
CATTIVERIE A DOMICILIO SI RIDUCE AD UN CAPRICCIO INCONFESSABILE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wicked Little Letters
USCITA ITALIA: 18 aprile 2024
USCITA UK: 23 febbraio 2024
REGIA: Thea Sharrock
SCENEGGIATURA: Jonny Sweet
CON: Olivia Colman, Jessie Buckley, Anjana Vasan, Timothy Spall
GENERE: commedia, giallo, storico
DURATA: 102 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Olivia Colman e Jessie Buckley non fanno complimenti in Cattiverie a domicilio, vomitando le peggiori scurrilità l'una addosso all'altra e, di conseguenza, addosso allo spettatore. È questo in tutta onestà il solo motivo che invoglia e convince a dare alfine una chance ad una parabola femminile e femminista che smaschera le ipocrisie e le storture di un mondo maschilista, minata da una sceneggiatura a dir poco maldestra.
C’è un solo motivo - uno sottaciuto, di cui forse ci si vergogna un pochino - che davvero invoglia e, in fin dei conti, convince a dare alfine una chance a Cattiverie a domicilio. E non è certo il soggetto, né tantomeno l'essere tratto da un’incredibile (o così dicono) storia vera. Ma è, più semplicemente, vedere due attrici del calibro di Olivia Colman e Jessie Buckley prendersi a male parole, fare a gara di insulti, donare insomma la propria grazia e destrezza interpretativa ad una pletora di oscenità fantasiose e, a loro modo, squisite.
Di nuovo insieme sul grande schermo dopo La figlia oscura (questa volta, a tutti gli effetti, non più in due diverse temporalità della medesima persona, bensì l’una contro l’altra), esse vestono rispettivamente i panni di Edith Swan e Rose Gooding, due donne agli antipodi nella Littlehampton degli anni ‘20, una piccola cittadina costiera nel sud est dell’Inghilterra: una di quelle in cui tutti si conoscono e in cui ognuno sa gli affari del vicino.
La prima è la maggiore di undici figli e anche l’unica - poiché zitella - ad esser rimasta al capezzale dei genitori, dei quali segue i valori morali cristiani, puritani di integrità, decenza, castità. La seconda ne è appunto l’antitesi: irlandese di nascita immigrata dopo la Grande Guerra e la perdita del marito nei combattimenti, nonché madre di una figlia che le rassomiglia in tutto e per tutto. Una disturbatrice, in pratica, una figura anarchica, scostumata, dalla cui bocca escono più parolacce che altro, eppure estremamente sincera in questo suo spontaneo smascherare e mettere in crisi il complesso di contraddizioni e ipocrisie su cui una società maschilista, fallocentrica, ovviamente liberticida nei confronti dell’altro sesso, ha fondato il proprio monopolio.
Vicine di casa e un tempo grandi amiche, Edith e Rose vengono separate dalla vita, dal destino o forse dal signor Swan, che non sopporta che sua figlia possa accompagnarsi con una donna tanto volgare e immorale. Ma non finisce qui: già incrinato, il loro rapporto si danneggia rovinosamente quando Edith inizia a ricevere perfide letterine (per citare il titolo originale del film) dal contenuto eufemisticamente osceno. I primi sospetti cadono tutti su Rose, che - accusata di diffamazione - rischia quindi di finire a processo e perdere la custodia della figlia. Per sua fortuna, fa la sua comparsa l'agente (“donna”) Gladys Moss, determinata a tal punto a scoprire l'identità del vero mittente, da arrivare essa stessa a disubbidire al volere e ai dettami di quello stesso patriarcato. Come non bastasse, a darle man forte nelle indagini giunge poi un gruppo di signore del paese, le quali iniziano a credere che Edith non sia solo la destinataria di quegli insulti…

Chiari, anzi chiarissimi sono allora la sostanza, il sottotesto e il messaggio che lo sceneggiatore Jonny Sweet (Johnny English colpisce ancora) e la regista Thea Sharrock (Io prima di te) intendono trarre da questo bizzarro mistero; da questa storiella “perlopiù veritiera” di schermaglie tra vicine gonfiatasi fino a diventare (complice l’attenzione della stampa) uno scandalo di portata nazionale discusso pure al Ministero, e solo oggi disseppellita dalle pagine della Storia. E sono, del resto, gli stessi elementi che inquadrano Cattiverie a domicilio all’interno di quell’essenziale flusso di testi femminili e femministi in cui si articola il discorso filmico e audiovisivo della contemporaneità.
Basta infatti una mezz’ora scarsa di visione per capire che, con tutta probabilità, Edith e Rose non solo altro che due facce della stessa medaglia. Due reazioni diverse e insieme affini nella loro peculiarità e stravaganza. Due forme possibili di sfogo rispetto ad una medesima condizione sociale ed esistenziale. O, nello specifico, ad una discriminazione collettiva, diffusa, che trova spazio sia tra le sottili mura di casa, sia in una centrale di polizia; tanto nello spregio per una donna mai maritatasi, quanto per un’”agente donna”. In altre parole, se preferite, ad un tradizionalismo e sessismo tuttora inestirpati.
Al contempo, la scelta di questa storia potrebbe dar adito ad un’altra bordata al presente nella dialettica e nella riflessione su come, grazie all’avvento di internet e dei social, sia e non sia mutato il tenore dello screzio, quello oggi noto come “hating”, parimenti disinvolto e basso, oltre che agevolato dalla protezione di artificiose identità digitali. Altro che perfide letterine!
Ciò nondimeno, qualunque sia il suo fine ultimo, stiamo pur sempre parlando di un film il cui biglietto da visita o, come direbbero loro, selling point sono, come sopra, Olivia Colman e Jessie Buckley che vomitano le peggiori scurrilità l’una addosso all’altra (chi più, chi meno) e, di conseguenza, anche addosso allo spettatore. Spettatore, che non solo accetta di partecipare a questo gioco, ma anzi inizia ad attenderlo, a desiderarlo. In tal senso, potremmo intendere la pellicola di Thea Sharrock come una sorta di fan service - supposto che le due mattatrici dispongano di leali e reali aficionados - per il pubblico d’essai e, statisticamente, più agée.

Cattiverie a domicilio è dunque una provocazione ardita solo nella carta e abbastanza innocua nei fatti. Difatti, una volta superato lo scoglio della prima (ossia la 19ª) lettera, ripiega su sé stesso, non trasforma, cresce, né accentua i propri toni. E non porta nemmeno alle estreme conseguenze la propria idea di commedia scorretta e potenzialmente velenosa, fermandosi soltanto ad una costruzione pop irrimediabilmente vintage, dotata di quel tocco e quell’atmosfera british molto cozy - confortevole al pari della fotografia posata di Ben Davis -, di qualche innesto fortuito dal cinema di Wes Anderson (su tutti, la poliziotta aliena, da racconto illustrato, di Anjana Vasan), e soprattutto di pochissimo mistero e una tensione altalenante.
Di questo intreccio prevedibilissimo e anticlimatico, costruito su scenette e circostanze atte a legittimare la gara di smorfie e faccette disputata dal cast nella sua interezza, Colman e Buckley sono i nomi di punta, insieme a Timothy Spall, ormai volto congenito di progetti simili. Il trio, così come tutti gli altri interpreti, è appunto invocato a schermo giusto sulla base e in funzione della propria immagine divistica più riconoscibile o, in assenza di quest’ultima, di una mera tipizzazione. Ciò nonostante, fanno il loro e, oltre che innatamente simpatici, sarebbero anche divertenti, se solo il copione mettesse a loro disposizione il giusto materiale, qualche battuta memorabile o scambi un minimo arguti, e se la messa in scena, a sua volta, riuscisse a rendergli giustizia, a stargli al passo, ad ottenere il massimo dai loro slanci più spassosi e dissacranti, ad avere la vivacità e l’arguzia promesse.
Sostanzialmente meno divertente e ironico di quanto si possa pensare, Cattiverie a domicilio funziona meglio, per quanto paradossale possa suonare, quando prende la strada del dramma, focalizzandosi più sul contesto (anch’esso, però, poco approfondito e vivido) che non sui singoli caratteri. Ma, come nel “caso” a soggetto, anche qui è tutta una questione di impronta e marchio, di calligrafia e bravura recitativa. Di talenti capaci di regalare umanità al girato malgrado i dispetti e le inconsapevoli cattiverie di un copione a dir poco maldestro.
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