
BUCKING FASTARD, qualcuno dovrà pur cominciare a sognare
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Bucking Fastard
USCITA ITALIA: N.D.
REGIA: Werner Herzog
SCENEGGIATURA: Werner Herzog
CON: Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson
GENERE: drammatico
DURATA: 109 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8
RECENSIONE:
Il quieto e disperato grido di resistenza di uno degli ultimi sognatori per immagini. Werner Herzog torna alla finzione con Bucking Fastard, un’opera imprevedibile, stravagante e dolcissima che è anche inno all’alterità e alla possibilità — remotissima, e proprio per questo necessaria — di tornare a meravigliarsi.
È dedicato al compianto David Lynch Bucking Fastard, il ritorno dietro la macchina da presa di Werner Herzog, autore outsider e cineasta tra i più singolari, imprendibili e inconfondibili del cinema moderno e contemporaneo. Un ritorno che si compie, ancora una volta, al Lido di Venezia — questa volta, però, in concorso — e che, a sette anni da Family Romance, LLC, segna soprattutto il suo riavvicinamento alla finzione. Una finzione pura. O quasi.
L’ispirazione per questa sua ultima fatica è infatti da ricercare nella storia vera e, soprattutto, nell’incontro dello stesso Herzog con le gemelle Freda e Greta Chaplin, divenute note (o famigerate) nel Regno Unito degli anni ’80 per la loro assoluta simbiosi. Una caratteristica che condividono con le loro reincarnazioni cinematografiche, Jean e Joan Holbrooke: talmente unite da pensare, muoversi e parlare all’unisono. Persino i loro lapsus sono identici e pronunciati in perfetta sincronia (è proprio uno di questi, un involontario cortocircuito linguistico condiviso, a dare il titolo alla pellicola). Non solo. Esattamente come le Chaplin, anche le nostre sorelle finiranno nell’occhio del ciclone per il loro amore incondizionato — spintosi ben oltre un’innocua infatuazione — nei confronti di un uomo. Dello stesso uomo. Un’ossessione così totalizzante da condurle, sempre e irriducibilmente insieme, fino alla sbarra di un tribunale, pronte a ricevere un ordine restrittivo nei confronti di questo esemplare di maschio ridicolmente virile.
È da qui che prende effettivamente il via il racconto di Herzog, dopo un prologo onirico quanto autarchico — esplicito omaggio, per l’appunto, al caro amico regista — che costituisce l’unica occasione in cui ci è concesso, in qualche modo, l’accesso alla psiche e alla mente delle due sorellesse. Questo perché il nostro non è interessato, per sua stessa ammissione, a vedere il mondo attraverso gli occhi di Jean e Joan. Il suo sguardo procede semmai nella direzione opposta: vuole osservare il modo in cui il mondo là fuori reagisce alla loro semplice presenza e alla loro irriducibile alterità, tra chi cerca di aiutarle e chi, al contrario, vorrebbe soltanto sfruttarle per i propri scopi meschini. Allo stesso tempo, ne seguiamo e scorgiamo l’incedere solitario “negli occhi di animali domestici e selvatici, e addirittura nell’eco delle loro esistenze che sembra propagarsi nelle profondità della terra”. Che è poi la meta, il culmine di un viaggio nel senso più autentico del termine. Un girovagare dai risvolti genuinamente imprevedibili, a tratti finanche picaresco, durante il quale Herzog lascia affiorare suggestioni ed echi tra i più disparati. Da Bergman a Welles — quest’ultimo evocato pure attraverso l’uso che faceva di plongée e contre-plongée, i quali contribuiscono qui a restituire l’obliquità esistenziale, il carattere sghembo e stravagante dei suoi personaggi —, fino al già citato Lynch (specie quello di Una storia vera) e al primissimo Lanthimos, ma con un occhio rivolto a Povere creature!.
Eppure Bucking Fastard è simile senza assomigliare davvero a niente e nessuno, alla stregua delle sue protagoniste, un po’ fate, un po’ lepricauni. Ed è forse proprio questo uno dei maggiori pregi del cinema del tedesco nell’immaginare, servendosi del filtro della finzione, un controcampo del precedente e già testamentario Ghost Elephants. Vale a dire il quieto ma disperato grido di resistenza di uno degli ultimi veri sognatori per immagini, ancora ostinatamente convinto che questo mezzo-illusione possa condurci là dove non sapevamo di poter arrivare, senza mai smarrire quella sua singolare capacità di guardare all’assurdo con stupore e, insieme, con una tenerezza pressoché commovente.
A rendere tutto questo possibile sono anche le interpretazioni straordinariamente delicate di Rooney e Kate Mara, inseparabili e impeccabilmente precise in una prova tutta fisica, fatta di gesti, movimenti, posture, minime variazioni di un corpo che sembra appartenere a due persone distinte e, insieme, ad una sola creatura etimologicamente mostruosa. Jean e Joan sono figure larger-than-life, bislacche, sbilenche — ma non più strane, in fondo, del mondo che le circonda, fotografato per contrasto da Peter Zeitlinger con tutta la straniante nitidezza messa a disposizione dalle camere e microcamere digitali.
Veicoli espressivi, destabilizzanti lasciapassare verso luoghi e territori sospesi tra il grottesco e un lirismo fiabesco che dice il vero, suggerisce verità ben più vertiginose, “oltrevisibili” e sovrumane, e conferisce loro una credibilità al contempo folle, impensabile e dolcissima. D’altronde, è quel che gli serve per porsi, a tutti gli effetti, quali alter ego, incarnazioni dello spirito, della visione e delle ossessioni herzoghiane. Della sua ricerca incessante di visioni nuove e straordinarie, di profondità dell’essere ancora inesplorate, di imprese enormi e potenzialmente insormontabili, di illusioni irraggiungibili che, proprio in virtù di questo, continuano a conservare intatto il potere di sconcertare e sconvolgere.
Qualcuno, dopotutto, dovrà pur cominciare a sognare. O, meglio, dovrà ricominciare a farlo, per l’ennesima volta. Immaginando una proverbiale luce in fondo al tunnel. Le Orcadi, “un posto per noi”, “un luogo in cui le volpi possano vivere indisturbate”. E un mondo nel quale ci sia ancora spazio per la meraviglia, senza che nessuno senta il bisogno di deformarla, ridimensionarla, addomesticarla. Uno in cui amare qualcosa all’infuori di ogni misura e regola non sia considerato un crimine. Un mondo là, oltre un velo di roccia, oltre la caverna dei sogni dimenticati. E cioè in quella possibilità ancora remotissima — e proprio per questo tanto più necessaria — di uno spazio altro, sublime, (in)visibile, ergo documentabile (e documentario), capace di produrre uno scarto, un gesto trasformativo della realtà. Che purtroppo, come ben sappiamo, è spesso deludente. Per eccesso, difetto o un tristo pareggio.
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