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            9 Maggio 2025
            La recensione di Black Bag, il nuovo film di spionaggio di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett.
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            BLACK BAG, il cinema come poligrafo del presente

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Black Bag
            USCITA ITALIA: 30 aprile 2025
            USCITA FRA: 12 marzo 2025
            REGIA: Steven Soderbergh
            SCENEGGIATURA: David Koepp
            CON: Cate Blanchett, Michael Fassbender, Marisa Abela, Tom Burke, Naomie Harris, Regé-Jean Page, Pierce Brosnan
            GENERE: drammatico, thriller, spionaggio, sentimentale
            DURATA: 94 min

            VOTO: 8

            RECENSIONE:

            Il cinema di Steven Soderbergh - sottile, arguto, elegante, mimetico come solo i migliori agenti segreti sanno essere - si confronta decisamente con il filone spionistico. Strutturato su un doppio gioco ontologico, endemico per questo novero di racconti, Black Bag si rivela ben presto quale vertiginoso ribaltamento di prospettiva. Una satira del genere e dei generi che  pratica lo spettacolo sopito del metodo, dando forma ad uno strenuo atto di fede nei confronti di un mezzo con e in cui si riesce ancora a dare senso, razionalità, logica alle cose.

            (Il cinema di) Steven Soderbergh si è sempre mosso come una spia. Di quelle - va precisato - figlie della letteratura e del cinema britannici. Sottile e arguto, elegante e sofisticato anche quando deve “sporcarsi le mani”, scaltro e svelto, efficace e pragmatico, eppure dotato di una forza d’ingegno davvero invidiabile. Mimetico, camaleontico, riconoscibile nella sua apparente irriconoscibilità, instabilità, mutevolezza.

            Uno, nessuno, centomila cinema, autori, identità artistiche dalle molteplici e più disparate esigenze, tutte però riconducibili alla sola, incorreggibile, inderogabile, definita e determinata di trovare la sostanza (e l'eccellenza) nella forma e nello stile. Di eseguire al meglio, qualunque sia l’incarico: un progetto multimilionario da major che deve piacere ad un pubblico più vasto possibile, uno dei cosiddetti film di fascia media, o un esperimento a zero budget, con nuove forme, nuovi mezzi, nuovi supporti, nuovi sguardi. Soderbergh è un regista che quindi tende a sparire, a svanire, a sottrarsi dietro le sue opere. A fare della pelle, dell’essenza di ognuna di queste la propria. Ed è proprio questa caratteristica a renderlo - allo stesso tempo e in fin dei conti - estremamente identificabile, decifrabile, visibile.

            Ecco perché un incontro e un approccio diretto e decisivo col genere spionistico, com’è poi il suo ultimo Black Bag, non poteva che risultare nell’ennesima epifania, messa in scena o mise en abyme di ciò che la sua filmografia è sempre stata sin dai tempi (non sospetti) del fulgido esordio Sesso, bugie e videotape, opera sintetica e insieme precorritrice di discorsi, motivi, ossessioni che sono giunti ai giorni d'oggi, che permise ad un Soderbergh neanche trentenne di aggiudicarsi l’ambitissima Palma d’oro al Festival di Cannes. Il film manifesto di un’intera carriera a seguire - sconfinata, sfuggente, prolifica, preconizzatrice - i cui segni rifanno puntualmente capolino, sotto forma di cicatrici aperte (su un nuovo presente), in quest’ultimo lavoro, la cui lente dell’artificio cinematografico e di uno sguardo attento, meticoloso, contraffatto di natura (poiché mediato), è puntato di nuovo sulle maniere, le vie, le possibilità a cui si piegano e adattano le relazioni umane, quando spinte verso le estremità del proprio essere. 

            La recensione di Black Bag, il nuovo film di spionaggio di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett.

            Protagonista, ancora una volta, è una coppia. Lui, George Woodhouse (omaggio abbastanza esplicito allo scrittore e umorista inglese P. G. Woodhouse, "la pulce ammaestrata della letteratura inglese"), è un uomo meticoloso, abbastanza impassibile, algido e spigoloso, tranne quando è in compagnia di sua moglie, Kathryn, una donna tanto leggiadra e delicata nei modi, quanto parimenti spietata nei fatti. Entrambi sono spie al servizio di Sua Maestà. Il primo odia le bugie - il che è ironico, se non del tutto paradossale per uno col suo impiego - e non mentirebbe mai a nessuno, in particolare all’amata. Lei direbbe il falso “solo se avessi dovuto”.

            Sta tutto in questa lieve discrepanza etica e matrimoniale rispetto alla menzogna e al concetto di lealtà, l’epicentro latente, sommerso di Black Bag. O forse ancor prima: nel veloce e fitto scambio di battute (come tutte, del resto) che chiude il primissimo segmento, durante il quale un collega - presto destinato a miglior vita - confida al nostro 007 che “c’è un estraneo in casa”, una falla nell’agenzia, una talpa. E che, fra i sospettati, c’è proprio la stessa Kathryn, che potrebbe quindi venire accusata di tradimento nei confronti del proprio paese. A questa informazione, segue una domanda di George alla spia amica riguardo alla sua (di quest’ultimo) situazione coniugale dopo la scoperta di un adulterio da parte della consorte.

            Bastano quattro linee di dialogo all’acuta sceneggiatura di David Koepp - nome di prestigio e caposaldo hollywoodiano dello screenwriting (suoi gli script di Jurassic Park, Carlito's Way, Mission: Impossible e dello Spider-Man di Sam Raimi), qui alla terza collaborazione con Soderbergh - per tracciare immediatamente un nesso, un parallelismo, una correlazione di senso, poi tramutata in sovrapposizione, in rifrazione tra privato e più privato, tra professionale e intimo, tra patria e matrimonio, tra esterno e interno spionistico e umano.

            Questo dialogo, d'altra parte, viene rafforzato ulteriormente dalla sequenza successiva. Che è quella della cena in cui un George obnubilato, logorato, assediato dal dubbio, dalla vista appannata (e non solo perché le lenti degli occhiali, del proprio sguardo filtrato, vengono velati dai fumi di cottura), intavola un gioco al massacro ai danni di altre coppie, invitate ad invadere un’altra casa - quella di due simboli, due star, due professionisti dell’altro gioco, quello spionistico, da alcuni di loro ritenuti alla stregua di padri e madri putativi - per rassicurare il suo proprietario dell’innocenza e della limpidezza di agire della moglie.

            Cosa che purtroppo non avviene e che anzi dà il via ad un vertiginoso e continuo ribaltamento di prospettiva. Ad una progressiva disgregazione di limiti che si fanno indiscernibili. Ad una successiva convergenza delle sfere, dei mondi, del doppio gioco (come recita il sottotitolo dell’edizione italiana), di questo duplice terreno esistenziale e narrativo, fino al punto in cui dall’uno dipendono le sorti dell’altro. E viceversa.

            La recensione di Black Bag, il nuovo film di spionaggio di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett.

            Ecco consumarsi il personale omaggio del regista nei confronti del meglio del cinema spionistico all’ombra del Big Ben: dall’Alfred Hitchcock de Il club dei 39, Notorious, come pure di Mr. e Mrs. Smith (non a caso, l’unica screwball comedy diretta dal maestro), agli 007 più intimisti di Daniel Craig che hanno soppiantato lo spettacolo esplosivo ed ipertrofico di quelli di Pierce Brosnan (impiegato qui in un ruolo abbastanza emblematico, come nel caso di Naomie Harris), dal Sidney Lumet di Chiamata per il morto a Ipcress con Michael Caine (il cui look ricorda molto quello del nostro George), senza dimenticare il più recente La talpa di Tomas Alfredson. Ma (oltre che punto di partenza) il traguardo è sempre e comunque Sesso, bugie e videotape, riletto tuttavia attraverso le maglie aggiornate, riviste, ribaltate del genere e delle sue pratiche, fra cui quel voyeurismo portato alle massime conseguenze proprio dal già ricordato maestro della suspense.

            Difatti, in Black Bag, chi guarda - spingendosi e operando pure al di là dei margini dell’ufficiale, del legale, e approdando nel sensuale al fine di sorvegliare, controllare qualcuno e insieme verificare la propria ipotesi di realtà - viene a sua volta osservato, tenuto sott’occhio. Ne deriva un circolo vizioso e vertiginoso di sguardi, prospettive, rifrazioni, manipolazioni, trasmesse di seguito alla materia narrativa e semantica di un film che si dà come un prisma o una kleksografia, ossia uno di quei cosiddetti “disegni ambigui” utilizzati in psicologia per valutare la personalità di un individuo, il funzionamento del pensiero, l'esame di realtà, il disagio affettivo e la capacità di rappresentazione corretta di sé e degli altri nelle relazioni.

            Il che non è un paragone poi così errato per un racconto dai radicati fondamenti psicologici e razionalisti. D'altronde, tutto - dai personaggi al contesto in cui si muovono - accade ed esiste per un motivo in Black Bag, anzitutto ludico e serafico esercizio (post-)post-moderno di combinazione, alchimie e permeabilità ipertestuale. L’ultima di una lunga serie di sperimentazioni soderberghiane, questa volta sul linguaggio e sui cliché di certo cinema, che assume le fattezze effettive di un Scene da un matrimonio in chiave comica (dal sarcasmo tipicamente british) ancorché spionistica. Una satira del genere e dei generi, degli equilibri e dei ruoli in quel pericoloso gioco che è l’intrigo internazionale e, parimenti, la vita di coppia, entrambi fondati su una manipolazione - in buona o cattiva fede - e una conservazione delle apparenze.

            I tempi sono quelli, serratissimi, di una screwball (ecco perché il richiamo all’hitchcockiano Mr. e Mrs. Smith), ma lo scioglimento dell’intreccio è più da slow-burner laconico e glaciale. Quasi si trattasse di una voluta apocrifia del David Fincher noir, col cui ultimissimo The Killer condivide più punti di contatto di quanto si crederebbe, Michael Fassbender (azzeccatissimo) incluso. Invero, come nel caso dell’assassino che sbaglia e perde la bussola, il ruolo della spia che inizia ad avere qualche dubbio sulla fedeltà della moglie-collega gli viene cucito addosso al millimetro. Egli, dal canto suo, lo interpreta con un minimalismo espressivo silenzioso e imperscrutabile, in contrapposizione ad un cast (completato da Cate Blanchett, Marisa Abela, Tom Burke, e Regé-Jean Page) si muove e rapporta con lui in maniera sincronica, armonica. Una sorta di tango sull'orlo del caos, come l'hanno definito alcuni.

            La recensione di Black Bag, il nuovo film di spionaggio di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett.

            Questo muoversi di personaggi e attori su ciò che rimane delle loro (e delle nostre) certezze è solo il riflesso più evidente di una pellicola, Black Bag, che ugualmente a Fincher sa mettere in scena lo spettacolo sopito del metodo, della pulizia, del professionismo per il modo in cui valorizza e pondera ogni singola minuzia della messa in scena - col montaggio a complemento e contrappunto dei ragionamenti della sceneggiatura, la suggestiva colonna sonora che diventa scenografia (e geografia acustica) al pari di quelle, deluxe, che fanno da reale sfondo all’agire delle spie. Per come crede fermamente nell’importanza dell’inquadratura quale particella minima, perfetta, infinitesimale nella cui sola costruzione risiede già il pieno dei significati sotterranei.

            È un’idea di racconto per immagini che trova senso e fortuna nella logica e nella disarmante, ma geniale (e apparente) semplicità con cui concepisce le proprie soluzioni e l’efficacia con cui assolve i propri obiettivi. Con cui racconta qualcosa che potrebbe raccontare chiunque, ma che nessuno saprebbe portare in scena nella stessa maniera. Un film e un cinema in grado, altresì, di arrivare in profondità, lavorando, valorizzando, (so)stando sulla superficie (di un lago, a pescare quel che affiora naturalmente). Perché, come la psicologia e la psicanalisi insegnano, quel che si dice vuol sempre dire qualcos’altro.

            Infine, come Fincher, anche il racconto di Black Bag apre squarci, riflessioni, paradossi su un presente dove tutto è finto… e tutto è falso. “Come possiamo dire la verità se il nostro è un lavoro di menzogne e bugie?”, si chiedono (parafrasando) i personaggi della pellicola. Ma gli unici che troveranno risposta saranno proprio George e Kathryn, mentre cercano una via d’uscita dall’informe matassa di indizi, esche, depistaggi; un modo per salvare prima della loro patria, il loro matrimonio: l'ultimo baluardo, l'unica cosa che conta e rimane immutata in un tempo di caos e incertezza. L'unico “mondo” per cui agire e (soprav)vivere. Uno la cui unica ideologia e verità (in un orizzonte di post-ideologia e post-verità) è l’amore dell’uno nei confronti dell’altra.

            Sulla scorta di questo sentimento - lo stesso del cineasta nei confronti del proprio universo di figure, ossessioni, ispirazioni, motivi ricorrenti - Soderbergh compie uno strenuo atto di fede nei confronti di un mezzo, di un medium che, con e in cui riesce ancora a dare senso, razionalità, logica alle cose. Ad immaginare un inizio e una fine possibili. Ad interpretare, decifrare, vedere chiarissimo. Il cinema come un poligrafo del contemporaneo impossibile da confondere e ingannare.

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