
FESTIVAL DI VENEZIA 82
ELISA è un criminoso spreco di Barbara Ronchi
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Elisa
USCITA ITA: 5 settembre 2025
REGIA: Leonardo Di Costanzo
SCENEGGIATURA: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella
CON: Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon, Valeria Golino
GENERE: drammatico
DURATA: 110 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Da luogo di relazioni ad habitat di un’interiorità dolente e traumatizzata: dopo Ariaferma Leonardo Di Costanzo torna a Venezia con un altro film “in carcere” che però, nel tentativo di scavare nell’animo umano, finisce per smarrirsi tra verbosità sonnacchiose e sprechi attoriali.
Con Elisa, Leonardo Di Costanzo intende firmare un seguito, un prosieguo ideale di quello che resta probabilmente il suo film più riuscito, Ariaferma, presentato fuori concorso all’edizione 2021 della Mostra del Cinema di Venezia. Ed è sempre al Lido che il regista torna, quattro anni più tardi, con questa nuova riflessione “in carcere”. Lo sguardo, però, non è più rivolto alle relazioni e ai delicati equilibri tra detenuti, secondini e istituzioni, ma spostato sull’interiorità del recluso, sulla psicologia, e sul crimine che lo ha condotto dietro le sbarre. Per la precisione, sul dramma (e sul trauma) di una donna macchiatasi di un crimine a dir poco atroce.
Il suo nome, per l’appunto, è Elisa, ha trentacinque anni ed è stata condannata per aver assassinato la sorella maggiore e averne bruciato il cadavere, senza motivi apparenti. Nondimeno, dal momento in cui le forze dell’ordine l’hanno riconosciuta e arrestata e il sistema giuridico ne ha sentenziato le responsabilità, sostiene di esser stata colto da una sorta di amnesia che l’avrebbe portata a cancellare ogni scampolo di memoria concernente il delitto. Fino a quando - reclusa in uno sperimentale istituto di recupero e reinserimento detenuti sperduto fra le montagne - non accetta di partecipare ad una serie di sedute col criminologo francese Alaoui nel tentativo di riportare a galla non solo il fatto in sé e per sé, ma soprattutto le cause - razionali e istintive - che l’hanno spinta su questa strada.
Una strada tortuosa, come vediamo in uno dei primissimi segmenti della pellicola, di cui Di Costanzo arriverà in seguito a disturbare la vista e la percezione, inquadrandola sotto una bufera di neve. Un’immagine e una scelta, queste, che rimandano espressamente ad una delle cifre principali della sua filmografia: l’uso dei luoghi e degli ambienti come riflesso dell’intimità dei personaggi, come mappa di sentimenti e pensieri latenti e repressi. Purtroppo però questo è il suo utilizzo intrigante e intelligente del mezzo nel corso dei 110 minuti di Elisa. Il solo indizio di cinema in un film che vorrebbe vivere di atmosfere, suggestioni, allusioni, indici e non detti, ma dove, alla fin fine, tutto è placidamente, noiosamente, fastidiosamente raffreddato, disinnescato. A dispetto di quanto ci provi la fotografia del sodale sorrentiniano Luca Bigazzi, ogni traccia ombrosa e chiaroscurale è soppressa da una trafila di banalità, errori drammaturgici, e momenti che vorrebbero intrigare, scioccare, mettere in crisi le certezze dello spettatore, ma che invece sono messi in scena in una maniera talmente derivativa da diventare tediosi a lungo andare.
L’idea di Di Costanzo potrebbe essere quella di scandagliare il concetto tipicamente italiano e cattolico di famiglia - trasfigurandola e mostrandola quale prigione primaria da cui liberarsi violentemente, à la I pugni in tasca di Marco Bellocchio - attraverso le maglie estetiche di uno di quegli inquietanti thriller d’oltreoceano interamente fondati sulle profondità vertiginose del dialogo, della parola (un po’ sulla scia di Primal Fear, Stone o addirittura di una serie come Mindhunter). Il risultato, va da sé, è abbastanza lontano da ogni modello, sospeso tra una scialba pièce teatrale (tanto è verboso) e uno sceneggiato televisivo nella poca ispirazione con cui sono immaginati e inseriti gli sprazzi di memoria di Elisa.
Un’opera che non soltanto diserta qualsiasi forma di lavoro sulle immagini (e quando ci prova, insegue fiacche astrazioni simboliche o cade nell’accademico), ma - complice una sceneggiatura (ispirata agli scritti dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, da anni devoti ad uno studio sull’agire violento e sugli autori di crimini efferati, specie su quelli “insospettabili”, “ordinari”, spinti da nessun chiaro movente) che quando non è elementare è approssimativa - rovina a sua volta il lavoro attoriale ed espressivo di Barbara Ronchi. La quale si ritrova così costretta a interpretare una caricatura del suo stesso stereotipo di attrice nervosa, alienata, irrigidita in tic che qui non trovano nessuna credibile giustificazione drammatica.
Tale spreco e sfregio è, con tutta probabilità, il peggior crimine di cui si macchia Elisa, un film che - oltre a farci rimpiangere il succitato Ariaferma - finisce per commettere il fatale errore di voler essere complesso e denso, ancor prima che cinematografico. E che, in questa sua invisibile e rarefatta ambizione si smarrisce, fino a trovare un’unica strada: quella dell’oblio.
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