
THE DOG STARS e il western sopravvissuto all'apocalisse di Ridley Scott
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Dog Stars
USCITA ITALIA: 26 agosto 2026
USCITA USA: 28 giugno 2026
REGIA: Ridley Scott
SCENEGGIATURA: Mark L. Smith
CON: Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong
GENERE: azione, drammatico, avventura, thriller, fantascienza
DURATA: 118 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Il western come matrice dell’immaginario e dello spirito americano, l’apocalisse come trauma e la sopravvivenza come ultima frontiera: Ridley Scott ha tutte le coordinate per un film capace di raccontare, insieme, il crepuscolo di una civiltà e il travaglio di un uomo. Ma The Dog Stars finisce per smarrirsi proprio tra le troppe suggestioni, i registri e le possibili direzioni che accumula senza riuscire davvero a comporre un affresco audace, preciso e concentrato.
È praticamente scritto nelle stelle l’influsso che il western ha avuto nel forgiare e propagare — quantomeno nel mondo e nell’orbita occidentale — gli ideali, lo spirito, la cultura e, neanche a dirlo, il sogno americano. Ben oltre quindi il semplice genere cinematografico, una vera e propria matrice dell’immaginario statunitense. Una struttura, un modello che, anche quando apparentemente scompare, continua a riaffiorare e a riproporsi sotto forme e modi diversi. Da cui il pensiero e l’affermazione secondo i quali ogni grande film americano sia, in fondo, un western. Poco importa se per declinazione, decostruzione o rovesciamento: ciò che conta è che ne trattenga e rielabori le tensioni più profonde e congenite — tra individuo e comunità, tra progresso e wilderness, tra ordine e caos — e, soprattutto, quella spinta verso la conquista di uno spazio, il superamento di una frontiera e la costruzione di un nuovo mondo sulle macerie del vecchio.
Si tratta di un consapevolezza pressoché condivisa e, ancor più per un maestro e sapiente conoscitore del cinema come Ridley Scott, di un territorio conosciuto, già ampiamente esplorato. Quello da cui (ri)parte, insieme allo sceneggiatore (di una rivitalizzazione devitalizzata del western come Revenant. Redivivo, di un suo aggiornamento nella serie Untamed, e di una sua variazione invece più realistica e cruda in American Primeval) Mark L. Smith, nell’adattare per il grande schermo il romanzo Le stelle del cane di Peter Heller. Che è la storia di Hig, un ex meccanico che, come tanti, ha perso la persona a lui più cara: la moglie Melissa, vittima di una pandemia influenzale che ha decimato la popolazione globale, spazzando via, nel contempo, anche il benché minimo barlume di civiltà da un mondo già sull’orlo del baratro. Un mondo di cui non restano che rovine, ricordi, sogni inevitabilmente infranti, scetticismo, egoismi e violenza.
Ciò nondimeno, rifugiatosi sulle montagne del Colorado insieme al suo cane Jasper e al vecchio Bangley — un veterano e survivalista armato fino ai denti, brusco e paranoico, tanto più solitario e disincantato —, il giovane sopravvissuto continua ogni giorno a solcare i cieli a bordo del suo piccolo Cessna, perlustrando i dintorni alla ricerca di provviste (che spesso destina ad una vicina comunità di mennoniti) e, va da sé, di eventuali segnali di vita o potenziali minacce. Una routine a tratti irreale nella sua quiete che procede con ostinata indolenza, fino a quando, per tutta una serie di ragioni, questi non decide di levare le tende e partire definitivamente alla volta dell’Ovest (o del West, se preferite), attirato da una voce misteriosa proveniente dall’aeroporto di Grand Junction, un flebile segnale radio che potrebbe significare tutto e niente. Difatti, ciò che insegue veramente è qualcosa che ancora non sa definire con certezza. Forse è una speranza o forse un’illusione. Magari un nuovo senso alla propria esistenza. Oppure, semplicemente, l’unico e ultimo motivo per ricongiungersi, una volta per tutte, con l’amata Melissa…

In sostanza, l’idea (non certo inedita) da cui prende forma The Dog Stars, questa trasposizione più che fedele delle pagine di Heller, è quella di un western - ergo di un’America - che cerca di sopravvivere alla propria apocalisse. Pertanto, si rivisitano, si richiamano e si sfoderano l’armamentario, i codici e i motivi, le atmosfere e i toni, finanche le sonorità di questo genere capitale e paradigmatico, per raccontare il crepuscolo di quel mondo, il crollo di quella civiltà, il disfacimento di quella stessa cultura che ha modellato, rappresentato e raccontato per decenni. Non solo: al centro della pellicola vi è anche e soprattutto il tentativo di elaborazione e superamento di un trauma che, se in un primo momento anima il viaggio emotivo e il travaglio interiore di Hig, potrebbe assumere un respiro più ampio, farsi carico di una dimensione ben più complessa.
Allo stesso tempo, Scott e L. Smith non possono esimersi dal confrontarsi con il lato — o, meglio, con il fardello — più propriamente distopico e post-apocalittico della storia originale. Proprio questa necessità, compromette l’equilibrio implicito nell’intuizione di partenza, che (ahinoi) non riesce ad andare oltre qualche fugace lampo. Si pensi, ad esempio, al tema dell’incontro e dello scontro tra generazioni, dunque tra mondi e modi diversi di intendere il nuovo status quo. Da una parte i vecchi, arroccati nelle loro torri d’osservazione, rigidi e rintanati nei propri avamposti di solitudine, nelle proprie posizioni e in un rapporto di sfiducia, sospetto e noncuranza verso l’altro, l’estraneo; dall’altra, i giovani, che conservano una forma di idealismo e, con essa, un principio di fede, speranza e fiducia nell’altrove e nel dopo.
O ancora, la rappresentazione — giocoforza dettata da esigenze pratiche di funzionalità logistica e agevolezza produttiva — di un’America snaturata, irriconoscibile, dislocata, essa stessa sperduta. Per l’esattezza, in Italia, tra le zone più vaste, selvagge e incontaminate di Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Abruzzo, con qualche passaggio a Cinecittà. Un po’ come a ribadire quanto il western sia un dispositivo dell’immaginario, capace di attecchire anche dall’altra parte dell’oceano.
Senza dimenticare, infine, i parallelismi con il nostro tempo e gli intenti di metafora della nostra realtà post-pandemica, deformata e stravolta da una serie di trasformazioni, a partire anche solo dal gesto fisico e dall’importanza del contatto, divenuto sinonimo di pericolo immediato, con tutte le conseguenze del caso. Elementi, ma anche luoghi (come gli aeroporti), o simboli totemici (fra cui la temuta pistola termica, che qui sostituisce la più classica arma da fuoco in un segmento di massima suspense), tornano e si fanno silenziosamente spazio nella costruzione, nel disegno e nella messa in scena di The Dog Stars.

E nondimeno tutte queste suggestioni rimangono fugaci, vaghe. Minuzie che, per quanto preziose, finiscono per prestare il fianco ad un approccio infelice, svagato e impreciso nei confronti di questo contesto futuribile. Di un universo narrativo ridotto così a mero pretesto, poco curato anche sul piano della scansione del racconto, della gestione dell’azione e della tensione, con evidenti ricadute su un finale sbrigativo e terribilmente anticlimatico.
Forse perché non è questo il punto di The Dog Stars. Perché l’apocalisse non è (più) qualcosa che genera l’insolito, l’ignoto, lo straordinario, un senso avventuroso e fantastico, ma è, oggi più che mai, un fattore prettamente umano, ordinario, generalizzato. È un pensiero, un’immagine, una religione(?) inscritta, codificata e — tanto per restare in tema — incessantemente replicata dentro ciascuno di noi. Di nuovo, nulla di davvero innovativo o dirompente per questo genere di racconti, ma una prospettiva perlomeno logica e coerente con il taglio scelto da Scott.
Al netto di questo, il film non riesce comunque a sottrarsi del tutto a questa derivazione, che anzi, come un morbo, finisce per divorarne una parte consistente della forza e della capacità affabulatoria. Sicché, tra Mad Max e Io sono leggenda, The Road e L'uomo del giorno dopo, per non parlare di serie come The Walking Dead, Silo, Fallout e The Last of Us (alle cui musiche fa chiaramente il verso il compositore Harry Gregson-Williams), anche The Dog Stars, al pari del suo protagonista, si perde nei territori ormai inariditi, setacciati in lungo e in largo, del post-apocalittico, finendo per offrirne uno degli esemplari più insipidi e sbiaditi che le stelle abbiano mai visto.
Complice in questo la fotografia stinta e fanghigliosa, forse fin troppo essenziale e accomodata del fincheriano Erik Messerschmidt (che ritrova il regista inglese dopo il pilota di Dope Thief) e un casting ben poco ispirato. È soprattutto il caso di Jacob Elordi, la cui fisicità alta e dinoccolata, unita ad una presenza talora fanciullesca, non riesce mai a fondersi del tutto con il mondo diegetico, né ad entrarvi in efficace contrasto. A porre parzialmente rimedio intervengono gli stessi interpreti, forti di una chimica naturale e di un’emotività quasi etimologicamente contraria ad un cinema algido e post-umano come quello di Scott.
Questi, dal canto suo, sembra corredare il tessuto filmico con il proprio consueto eclettismo e una certa bulimia iconografica, affastellando registri, suggestioni e ipotesi di altri film: dal mélo al romance più scoperto, con tratti à la Nicholas Sparks, dal thriller dalle derive videoludiche fino all’horror grottesco e dalle venature socio-politiche, insieme alle già citate aperture intimiste e parentesi contemplative. Una pluralità di direzioni possibili che, più che arricchire organicamente il discorso estetico, finiscono per renderne incerta la traiettoria, quasi che The Dog Stars continuasse a intravedere le molte strade che potrebbe percorrere senza mai imboccarle realmente.
A sua volta, questa accumulazione eterogenea e frammentaria restituisce bene la dispersione con cui Scott parrebbe aver affrontato e maneggiato il soggetto e le sue idee di partenza, mettendo di fatto un punto (o una sospensione) alla sua ultima, instancabile corsa iconoclasta, irriverente, talvolta persino sacrilega — specie nei confronti della propria filmografia e del proprio statuto autoriale. Una parabola delineata da film discussi e perlopiù controversi, ma sempre e comunque stimolanti, come Tutti i soldi del mondo, House of Gucci, Napoleon e Il gladiatore II.
Nulla a che vedere, nel bene e nel male, con la serenità compassata e senescente o la dolce disperazione di The Dog Stars, che semmai guarda ad una costellazione molto più vicina a Il genio della truffa, Un’ottima annata, The Counselor o ai più recenti Exodus - Dei e re e Alien: Covenant. Imprese minori che, proprio in quanto tali, sembrano non essere mai sopravvissute fino in fondo al progressivo disinteresse del loro stesso autore. Come se Scott, già durante la lavorazione, avesse cominciato a guardare e pensare altrove, forse al film successivo, lasciando che il precedente si consumasse pian piano sotto il peso di un'apocalittica irrequietezza creativa.
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