
MICHAEL è un'operazione degna di Joseph Jackson
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Michael
USCITA ITALIA: 22 aprile 2026
USCITA USA: 24 aprile 2026
REGIA: Antoine Fuqua
SCENEGGIATURA: John Logan
CON: Jaafar Jackson, Juliano Krue Valdi, Colman Domingo, Nia Long, Miles Teller
GENERE: drammatico, biografico, musicale
DURATA: 127 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Più che raccontare il Re del Pop, lo gestisce: Michael di Antoine Fuqua è un biopic blindato, filtrato e capillarmente supervisionato dal clan Jackson che riduce l’uomo a icona levigata e il cinema a dispositivo promozionale, evitando sistematicamente il conflitto, smussando ogni asperità, aggirando le zone d’ombra, e sacrificando complessità e ambiguità sull’altare di un mito pronto alla santificazione. La trasformazione di una vita irripetibile in un prodotto perfettamente confezionato.
Inizia e finisce come Bohemian Rhapsody, Michael di Antoine Fuqua. Incappiamo nell’artista poco prima di salire sul palco, e lo salutiamo davanti a migliaia di persone, in uno dei momenti nodali della sua carriera.
Non è un caso, dal momento che tra i produttori figura quel Graham King che, nel 2018, riuscì a compiere (insieme al regista Dexter Fletcher e al prodigioso montatore John Ottman) un mezzo miracolo, trasformando un progetto afflitto da una produzione a dir poco travagliata in un successo planetario da quasi un miliardo di dollari, capace di rivitalizzare e rilanciare l’intera discografia dei Queen e pure di far vincere un Oscar come miglior attore protagonista a Rami Malek.
Ciò detto, sembrerebbe che il rischio, la sensazione incombente di disastro, quel brivido d’incertezza — il thriller, verrebbe spontaneo dire — non gli sia bastato, tanto da spingerlo a ripercorrere, volente o nolente, nel bene e nel male, gli stessi passi di quella burrascosa impresa per questo suo nuovo biopic musicale. Più precisamente, per (ri)portare sul grande schermo la vita, l’arte e il mito di un altro artista carismatico, magnetico ed eccezionale, pari — se non superiore — a Freddie Mercury. The Greatest Showman, lo potremmo definire. Un creativo totale, pionieristico e rivoluzionario, capace di incantare il mondo intero, unire le persone e abbattere confini e barriere socio-culturali con i propri inni e le proprie hit. Cantante, ballerino e performer straordinario, epitome ed incarnazione stessa della superstar per come la concepiamo oggi. Semplicemente, il Re del Pop.
Parliamo, appunto, di Michael Jackson. O meglio: di Michael, e soprattutto — paradossalmente — di Jackson. Già, perché oltre a King (nomen omen?) a patrocinare questa nuova, ambiziosa - nelle intenzioni - rapsodia milionaria, un’operazione ancor più kolossale e rutilante, è proprio il cosiddetto clan Jackson. O, ad esser precisi, una sua buona parte.

Come dicevamo, infatti, il progetto ricalca da vicino il canovaccio del film sulla band londinese, tanto nelle luci — quelle del grande spettacolo hollywoodiano — quanto nell’ombra di scandali, controversie, conflitti e complicazioni. A partire dalle ben note accuse di molestie e abusi su minori che hanno segnato la carriera di MJ, fino a cavilli e tortuosi dedali legali che hanno imposto revisioni di scene sensibili, drastici tagli al montaggio (sempre rammendato, sintomaticamente e visibilmente, dal nostro Ottman) e persino una riscrittura e un reshoot integrali del terzo atto. Senza contare poi le annose fratture interne alla stessa dinastia Jackson: la sorella Janet e la figlia Paris Jackson hanno infatti preso a gran voce le distanze dal progetto, in totale disaccordo con il taglio, la visione e la rappresentazione restituita (rispettivamente) del fratello e del padre. Difficoltà che, di norma (e in questa sede), non dovrebbero interessare, ma che diventano parte integrante e sostanza del discorso filmico e del risultato a schermo. Di una pellicola la cui stessa genesi è, con tutta probabilità, il suo più grande vizio di forma.
Come invero si tenta di raccontare, Michael è stato prigioniero di una gabbia dorata per buona parte della sua vita; vittima di un controllo, di una pressione e oppressione sin da piccolissimo, quando faceva parte dei Jackson 5, sotto l’egida dispotica e violenta di un padre padrone che ne ha sempre cercato di sfruttare il talento da un punto di vista puramente merceologico. Un rapporto, questo, innegabilmente tossico, traumatico, distruttivo che viene posto al centro del trattamento di John Logan. In età adulta, invece, il “controllo” ha preso le sembianze di una rete complessa, insalubre e pericolosa di interessi. Manager, case discografiche, avvocati e il peso enorme della sua immagine pubblica e della fama di cui ha cercato di denunciare - spesso in maniera sottile e subliminale - all'interno dei testi delle sue canzoni.
Una condizione in cui, involontariamente, è ricapitato pure oggi, a più di quindici anni dalla sua scomparsa, in uno sforzo produttivo che va analizzato e valutato secondo questi termini, per ciò che è e per come si propone al pubblico.

E quindi, in un biopic che definire controllato suona alla stregua di un eufemismo tanto è filtrato e calibrato, imbrigliato e blindato, rigidamente supervisionato e fortemente vincolato alle direttive degli eredi, finanche costruito su clausole e vincoli contrattuali.
Un parallelismo tra Peter Pan (l’Eterno Bambino nella sua fatata Neverland, terra di libertà e avventure in cui non si cresce mai) e un Michael che fatica a convivere con il proprio corpo adulto, segnato dalla vitiligine e a cui sembra volersi sottrarre attraverso una danza febbrile ed elettrica; un corpo percepito come imperfetto, sgraziato, “asimmetrico”, che tenterà di rimodellare attraverso una lunga serie di interventi estetici. Ma anche una riflessione, appena accennata, sul dialogo tra quello che è forse l’artista black più celebre di tutti i tempi (insieme al “rivale” Prince) e la comunità, la cultura da cui proviene.
Sono queste le rare intuizioni, le tracce di Cinema, e le uniche vere libertà concesse al già citato Logan e ad un Antoine Fuqua relegato, di fatto, al ruolo di “prestanome” ai margini di un film antisettico e plasticoso, che finisce per risultare grossolano e svagato, e che priva la figura di Jackson di qualsiasi complessità e nuance — demandando allo scontro col paterno Capitan Uncino l’unica possibilità di dramma e di vera oscurità — così come di ogni dimensione terrena, di ogni pulsione umana, addirittura di un accenno di sessualità, in nome di una commemorazione collettiva. Di un rituale in forma glamour e chiave iperpatinata. E ancora, di un ossequio parziale dell’uomo caritatevole, filantropo e umanista, dell’animo puro e dell’intrattenitore inimitabile, della leggenda pantagruelica e di un “di(v)o” al di là dell’agiografia, sulla buona strada per la santificazione

Una bieca ed esibita operazione commerciale, di marketing degna di Joseph Jackson (interpretato da un Colman Domingo a metà tra un cattivo da fumetto e una maschera di Eddie Murphy). Un tentativo dunque, per molti versi ossimorico — oltre che innocuo, edulcorato, pressoché anestetizzato — di rievocazione e rilancio di un brand “prima che la gente vada a comprare la Pepsi”, che può comunque contare su un’interpretazione mimetica, sentita, tutto sommato convincente (malgrado l’ineludibile effetto “Tale-e-Quale”) dell’esordiente Jaafar Jackson (nipote della popstar), su una ricostruzione strabiliante e curatissima di esibizioni, videoclip e momenti iconici della carriera jacksoniana (al netto del sentore di mero fan service), e va da sé su un invidiabile catalogo musicale [di cui tuttavia si tralasciano perle essenziali quali Rock with You, P.Y.T., I Just Can’t Stop Loving You, assieme a porzioni importanti della biografia, come la parentesi di We Are the World] utilizzato in maniera frettolosa e funzionale. Al pari di un facile escamotage compositivo e narrativo per diluire, respingere e scongiurare ogni ipotesi e spettro di complicazione, e cioè di profondità.
Brani, del resto, vincolati ad immagini prive di anima e guizzo, quando non pigramente posti ad integrazione di un copione che, invece, non si assume alcuno sforzo di elaborazione: non trasfigura nulla, non rielabora, non reinventa. E — a differenza di ciò che dovrebbe essere prerogativa del cinema e dell’arte in genere — non aggiunge niente di nuovo, non dice nulla di più rispetto a quanto già fruibile e presente altrove, né tantomeno lascia intravedere un barlume di sguardo o di visione. Banalmente esibisce, accumula e inanella scene, rievoca e magnifica grandezze a uso e consumo dei fan nostalgici (o presunti tali), riprendendo il discorso supereroistico dell’Elvis di Baz Luhrmann, pur non potendosi permettere neppure una briciola della sua sensibilità e cifra autoriale.

Insomma: celebra, il film di Fuqua, ma nel verso e con una prospettiva sbagliata, senza mai rendere davvero giustizia — o anche solo accennare — alle ragioni più profonde di una grandezza irripetibile e di quello stesso status mitico, proprio perché sorvola sui lati intimi, su quelle zone d’ombra nelle quali si annidano fragilità, contraddizioni, paure, ossessioni, oltre che fascino e mistero. Michael è così ridotto a icona levigata e incontestabile, intesa in funzione di numeri, soldi, copie vendute, record infranti, oppure dei suoi eccessi stravaganti.
Non tanto una persona, quanto un simbolo depurato, privato, tra le altre cose, dei demoni di una solitudine talora obbligata, di qualsivoglia dettaglio riguardo al proprio processo creativo o alla propria idea di musica e di arte - indipendentemente da un semplice elenco di ispirazioni (da James Brown a Jackie Wilson, passando per Stevie Wonder, Fred Astaire, Gene Kelly, Charlie Chaplin, oppure ancora Greta Garbo, George Romero e Vincent Price). Ma anche della cinefilia, degli incontri col cinema e alcuni dei suoi protagonisti (eccezion fatta per un John Landis di cui non vediamo neppure il volto). E ancora, del suo impatto sugli Stati Uniti d'America, sulla scena e l'industria musicale...
Sarebbe persino superfluo — e fin troppo ridicolo — affermare che Michael Jackson avrebbe meritato un film migliore di questo: un diverso “sound visivo” capace di restituirne un’immagine più sfaccettata e, di conseguenza, davvero memorabile. Non l’ennesimo prodotto confezionato su misura, blando, artefatto, effimero. E non certo un jukebox movie che perseguita ad alimentare soltanto un’apparenza di forza e potenza, e che subito dopo aver intonato quanto sia “bad” finisce per prendere troppo sul serio l’estetica e l’approccio supereroistico, assicurando mediante un cartello goffissimo e del tutto anticlimatico che “La sua storia continua…” - in un ipotetico secondo tempo in parte già girato.
Una promessa da pagare, inevitabilmente, a caro prezzo. O, meglio, un investimento dichiarato. Pur con un po’ di timore, King & co. puntano almeno agli 800 milioni di dollari d’incasso (a fronte di un budget superiore ai 200).
“They don't care / They use me for the money”, cantava qualcuno.
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