
TI UCCIDERANNO copia bene, ma non sa rubare davvero
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: They Will Kill You
USCITA ITALIA: 26 marzo 2026
USCITA USA: 27 marzo 2026
REGIA: Kirill Sokolov
SCENEGGIATURA: Kirill Sokolov, Alex Litvak
CON: Zazie Beetz, Tom Felton, Paterson Joseph, Myha'la Herrold, Patricia Arquette, Tom Felton, Heather Graham
GENERE: horror, thriller, commedia
DURATA: 94 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Animato da un citazionismo vorace e da una violenza sempre più esibita, Ti uccideranno del russo Kirill Sokolov costruisce un dispositivo che ambisce alla vertigine dell’eccesso e alla proliferazione incontrollata di immagini, suggestioni e rimandi. Tuttavia, ciò che dovrebbe configurarsi come atto creativo e rifondativo si risolve progressivamente in un esercizio di stile derivativo che fatica a trovare una voce propria, smarrendo identità, tensione e necessità espressiva lungo il percorso.
Era Pablo Picasso a dire che “gli artisti bravi copiano, quelli grandi rubano”. Una frase, questa, che Quentin Tarantino - sulla scia di un altro gigante del calibro di Igor Stravinskij - ha trasformato ed elevato a massima spirituale (o, furbescamente, ad inattaccabile giustificazione artistica ed estetica) prima, dopo e durante la lavorazione di Kill Bill, il suo più noto taglia-e-cuci, mash-up, remix, ipertesto - o come lo si voglia definire.
A prenderla forse fin troppo alla lettera è invece il russo Kirill Sokolov perTi uccideranno, il suo debutto sotto i riflettori della macchina hollywoodiana (dietro patrocinio di Andy e Barbara Muschietti) ideato, sviluppato e scritto a quattro mani insieme ad Alex Litvak a partire da dettagli, elementi e ossessioni già al centro dei suoi primi due film: Muori papà... muori! e Otorvi i vybros. Nel primo, un giovane deciso a uccidere il padre violento della fidanzata finiva invischiato in una spirale di vendette e inganni, tra escalation grottesche e continui ribaltamenti di ruoli tra vittima e carnefice. Nel secondo, una donna appena uscita di prigione tentava di riprendersi la figlia per rifarsi una vita, scontrandosi con la nonna e dando origine ad una fuga violenta e caotica.
Qui, torna sempre la figura del padre abusante, ma cambia il punto di vista: è una delle due figlie, Asia, a tentare di sottrarsi definitivamente al suo controllo, arrivando a sparargli prima di darsi alla fuga e abbandonare la sorellina al proprio destino. L’uomo sopravvive, Asia viene arrestata e il legame con la piccola e adorata Maria si spezza dolorosamente. Stacco. Dieci anni dopo, uscita di prigione, la ragazza scopre che la sorella — ormai cresciuta — ha trovato rifugio e lavoro al Virgil, storico hotel nel cuore di Manhattan: un luogo lussuoso, esclusivo, dalla clientela facoltosissima, eppure circondato da un alone inquietante, una sinistra fama alimentata da una serie lunghissima di misteriose sparizioni (di persone perlopiù appartenenti a minoranze etniche e/o sociali). Decisa a ritrovarla, Asia riesce a farsi assumere dalla manager Lily come cameriera, ma capirà presto che nulla è come sembra. Il Virgil, infatti, non è solo un hotel, bensì un santuario votato al culto di Satana. E lei non farà in tempo a trascorrervi nemmeno la prima notte, perché è il suo prossimo agnello sacrificale...

Un’altra citazione (la prima di molte) chiama in causa (non a caso) lo scultore, orafo e scrittore manierista Benvenuto Cellini, secondo cui “quando il povero dona al ricco, il Diavolo se ne ride”. È l’esergo che inaugura un prologo obbligato ma stringatissimo, essenziale, meramente funzionale e ausiliario a predisporre l’ingresso della nostra protagonista fra le mura di questo edificio infernale, citazione in mattoni e cemento al sommo poeta Virgilio, guida nell’aldilà della Divina Commedia dantesca, i cui echi visivi riaffiorano nelle illustrazioni di Gustave Doré disseminate e appese sulle pareti. Un edificio, suddiviso (con gusto e ratio videoludici) per livelli/gironi, concettualmente e scenograficamente modellato (da Jeremy Reed e Michele Barfoot) sul Continental, il rifugio e terreno neutrale per gli assassini dell’universo di John Wick (cui rimanda ironicamente anche il cognome della protagonista, che è Reeves come l’unico e solo Keanu).
Ad ogni modo, una volta varcata la soglia e percorsi per la prima volta i corridoi del Virgil, Ti uccideranno accende la miccia e, cercando di tenere fede alla promessa (o minaccia) insita nel titolo, mira dritto ad un’ora o poco più di sfrenata, incontrollabile iperstilizzazione. Ad una ipertrofica e bulimica sequela di combattimenti, sparatorie, esplosioni, inseguimenti tra passaggi segreti, pertugi, stanze e vani ascensore. Ad un rilancio continuo, quasi compulsivo, di violenza sempre più grafica, cruda, malata, diabolica, ripugnante. E ancora, ad un profluvio carnevalesco e ludico — talora ai limiti del demenziale — di fuoco, fiamme, (sacche di) sangue, arti mozzati (prostetici), bulbi oculari erranti per i condotti d’aerazione, teste di maiale parlanti conficcate su paletti di legno.
Una sorta di variazione ancor più schizzata di Hotel Artemis di Drew Pearce, già molto debitore verso quel Tarantino prima maniera che però Sokolov spinge verso una collisione centrifuga di orizzonti, rimandi, immaginari. Vale a dire: dalla classica haunted house alla blaxploitation aggiornata e "nobilitata" in chiave contemporanea (neanche si trattasse di un Jordan Peele sotto steroidi), dal wuxia corretto e riletto attraverso il filtro hooperiano di Non aprite quella porta o il cinema puramente grindhouse di Russ Meyer, passando per lo splatter mordace a firma Sam Raimi, fino alla caccia all’uomo con annessa e cartoonesca macelleria di Finché morte non ci separi (di cui prevede l'imminente seguito, anche e soprattutto in un racconto di sorelle), a sonorità carpenteriane e ad echi dello Zack Snyder di 300, del Gareth Evans di The Raid, del Robert Rodriguez di Dal tramonto all’alba, del Robert Eggers di The VVitch. Il tutto, coagulato dentro un impianto cosiddetto neon-noir, con la sua fotografia ipersatura e le sue tonalità acide, e un’estetica a metà tra graphic novel, videogioco rétro e suggestioni da B-, quando non apertamente Z-movie.

Pur tuttavia, in questo groviglio idealmente orgiastico, si vede che il nostro russo si è dimenticato di leggere l'aggiunta che il suo maestro e nume tutelare ha fatto all’adagio di Picasso. E cioè che “i grandi artisti non fanno omaggi” a nessuno; che si ruba per rifondare — e legittimare — un’identità pienamente riconoscibile. È esattamente quella specificità che nel cinema tarantiniano si impone con evidenza, e che Ti uccideranno finisce invece per (ri)evocare senza mai possedere davvero. Sokolov, al contrario, non riesce mai a mettere a fuoco una cifra propria né a restituirla allo spettatore, assorbito com’è dalle evoluzioni di una bagatella compiaciuta: uno scherzo, un giochino che si autocelebra ma che, esaurito l’effetto sorpresa della mezz’ora iniziale — e soprattutto della prima sequenza di combattimento — rivela una natura sorprendentemente statica.
La sanguinolenta corsa a perdifiato resta così un’impressione epidermica, un riflesso superficiale di un meccanismo che promette caos, delirio, adrenalina, persino una certa prurigine sensoriale, senza però ammetterlo entro le sue porte. Al suo posto, subentrano il manierismo, l’inezia e l’inerzia di un esercizio di stile maledettamente autoindulgente e (an)estetizzante che vende l’anima al diavolo (di quella derivazione postmoderna della quale è croce ed eventuale delizia), senza mai sfruttare del tutto i propri spunti o esplorare le vertigini e ogni recesso possibile degli spazi, della (alfine disabitata) arena di cui dispone. Sprecato è persino l’ottimo lavoro di casting di Bonnie Lee Bouman e Rich Delia, che individuano in Zazie Beetz (Deadpool 2, Joker, Bullet Train) il corpo e il volto perfetti per l'estetica e lo spirito del film. Che, non pago, ambisce finanche a darsi un tono - politico, satirico, drammatico, metacinematografico - che non può permettersi, o che comunque Sokolov e Litvak non riescono a sostenere con la giusta coerenza e ispirazione.
Patinato, artefatto, svagato, privo del benché minimo grado di partecipazione e trasporto verso ciò che mette in scena: Ti uccideranno si configura insomma, e in un certo senso, quale girone infernale delle horror comedy odierne. Quelle che - in un’epoca in cui è spesso più facile trovare la risata nel brivido che il contrario - barattano il gioco col genere con l’approssimazione del proprio approccio e della propria visione. Col cinema, nondimeno.
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