
Più che di Roma, IL GLADIATORE (II) è figlio dei nostri tempi
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Gladiator II
USCITA ITALIA: 14 novembre 2024
USCITA USA: 15 novembre 2024
REGIA: Ridley Scott
SCENEGGIATURA: David Scarpa
CON: Paul Mescal, Pedro Pascal, Connie Nielsen, Denzel Washington
GENERE: storico, epico, azione, drammatico, avventura
DURATA: 148 min
VOTO: 7
RECENSIONE:
A pochi mesi dalla nuova alba di Nuova Roma, ecco che un altro grande "vecchio del cinema" torna all'ombra del Colosseo. È Ridley Scott, che firma il seguito di una delle sue pellicole più amate e popolari. Eppure, l'idea alla base de Il gladiatore II è più vicina ad un rifacimento pedissequo dell’illustre capostipite, di cui si coniugano le gesta e i discorsi allo zeitgeist attuale. Un gioco al ribasso di ciò che, ad inizio secolo, poteva avere un senso e oggi già non lo ha più. Nel bene e nel male.
Questo 2024 cinematografico ha visto, tra le tante cose, due grandi vecchi della settima arte tornare col pensiero e le immagini al popolo, alla civiltà, all’idea(le) nati - la leggenda notoriamente vuole - da una coppia di gemelli reietti, allevati da una lupa.
All’Impero Romano ha (ri)pensato Francis Ford Coppola, che ne ha fatto architrave estetica di un mausoleo reazionario, autolesionista, schizofrenico, del tutto contemporaneo; suggestione del suo Megalopolis, progetto inseguito da una vita intera. E, se non proprio da una vita, sono comunque molti anni che Ridley Scott ha immaginato di tornare in quella città, culla del mondo occidentale e di ogni sua deriva posteriore, finanche odierna. Quel che bramava, in particolar modo, era tornare a sporcarsi del sangue e della polvere dell'arena.
Ecco quindi che, a pochi mesi dall’alba di una nuova utopia sulla Nuova Roma coppoliana, l’infaticabile, tenace cineasta britannico dà alla luce il seguito de Il gladiatore, uno dei suoi film più popolari e amati, peplum di grandissimo successo quando già, sul finire del secolo scorso, il filone si pensava estinto, nonché consacrazione attoriale e divistica di Russell Crowe, la cui tutt’oggi indimenticata interpretazione del generale Massimo Decimo Meridio gli valse un premio Oscar (dei cinque complessivi aggiudicati dalla pellicola).
Ciò detto, è proprio all’ombra della statuaria grandezza di quell’eroico generale romano tradito (e poi rinato come guerriero del Colosseo) e, insieme, del racconto di cui era protagonista, ché si erge e muove Il gladiatore II. "Secondo", non “due”: sta tutto qui lo scarto, la chiave per comprendere le ragioni dietro l’operazione di Scott, che infatti punta al lignaggio, all’eredità di una storia che, in fondo, rimane sempre quella.

Protagonista del “sequel” (se così si può definire) è infatti Lucio Vero, nipote di Marco Aurelio e figlio di Lucilla, che 20 anni dopo la morte di Massimo, cade vittima anch’egli di una visione brutale, spietata, fallace di Roma. Perde la persona a cui ha devoto tutta la sua vita, e - fatto prigioniero e spedito nella capitale - è chiamato a percorrere un cammino di vendetta e (ri)scoprire sé stesso, sfidando da gladiatore il potere dispotico di non uno, ma due imperatori da tempo avulsi dalla ragione, mal sopportati da un popolo che governano col palliativo di una ludica violenza.
Chi conosce, si ricorda o possiede anche solo la minima cognizione della vicenda di Massimo Decimo Meridio e de Il gladiatore, avrà capito quanti punti di contatto condivida con quella del suo successore, di sangue e di spirito, e del film di cui è eroe a sua volta. Questo perché - a differenza delle espansioni mitologiche e delle vertigine filosofiche di Prometheus e Covenant (in relazione al primissimo Alien) - l'intuizione che accompagna Ridley Scott e il sodale sceneggiatore David Scarpa nell’approcciarsi a questo atto secondo è vicina già che altro ad un rifacimento pedissequo dell’illustre capostipite, di cui si coniugano le gesta e i discorsi allo zeitgeist attuale.
Di conseguenza, il raddoppio al quale sembrerebbe alludere il titolo è tale solo in superficie: nella duplicazione numerica degli imperatori, di archi narrativi intrecciati secondo una logica soap operistica, o nell’esplosione - fornita da un digitale che amplifica il carattere artificioso del progetto - delle possibilità di quella che, del resto, è la più classica macchina spettacolare, tensiva e attrattiva. Nel profondo, infatti, tutto ne Il gladiatore II è (in?)consciamente un gioco al ribasso di ciò che, in passato, poteva avere un senso e oggi non lo ha più.
Come la politica segue il potere, l’arte del narrare segue il suo tempo. E il nostro fato, oggi come e più di ieri, è ormai solo quello di seguire le orme d’altri, ritornare sui nostri passi. Al pari di Lucio, destinato a “vestire” i panni di Massimo; a vivere (e far sì che il film significhi) solo ed esclusivamente in funzione del suo essere “figlio di”. O alla stregua dei gemelli imperatori, nel cui look è già sottintesa una derivazione (in Geta il Caligola di Malcom McDowell e in Caracalla il Commodo di Joaquin Phoenix), e nella cui sregolata spinta (auto)distruttiva e cannibale riecheggia la messa a nudo, e(rgo) a farsa, del potere su cui ruota la recente produzione scottiana (da House of Gucci all’ultimo Napoleon, senza dimenticare The Last Duel) e, soprattutto, si ripresenta lo spettro della solita, ineludibile leggenda fondativa, solo depauperata di ogni suo valore, pervertita al punto da tramutarsi in una recita sguaiata e grottesca.
L’idea, insomma, è quella di un eterno ritorno dell’uguale, di un ciclico tramandare e, quindi, ripercorrere gli stessi miti, i medesimi passi, quei giochi di influenze e tradimenti, quei duelli lì, le stesse vie e maniere di fare cinema, di immaginare, osservare, “decantare” il mondo e le parabole che ne riflettono il corso. Rievocazioni, proprio come Il gladiatore II, che ciò nondimeno vengono via via svuotate di vera autenticità, ridotte ad un’essenzialità pragmatica, diretta, sconfortante, addirittura banalizzate in quanto disallestite degli orpelli del loro tempo d’origine.
È (ahinoi) il prezzo della (post-)postmodernità, forse (per Scott) della terza età, forse ancora della consapevolezza che “in una generazione è cambiato tutto”, che ormai “non c’è altra Roma” al di là di quella sognata, inventata da vecchi uomini - e che, qualora davvero ne esistesse un'altra, non avremmo comunque il giusto impeto, né punti di riferimento per ricrearla.

Uno scotto, questo, che dà di che rimpiangere, specie quando scopriamo rinnegato qualsiasi lavoro sulla simbologia, l’immaginario, il lessico visivo del mondo latino; o defilata quasi ogni riflessione sul gioco d’arena come gioco di palazzo e d’agone, sulla politica e sul suo stretto legame con lo spettacolo, sull’intrattenimento quale potente spada manipolatoria o scudo libertario, sulla violenza mediatica.
Oppure, quando il film cede sensibilmente sotto l’onta delle sue posizioni e scelte. Dalla genericità di un intreccio che si converte perciò nell’effimero pretesto di un giocattolone a nove cifre che serve il suo compito senza picchi memorabili, ai riarrangiamenti inevitabilmente calanti della storica colonna sonora di Hans Zimmer da parte del suo ex-collaboratore Harry Gregson-Williams, fino al casting del tutto errato di un Paul Mescal muscolare e robusto di fisico, ma non di fatto; sprovvisto, per sua prerogativa espressiva, delle qualità per raccogliere il testimone di "papà" Crowe. Egli, in altre parole, non è il giusto corpo semiotico per un ruolo carismatico, testosteronico come quello di Lucio, tanto da poter essere facilmente “annientato”, sovrastato da una camminata, un gesto minimo, un mero sguardo, dalla muta presenza scenica di Pedro Pascal - qui in un ruolo chiaroscurale, dimesso, intrigante, che purtroppo il copione non approfondisce più di tanto - e Denzel Washington.
E, per quanto paradossale possa sembrare, è proprio quest’ultimo - malgrado un finale decisamente stonato - la più deliziosa rivelazione della pellicola. Una che riconosce di non aver “la (sua) forza” dell’originale, ma solo la rabbia di un cinema consapevole della fugacità di un oggi in cui non c’è più spazio per l’epica. Consapevole, chissà, di esser destinato all’oblio. Uno per cui la mimesi è dunque la sola forma di adattamento e sopravvivenza. La domanda, il dilemma, in fondo, sono sempre gli stessi (di Napoleone): “assomiglio al mio ritratto?”.
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