
VENEZIA 81
LA STANZA ACCANTO di Pedro Almodóvar - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The room next door
REGIA: Pedro Almodóvar
SCENEGGIATURA: Pedro Almodóvar
CON: Tilda Swinton, Julianne Moore, John Turturro, Alessandro Nivola, Juan Diego Botto, Raúl Arévalo, Victoria Luengo, Alex Hogh Andersen, Esther McGregor, Alvise Rigo, Melina Matthews
GENERE: drammatico
DURATA: 107 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Pedro Almodóvar torna in concorso al Lido di Venezia con La stanza accanto, il suo primo (immaginato e insieme temuto) lungometraggio in lingua inglese. Assistito da una Julianne Moore e una Tilda Swinton a dir poco eccezionali, il regista manchego firma il suo film più quadrato, tenebroso e mentale. Una storia di spettri che ha origine da un senso mortifero, da una profonda disillusione, da una nuova percezione (post-pandemica) del nostro mondo, di cui ci dice “Todo”.
Di solito è così. Quando uno di quei tanti registi praticamente inscindibili dall’atmosfera, dalla cultura, dal mondo, dalle sensazioni e dal paese nei quali sono nati, cresciuti e che li ha definiti (come individui e come artisti), decide di “emigrare”, di trasferire sé stesso e la propria opera in una cinematografia altra, il risultato è quasi sempre il medesimo. Ossia che la sua impronta, il suo stile, il suo modo di far cinema vengano inevitabilmente corretti, stemperati. Che il suo incantesimo affievolisca. In tempi recenti, ricordiamo il caso di Kore’eda Hirokazu nelle sue trasferte prima in Francia e poi in Corea del Sud, oppure ancora quello di Woody Allen, quando scelse di girare Un colpo di fortuna.
Succede - va da sé - anche a Pedro Almodóvar, che, con La stanza accanto, firma il suo primo lungometraggio in lingua inglese, a seguito di anni di tentennamenti, dubbi, paure, e due prove generali: i cortometraggi The Human Voice e Strange Way of Life. Ciò detto, anche se tutti gli elementi e i marchi di fabbrica che abbiamo imparato ad amare del suo cinema - e quindi: le musiche del sodale Alberto Iglesias, i colori, la fotografia vivacissima e ammaliante ricalcata sui film di Douglas Sirk, un trucco e costumi che sembrano usciti dal catalogo di una maison, un sense of humor spesso dark - sono presenti ma, per l’appunto, in maniera calmierata; la sceneggiatura, scritta dallo stesso cineasta, riesce a fare di necessità virtù, come si suol dire.
Friabile, sedato, talora altalenante, come (i discorsi di morte di) una delle sue protagoniste: l’approccio di Almodóvar alla scrittura de La stanza accanto è doppiamente ancorato ad ansie e angosce a cui di frequente ha fatto riferimento nell’immergersi in questa nuova avventura. In tal senso, egli - riconfermando perciò una grande consapevolezza - trasforma il rischio che questa sua “prima volta” possa trasformarsi nell’imitazione (in lingua inglese) di un film di Pedro Almodóvar, nell’argomento vero e proprio della pellicola. La quale, alla stregua di tante altre, deriva da un senso mortifero, da una profonda disillusione, da una nuova percezione (post-pandemica) del nostro mondo - agonizzante, lanciato verso una scientifica autodistruzione, svuotato di ogni piacere (anche del sesso, antidoto biologico o inutile panacea contro la fine) - e delle sue magre speranze di sopravvivenza.
Per lasciare che questo sentimento emerge, il regista opta tuttavia per una simmetria degna di un assoluto maestro e cultore del racconto per immagini. E (re)inventa (dal romanzo Attraverso la vita di Sigrid Nunez) la storia di Ingrid, un’affermata autrice che, touché, ha appena finito di scrivere un romanzo sulla paura di morire, e di Martha, indomita, testarda e un poco egoista, nota per il suo lavoro come reporter di guerra. Care amiche e colleghe da giovani, le due si ritrovano, dopo tanti anni, a causa della malattia di quest’ultima. Più precisamente, di un tumore alla cervice in stato terminale, da cui non sembrano esserci possibilità di ripresa, non contando una terapia ancora in fase di sperimentazione. Una che Martha decide eventualmente di interrompere, chiedendo, per tutta risposta, alla ritrovata amica e confidente di accompagnarla e trascorrere un po’ di tempo con lei in una casa persa nel nulla, dove ha intenzione di togliersi la vita con una pillola. Ingrid non dovrà essere coinvolta in nessun modo, anzi meno sa, meglio è. Semplicemente, dovrà essere la persona “nella stanza affianco”.
Da qui, prende il via una successione di scambi, confronti e scontri, durante i quali una cercherà di far riscoprire all’altra i piccoli, grandi svaghi della vita, nel disperato tentativo di dissuaderla dall’estremo gesto, mentre la degente rifletterà sull’intero corso della sua vita, su quello che ha e non ha fatto, su quello che ha e non ha detto, sulle gioie e sui rimpianti, in cerca di una pareggio definitivo e necessario. In questo joyciano e atipico flusso di coscienza a due voci, Almodóvar immagina, trasfigura, visualizza l’altalena di sentimenti con cui ha sempre caratterizzato i personaggi delle sue pellicole, qui declinata però sul piano di un dualismo, di un dilemma morale ed esistenziale: quello che, con molta probabilità, lo assedia nel rapportarsi con ciò che si trova nelle molte “stanze accanto” alla nostra. Nel mondo là fuori.
A tal proposito, il cineasta dissemina e riempie la pellicola di indizi che ne evidenziano la natura profonda; la finzione che si fa quasi bergmaniano riflesso, parallelismo e astrazione. Copie perfette di Hopper, analessi che imitano ergo “rimettono in scena” momenti della vita di Martha (ricordi che, per stessa ammissione della protagonista, non si possono rivivere né tantomeno rivisitare), dotandoli peraltro di un tocco precipuamente artificioso ed affettato; fino a doppi che riportano alla mente The Eternal Daughter, e ad un dialogo - tra Ingrid e una vecchia fiamma catastrofista interpretata da un misurato John Turturro - che funge da chiara ammissione di intenti, forse preda di una leggera, ultima incertezza… Insomma, malgrado tutti i vizi e le perversioni dell’assecondare una grande idea di base, è impossibile non riconoscere ne La stanza accanto l’ennesima, lucida riflessione dopo Dolor y Gloria e Madres Paralelas, oltre che il film più quadrato, tenebroso, livido di Pedro Almodóvar.
Uno che deve molto alla devota partecipazione di una Julianne Moore e una Tilda Swinton eccezionali, le quali regalano alla pellicola rispettivamente una fisicità atipica e la voce (umana) per stregare, e il millimetrico sguardo emotivo per sperare (ancora).
Una storia di spettri (della mente) con cui il regista manchego non solo ci dice tutto su una(!) madre, ma anche tutto (e proprio tutto) sul suo e sul nostro mondo.
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