e potenziale futuro) da madre e moglie — entrambi s’impegnano così nel cercare una maniera per ricominciare tutto dall’inizio e riprendere in mano le rispettive esistenze. Tess torna in campo, seppur a bordo linea, come allenatrice; Alex, invece, per una coincidenza fortuita, si ritrova su un piccolo palco nel seminterrato di un pub, nel tentativo incerto di far ridere pochi spettatori.

            È proprio grazie a quell’urto, ad un impatto del tutto fortuito e accidentale, che scopre la stand-up comedy, intuendone immediatamente il forte potere taumaturgico. Tanto che diventa per lui una forma di terapia collettiva, volutamente non mediata. Una pratica di auto-mutuo aiuto in cui il confine tra il ridere di sé e il ridere con gli altri si fa molto labile. Ciò che nasce come parentesi estemporanea, come eccentrico ghiribizzo si trasforma, una settimana dopo l'altra, performance dopo performance, in un appuntamento necessario: una passione coltivata da profano ma vissuta con crescente intensità, capace di restituirgli una serenità dimenticata e, soprattutto, di offrirgli uno sguardo nuovo su di sé e sulla propria storia, con e senza la donna che amato più di ogni altra. 

            La recensione di È l'ultima battuta?, il terzo film da regista di Bradley Cooper con Will Arnett e Laura Dern.

            Ebbene, se c’è un’altra cosa che definisce e denota Bradley Cooper quando è seduto dietro la macchina da presa è una visione talora candidamente romantica della settima arte. Un cinema — quello a cui guarda e pensa — che banalmente non esiste più. L’immagine e l’immaginario di una Hollywood classica, tramontata da tempo immemore, che egli tenta, nel bene o nel male, di restituire e restaurare. Un approccio ben oltre il neoclassico, come testimoniato dal remake di un seminale film quale È nata una stella o da un’ambiziosa e solenne operazione biografica che tendeva all’assoluto (pur contraddicendolo).

            Il medesimo nel quale s’inscrive con precisione È l’ultima battuta?, la sua terza esperienza di regia, nata dall’incontro (parimenti occasionale) dell’amico Will Arnett col cabarettista (ed ex calciatore semiprofessionista) inglese John Bishop, al cui divorzio sono ispirate le vicende di cuore dei nostri Alex e Tess. Un film, questo, che intende recuperare e ridare lustro a quella tradizione di drammi maturi, pensati per un pubblico adulto, oggi sempre più marginale nel panorama statunitense, dove ciò che un tempo si definiva “medio budget” è progressivamente diventato “nutrimento” per gli insaziabili cataloghi delle piattaforme di streaming.

            Nella fattispecie, quella che Cooper co-scrive con gli stessi Arnett, Bishop e con Mark Chappell (inseparabile penna di quest’ultimo) è una variazione delle cosiddette commedie del rimatrimonio, un sottogenere figlio (non a caso) degli anni '30 e '40 (e delle limitazioni ferree e censorie del Codice Hays) che mette(va) in scena coppie sposate, prossime al divorzio o già separate, destinate a ritrovarsi dopo aver compreso l’impossibilità di vivere l’uno senza l’altra. Pellicole come Accadde una notte di Frank Capra, Susanna di Howard Hawks e Scandalo a Philadelphia di George Cukor, che il nostro riaccorda secondo una sensibilità e i profondi cambiamenti socio-culturali della contemporaneità, incluso un senso generale e generalizzato di fine (“devo essere triste?”), filtrandolo con lo sguardo disincantato de Le quattro stagioni di Alan Alda e con le dinamiche corali e generazionali de Il grande freddo di Lawrence Kasdan.

            A ciò si somma poi un’attenzione e importanza considerevoli rivolte alla dimensione attoriale, debitrice del cinema di Cassavetes, insieme ad una messa in scena in simbiosi coi corpi che inquadra, la quale sembra talvolta rifarsi alla zavattiniana “poetica del pedinamento”. Difatti, lo stesso Cooper arriva a impugnare la macchina da presa, affiancato dal fidato Matthew Libatique. Non manca, infine, l’eco inevitabile del nevrotico minimalismo urbano di Woody Allen — che torna con Harry a pezzi — e di Noah Baumbach, da Il calamaro e la balena a Storia di un matrimonio: un orizzonte in cui il privato si fa racconto, e il racconto diventa spazio di negoziazione continua tra ironia e dolore, malinconia e cruda presa di coscienza.

            La recensione di È l'ultima battuta?, il terzo film da regista di Bradley Cooper con Will Arnett e Laura Dern.

            Ciò detto, parliamo del film cooperiano ad oggi più “grounded” — come direbbero i cugini d’oltreoceano. Il più radicato, controllato, imbrigliato, saldamente ancorato, piantato a terra. Un risultato tutt’altro che scontato per un regista spesso incapace di contenere le proprie irrefrenabili pulsioni di protagonismo, così come quel gigantismo che è conseguenza diretta ed effetto collaterale della sua visione.

            Certo, malgrado tenga il più delle volte a bada queste sue tendenze, neanche in È l'ultima battuta? riesce del tutto a farsi da parte, a non esigere per sé il fronte del palco. Lo si avverte, da un lato, nell’insistenza di alcune scelte formali, di virtuosismi sporadici e fini a sé stessi — e nello stesso dinamismo della macchina a mano — che sembrano voler ribadire, quasi affannosamente, la sua presenza. Dall'altro, nella decisione di ritagliarsi un ruolo di supporto: un personaggio comprimario non del tutto necessario nell’economia del racconto e persino, curiosamente, simile al protagonista (quantomeno nel look).

            Insomma, mentre Cooper pare indeciso fino all’ultimo su chi essere, cosa fare e quale posizione occupare all’interno del perimetro del suo stesso film, sono Will Arnett e Laura Dern ad incaricarsi del cuore pulsante di È l’ultima battuta?, tenendo il polso emotivo del racconto fino ad elevarlo, sospingerlo verso il proverbiale livello superiore.

            Arnett costruisce la propria prova su una dolcezza consunta, una gentilezza morbida, una spontaneità accogliente, alle quali affianca un talento comico qui espanso oltre i suoi confini abituali. Per l’occasione si è infatti messo in gioco in prima persona, sperimentando ed entrando personalmente nell’orbita, nel mondo e nelle atmosfere della stand-up. E cioè esibendosi cinque giorni alla settimana per un mese e mezzo nei panni del suo stesso personaggio in vari spettacoli in giro per locali. Una preparazione che rivela dedizione e adesione profonda al progetto, e che si traduce in una prova, come solito, tutta giocata sulla sottrazione e sulla fusione totale con il ruolo, fino a venirne posseduto e abitato. Dern, dal canto suo, non solo regge il confronto, ma in più momenti riesce persino a imporsi con maggiore forza in questo duello di presenza e carisma "all’ultimo primo piano". La sua recitazione, prima ancora che verbale, è corporea: lavora sugli sguardi, sulle microvariazioni espressive, su impercettibili slittamenti che aprono abissi di senso. Le basta un gesto minimo, un’ombra di ambiguità, per condensare e restituire il cuore di una scena.

            Ciò detto, l’intesa tra i due è il vero incanto di È l’ultima battuta?: un’alchimia d’altri tempi, capace di generare una scintilla luminosa dentro una pellicola talora scomposta, imprecisa, addirittura sbagliata, che capita si dimentichi di dettagli e aspetti importanti nell’economia del racconto, o inciampi in tranelli drammatici e drammaturgici, in escamotage per imporre la lacrima. Cooper sovente appare sotto pressione, smanioso nel suscitare un’emozione (qualunque essa sia) nello spettatore a rischio di farla suonare programmatica, artificiosa; di fermarsi “a pelo d’immagine”.

            Ma è anche un film, questo, che ci ricorda (e speriamo ricordi pure al suo autore) che spesso il grande cinema può risiedere nell’essenzialità delle cose. In una performance libera che racchiude la “complicata complessità” della vita. Che contiene moltitudini, per dirla con (l’inventore del free verse) Walt Whitman. A volte basta poc(hissim)o per dire tanto, forse tutto. Un palco, un corpo, un microfono, una storia da raccontare, una speranza. Del resto, non è mai detta l’ultima battuta. 

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