
INK, The Wolf of Fleet Street
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Ink
USCITA ITALIA: N.D.
REGIA: Danny Boyle
SCENEGGIATURA: James Graham
CON: Jack O’Connell, Guy Pearce, Claire Foy
GENERE: drammatico
DURATA: 116 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Danny Boyle apre il concorso dell’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia ripercorrendo l’acquisizione del The Sun da parte di Rupert Murdoch e riflettendo sulle derive odierne dell’informazione. Trascinato da un’energia incontenibile e da un primo tempo vertiginoso, Ink finisce purtroppo per ripiegare su una drammaturgia più convenzionale e su una morale fin troppo esplicita quando si trova a dover fare i conti col lascito della propria storia.
1969. Un anno a dir poco straordinario per la storia dell’umanità. Simbolico non soltanto perché l’ultimo di un decennio che chiudeva definitivamente i conti col secondo dopoguerra, attraversato da momenti tra i più intensi e significativi di tutto il Novecento, ma anche per il superamento di moltissime barriere e confini in ogni ambito, campo e dimensione: sociale, politica, culturale. Fino alle stelle. Già, perché il 1969 è anche e soprattutto l’anno in cui — complottisti e negazionisti ce lo permetteranno — l’uomo mise per la prima volta piede sulla Luna, compiendo un passo che, fino a quel momento, sembrava appartenere più alla fantascienza che alla realtà.
Ebbene, in quest’ottica e questo generale clima di possibilità e cambiamento, appare forse meno utopistico, ma non per questo meno irreale, il piccolo — ma parimenti decisivo — passo compiuto, proprio nel 1969, dal magnate e imprenditore australiano Rupert Murdoch: acquistare quella che allora veniva considerata poco più di una “barzelletta” su carta, il quotidiano The Sun, e affidarla alle mani e alle cure editoriali dello spregiudicato Larry Lamb - “pesce piccolo” di Fleet Street - allo scopo di trasformarlo nel tabloid più letto e influente della Gran Bretagna.
Il pubblico, infatti, pare essere pronto per qualcosa di nuovo e, parallelamente, sembra finito il tempo del giornalismo che deve educare, informare, ma che finisce inevitabilmente per fare la predica ai propri lettori. Quel che conta, per Murdoch, è “fare rumore”. Sconvolgere le regole del mestiere, gli equilibri del pensiero comune e collettivo. Mirare al cuore dell’ipocrisia di chi marcisce nelle stanze del potere. Parlare alla pancia di un paese che “fa schifo”, al cosiddetto average Joe. Apparire, provocare, scandalizzare e, soprattutto, intrattenere. Senza se e senza ma. Va da sé: solo ed esclusivamente per vendere un numero sempre maggiore di copie. Contagiato così il giovane editor (a sua volta spinto da un forte bisogno di rivalsa personale e professionale), viene assemblata una “ciurma di reietti” che darà puntualmente forma ad un nuovo modello di informazione, il famigerato infotainment, destinato a sovvertire il rapporto tra stampa, potere e società, abbattendo ogni steccato di etica, morale e decenza, fino a ridefinire e deformare il concetto stesso di notizia, di ciò che può e non può essere pubblicato.
È il primo anno di un futuro che, di norma, è inesorabile, il 1969. Quello in cui sembra inventarsi in tutto e per tutto l’era moderna, e da cui prende il via il racconto di Ink, il diciassettesimo lungometraggio di un regista, Danny Boyle, affacciatosi al cinema con un intento e una vocazione, per certi versi, simili a quelli dei nostri Murdoch e Lamb, ma (per fortuna) con tutt’altro tipo di conseguenze e risultati. Fin dal suo esordio con Piccoli omicidi tra amici, e poi con quel fenomeno generazionale che è tutt’oggi Trainspotting, la sua opera ha spesso rappresentato un’Inghilterra cinica, decadente, perversa, finanche apocalittica, come ancora ci ricorda quel capolavoro indie di 28 giorni dopo e il suo aggiornamento post-Brexit 28 anni dopo. Una nazione cupa e irrequieta, sporca e caotica, di certo ben lontana dall’esaltazione e dal finto ottimismo figli della proverbiale Cool Britannia. Una di cui si torna, in un certo qual modo, alle origini (anche iconografiche) proprio in questa trasposizione dell’omonima pièce teatrale di James Graham - avendo l’onere e l’onore di aprire il concorso ufficiale dell’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia - solo per tracciare legami, collegamenti e parallelismi con la nostra contemporaneità, infestata in ogni dove di ottundimento e torpore intellettuale, disinformazione, manipolazione, polarizzazione e verità confezionate ad arte. Dove il confine tra ciò che accade e ciò che ci viene raccontato, come pure tra pubblico e privato, si fa ogni giorno più labile.
Nodi che vengono al pettine in maniera, sì, prudente sotto un profilo meramente commerciale, ma fin troppo manifesta, se non completamente pleonastica, al termine di una pellicola che, come la stessa redazione del The Sun, sa bene cosa vuole il pubblico e glielo offre - almeno inizialmente - nella maniera più accattivante e coinvolgente possibile. Col ritmo incessante, indiavolato di una rotativa, la prima ora di Ink travolge lo spettatore con una “sarabanda” cinematografica vertiginosa e vorace che - qualora ce ne fosse ancora bisogno - riprova, testa, fissa, imprime nuovamente la piena consapevolezza e dimestichezza di Boyle nell’impiego del mezzo. Una cifra stilistica, la sua, ormai sempre più riconoscibile e affilata, della quale affiora qui l’evidente parentela scorsesiana, tuttavia sempre riletta attraverso quell’arroganza, quell’irriverenza e quell’umorismo inequivocabilmente britannici.
Quasi come fosse avvolto e coinvolto in prima persona nella storia che sta portando in scena, sontuosamente fotografata dal sodale Alwin H. Küchler e sorretta dal montaggio acidissimo di Fin Oates, il cineasta procede per accumulo, accelerazione, collisioni di immagini, corpi, parole, musica, che si inseguono e sovrappongono in un flusso famelico e apparentemente incontenibile che sembra voler replicare non soltanto le atmosfere di quel preciso momento storico, ma anche le ragioni epidermiche, sensibili, a tratti materiche dietro il successo del tabloid. Un po’ come a voler restituire, per traslato, la stessa esperienza di lettura dei suoi lettori, trascinati nello sfogliare quelle pagine patinate, sature di frivolezze, sensazionalismi, pruderie e ogni genere di bizzarria. Calati inconsapevolmente nel baratro della coscienza moderna.
A dare ulteriore consistenza ad un dispositivo filmico che si sposta ostinatamente tra generi e registri — dal racconto sportivo ad una sorta di mimetico horror sociale dalle venature iperrealiste —, concorre un gruppo di interpreti chiamati ad assecondare una partitura frenetica, costellata di movimenti di assoluta maestria (come, ad esempio, il dialogo d’apertura) senza lasciarsene fagocitare. Ritrovato Boyle dopo l’esperienza del succitato 28 anni dopo, Jack O’Connor prosegue nel solco di una bestialità tanto imprevista quanto fugacemente delicata, regalando quella che è, con tutta probabilità, la sua prova più ispirata. Non è da meno Guy Pearce, diavolo tentatore sottratto ad ogni rischio di gigioneria e affidato piuttosto ad una sorta di gustosa e latente perversione. O Claire Foy, capace di imprimersi nella memoria dello spettatore nonostante un copione che, dopo averne intuito e valorizzato le possibilità, se ne dimentica troppo velocemente.
Nondimeno, alla stregua del proprio (s)oggetto d’elezione, anche Ink paga lo scotto di un’ascesa — e di un primo tempo — tanto esplosivi nell’esatto momento in cui si ritrova drammaturgicamente a dover fare i conti con i risvolti più oscuri delle proprie premesse, con le inevitabili conseguenze di una parabola di ascesa e caduta (benché di caduta vera e propria, in fondo, non si possa parlare). È come se, una volta oltrepassata una certa soglia, il film si ritrovasse improvvisamente affidato ad un’altra squadra, quasi irriconoscibile. Il ritmo si affloscia sul dramma, sulla tragedia annunciata, mentre la corsa febbrile dei primi minuti lascia progressivamente spazio ad un andamento più convenzionale. Accade soprattutto quando Ink imbocca la via del thriller, facendosi carico di raccontare il punto di non ritorno a lungo sospirato e di trarre - come sopra - le conclusioni del caso, ché la sua energia sembra disperdersi.
Ripiegati su una composizione e un’impalcatura produttiva irriducibili, sottratti a qualsiasi forma di istinto, Boyle e la sceneggiatura dello stesso Graham abbassano il volume, irrigidendo ciò che fino a quel momento viveva proprio di sregolatezza, dicendo ciò che prima avevano avuto il coraggio di suggerire, ricomponendo burocraticamente un puzzle di cui conosciamo fin troppo bene l’immagine finale. Persino le intuizioni più feroci vengono alfine ricondotte entro i confini rassicuranti di una parabola morale che ci tiene a spiegare i chi, cosa, dove, come e perché di una storia. Chiudendo la porta - o la finestra - ad un’altra che invece è appena (ri)cominciata.
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