
LA RAGAZZA CON LA LEICA è il frivolo ritratto di Gerda Taro
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La ragazza con la Leica
USCITA ITALIA: N.D.
REGIA: Alina Marazzi
SCENEGGIATURA: Alina Marazzi, Valia Santella
CON: Emilia Schüle, Aaron Altaras, Luna Wedler, Lucas Englander, Thomas Schubert
GENERE: drammatico
DURATA: 119 min
Concorso Orizzonti alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 4
RECENSIONE:
Un ambizioso intreccio di memoria, immaginazione e materiali d’archivio per rimettere a fuoco la figura di Gerda Taro e riportarla al centro della Storia, che però si fa via via più fragile quando deve trasformare le tracce del passato in immagini proprie, ripiegando infine su una narrazione sentimentale, frivola e rassicurante.
Per far riaffiorare qualcosa bisogna attingere alla memoria. Una memoria che, tuttavia, non può mai prescindere dalla nostra immaginazione. Ricordare, rinvenire, riportare alla luce significa dunque, inevitabilmente, anche immaginare.
È questo uno dei discorsi — e delle intuizioni — più stimolanti proposti da Alina Marazzi, coadiuvata in sceneggiatura da Valia Santella, ne La ragazza con la Leica, sua nuova sortita nella finzione dopo Tutto parla di te, grazie alla quale si ritrova ad aprire la sezione Orizzonti della 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Regista e documentarista balzata agli occhi del pubblico festivaliero per l’abilità e disinvoltura nel combinare memoria privata e materiali d’archivio, Marazzi ha costruito gran parte della propria opera intorno a ritratti e storie di donne che costruiscono, subiscono, negoziano o rifiutano l’identità loro assegnata dall’esterno: dalla famiglia, dalla società, dal mondo e dal tempo in cui vivono. Personaggi indomabili, anticonvenzionali, precorritrici, spesso restituiteci attraverso immagini che la Storia ha smarrito, rimosso o semplicemente relegato ai suoi margini. Esistenze semplificate, dimenticate, talvolta cancellate attraverso categorie e sguardi altrui.
È in questo solco che si inserisce Gerda Taro, protagonista di questa sua ultimissima fatica, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Helena Janeczek (Premio Strega nel 2018). Fotografa tedesca di origine ebraica, esule in Francia dopo l’ascesa del nazismo e prima fotoreporter di guerra, Taro è rimasta a lungo confinata nella memoria collettiva all’ombra del ben più celebre — e mitizzato — Robert Capa, con il quale instaurò un intenso sodalizio sentimentale e professionale sul fronte spagnolo, durante la guerra civile del 1936.
Marazzi sceglie allora non semplicemente di riportarla alla luce sul grande schermo, ma di ricomporne, ricostruirne il ricordo nella coscienza collettiva attraverso il fragile, inevitabile filtro dell’immaginazione. Di rimetterne a fuoco la storia e, soprattutto, di riportarla al centro sullo sfondo di un periodo storico, politico e sociale — il suo, il nostro — a dir poco rovente, alla vigilia di qualcosa di irreparabile. Come spiega la stessa regista, “le fotografie di Gerda hanno infatti il potere di tracciare una linea di dialogo tra passato e presente. Il desiderio di libertà, lo sguardo sul mondo, la gioia di vivere e la determinazione di questa giovane donna vissuta quasi cent’anni fa hanno lasciato una traccia indelebile in chi l’ha amata e risuonano ancora oggi con grande intensità”.
Tracce che Marazzi insegue — neanche a dirlo — nell’intreccio di una dimensione privata e di una pubblica di fatto inscindibili, ma anche attraverso un mosaico di immagini d’epoca e di finzione, materiali documentari e frammenti cinematografici. Accanto ai suoi scatti e ai rullini in 35mm si succedono così filmati dell’epoca, il reportage Terra di Spagna di Joris Ivens con testi e commento di Ernest Hemingway, un pilastro della storia del cinema quale L’Atalante di Jean Vigo — nel quale Gerda, commossa, sembra scorgere forse l’(im)possibilità di un’esistenza, di una storia ideale —, le inquietudini brechtiane di A chi appartiene il mondo?, fino alle sequenze di finzione nelle quali la fotografa assume le fattezze di Emilia Schüle.
È così che, prendendo le mosse dal 14 luglio 1937, ultimo giorno a Parigi prima della ripartenza per il fronte, trascorso con Capa e gli amici di sempre, La ragazza con la Leica lascia riaffiorare sprazzi, frammenti, schegge di un’esistenza, come se avesse scovato un vecchio baule di fotografie dimenticate in una soffitta polverosa. Tuttavia, proprio nel tentativo di ridare senso e nuova vita a queste memorie, Marazzi incappa nel più tipico e ricorrente vizio di forma di un’idea di cinema che si muove in questa terra di nessuno, sul confine sottile tra finzione e documentario. Quando cioè è chiamata a produrre immagini proprie, e non semplicemente a riattivare quelle già esistenti, La ragazza con la Leica fatica a trovare una temperatura, una consistenza, un’urgenza quantomeno paragonabili.
Per di più, ad un occhio legittimamente malizioso, l’impiego così massiccio di questi materiali d’archivio — che rischia talvolta di trasformarsi da necessità espressiva in una stilizzazione algida e autoreferenziale, persino antitetica rispetto alla poetica di Taro — può apparire anche come un facile e comodo escamotage per sopperire ad evidenti limiti produttivi (tanto più curioso trattandosi di un’importante coproduzione europea). È solo un dubbio, certo. Ma trova qualche eco nella stessa costruzione della pellicola, che sembra via via prediligere la dimensione più intima, privata e finanche sentimentale della storia, lasciando sullo sfondo non soltanto ciò che accade intorno a Gerda, bensì quello che avrebbe potuto rendere questo ritratto più complesso, stratificato e stimolante.
Il riferimento è, ovviamente, all’impegno artistico, ad una riflessione sulla forza, sulle ambiguità e sull’ossimorica neutralità delle immagini. E dunque a quei risvolti quasi teorici sui concetti di attimo ed eternità, sulla fotografia quale invenzione meccanica che permette di vedere restando invisibili, ma al contempo “di essere dentro la Storia, prendere posizione, dire io esisto”. Tutto questo, reso a prova di matinée scolastico, viene compresso in pochi sussulti anacronistici e in una manciata di battute affidate ad un voice-over retorico e invadente. Con il rischio - paradossale per un film tanto ossessionato dalla memoria - di produrre soltanto indifferenza, “il vero crimine”. O, peggio ancora, di ricondurre una figura offertasi al proprio tempo come un impacificato campo di battaglia entro la più rassicurante e frivola delle narrazioni. Una che, diversamente dalle fotografie di Gerda Taro, non sembra destinata a vincere la prova della Storia — né, tantomeno, quella del cinema.
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