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            20 Giugno 2025
            La recensione di 28 anni dopo, il film seguito di 28 giorni dopo per la regia di Danny Boyle, scritto da Alex Garland.
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            28 ANNI DOPO e la metastasi di un futuro presente

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: 28 Years Later
            USCITA ITALIA: 18 giugno 2025
            USCITA USA: 20 giugno 2025
            REGIA: Danny Boyle
            SCENEGGIATURA: Alex Garland
            CON: Jodie Comer, Aaron Taylor-Johnson, Ralph Fiennes, Jack O'Connell, Alfie Williams
            GENERE: drammatico, thriller, azione , horror, fantascienza
            DURATA: 115 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            23 anni dopo aver reimmaginato la figura dello zombie di romeriana memoria, il regista Danny Boyle e l'amico sceneggiatore Alex Garland tornano in quell'Inghilterra devastata dal virus della rabbia. Idealmente organizzato su due livelli differenti (di cui il meno interessante è quello narrativo), 28 anni dopo è un film rabbioso quanto basta che gode della condivisione di mutue esperienze e nuove consapevolezze dei suoi autori. Non più reinventando, ma trasfigurando.

            In 28 giorni dopo è scoppiato. In 28 settimane dopo si è espanso. In 28 anni dopo si è evoluto. Il virus è mutato, si è trasformato, ma l’umanità è rimasta quella di sempre. Solo un pochino più arrabbiata.

            È quella che il regista premio Oscar (per The Millionaire) Danny Boyle e lo sceneggiatore (ora rinomato, stellare, grazie ai suoi tentativi dietro la macchina da presa) Alex Garland ritraggono e raccontano fervidamente e intelligentemente “solo” (si fa per dire) 23 anni dopo, in quello che è di fatto il loro ritorno alle briglia dell’anomalo, tanto scombinato quanto fortunato franchise horror inaugurato, per l’appunto, nel 2002. Quello a cui devono i natali delle rispettive e presenti carriere.

            Questa volta, però, non c'è nulla di nuovo che bisogna cominciare. Non c'è più niente da reimmaginare o reinventare, a differenza del radicale e, per certi versi, rivoluzionario gesto iconoclasta compiuto in quel cult di inizio Duemila nei confronti della figura (e dell’accezione romeriana) dello zombie. Anzi, ci si limita a recuperare e riproporre; a trasfigurare, trasporre, parafrasare, ricodificare e sviluppare, al passo coi tempi. O, per meglio dire, col tempo. 

            La recensione di 28 anni dopo, il film seguito di 28 giorni dopo per la regia di Danny Boyle, scritto da Alex Garland.

            “Quando lo guardi, vedi il presente”, per storpiare una delle battute del film. Un presente perpetuo, fatto di isolamenti e protezioni(smo), la cui unica destinazione pare essere la (auto)distruzione; un annichilimento forse programmatico, predefinito, inevitabile. Del resto, in un oggi mai così attiguo e abitato da un incessante senso di apocalisse, non c'è alcun spazio per distopie o qualsiasi opera di futuribilità. Non esistono, né possono più esserci allora viaggiatori nel tempo, ma solo medici, analisti, chirurghi piegati, preda di una follia, un'allucinazione, un’assurdità, vittime anch'essi di una diagnosi, di un cancro già metastatizzati.

            “Infetti e non infetti sono la stessa cosa”, tra alpha virili, virulenti, putrescenti, e padri di famiglia parimenti fallocentrici, infettivi, ripugnanti. Entrambi, in fondo, sono spinti e accomunati da un insormontabile bisogno di uccidere per sovrastare l’altro, operando una violenza fine a sé stessa, radicata e primordiale, inestirpabile alla stregua dei relativi germi. Nell’uno, quelli di un’infezione che è solo un’allegoria esplicita, una chiara sintomatologia dei bacilli invece latenti, sottaciuti e degenerativi dell’altro.

            Geograficamente, politicamente, fisicamente asserragliata in un’isola (Holy Island) nei confini di un’altra isola (il Regno Unito), separata dal resto del mondo (per patriottismo, integrità idiosincratica, un senso di conservazione animato da un orgoglio grottesco, una vanità ridicola, oltre che del tutto demente): l’umanità a tratti burgessiana di cui, in 28 anni dopo, regista e sceneggiatore seguono orme, contrizioni e (nuove, vecchie) tradizioni si rivela nella sua nudità e autenticità nauseabonde, fetenti, pestilenziali, fatali. Si dà così corpo, forma, colore e odore a quello che i (trapassati) latini definivano un memento mori. Alla concretizzazione plastica, metafisica di un futuro presente nel quale, più che il virus e gli infetti, fanno paura le persone che vi sono sopravvissute. E in cui resiste e resisterà giusto la struttura di convinzioni, ideali, ruoli, dettami, principi di supposta realtà, bugie artefatte e tramandate. Difatti, le persone, gli scheletri che la cingono, che vi si avvinghiano si sgretoleranno via via, col trascorrere di giorni, settimane, anni.

            Idrofoba, impetuosa, sfrenata, questa visione cinica ed iperrealista ammette tuttavia la speranza, l’esistenza, la cosiddetta magia di una placenta. E quindi, memento amoris, “ricordati dell’amore”. Che è in effetti la sola cosa resa preziosamente e paradossalmente (più) viva dalla morte.

            La recensione di 28 anni dopo, il film seguito di 28 giorni dopo per la regia di Danny Boyle, scritto da Alex Garland.

            Come forse avrete intuito, 28 anni dopo è insomma un film che si districa su due piani differenti, di cui il meno interessante è proprio quello testuale e narrativo. Ossia i tormenti e le sofferenze di una famiglia e la maturazione (costretta) dell’unico genito, chiamato dapprima a imitare il modello paterno di maschio cacciatore e vincente, e poi a disobbedirgli nel primo atto (delicatamente) anarchico e punk di un racconto e discorso che lo amplificano fino alle estreme conseguenze.

            La premiata ditta Boyle-Garland riunisce dunque le forze per creare una miscela, un’alchimia proporzionalmente rabbiosa, che gode della condivisione di mutue esperienze e nuove consapevolezze; del segno, dell'indole, delle combinate stoffe artistiche.

            Sulla falsariga dell’anima e del pensiero che informavano e hanno distinto la saga fin dai suoi primi movimenti e strepiti, il primo - coadiuvato dal sodale direttore della fotografia Anthony Dod Mantle e dal fido montatore Jon Harris - accorda in tal senso il proprio stile inconfondibile e incontenibile, vertiginoso e serratissimo, indiavolato e vibrante; il suo occhio funambolico e iperdigitalizzato, alle possibilità e alla frontiera degli smartphone. Per essere più precisi, alle specifiche dell'iPhone 15 Pro Max, opportunamente incorporato con l'ausilio di lenti e attrezzature speciali.

            Come nel caso di 28 giorni dopo [che vide l’impiego di una Canon XL-1, una videocamera digitale piuttosto tecnologica e innovativa per l'epoca, dotata di obiettivi intercambiabili e di registrazione di dati su nastri MiniDV], l’intento non è (soltanto) la postura autoriale, il sapore avanguardistico, sperimentale, pionieristico (anche se altri sono arrivati prima di lui - si pensi, ad esempio, a Steven Soderbergh) del progetto. Ma risponde anzitutto a precise esigenze artistiche ed espressive: adoperare attrezzature che potremmo definire non-standard serve infatti a rendere con maggior vividezza ed efficacia la ruvidezza, crudità e bestialità di questo mondo, come di quello e di coloro che lo abitano, incarnati con passione e precisione da un cast ben assortito sul quale svettano un buon Aaron Taylor-Johnson, un mai troppo celebrato e imprendibile Ralph Fiennes, il giovanissimo esordiente Alfie Williams e un Jack O'Connell breve ma intenso.

            Questa scelta, in coro con le musiche del gruppo edimburghese alternative rap Young Fathers, assolve inoltre al coefficiente suggestivo, atmosferico della pellicola. E fa altresì dell’immagine il veicolo epidermico ed epidemico, la sporgenza e l’escrescenza di ogni procedimento tematico e riflessivo. Il pennello (anche ipertestuale) per dipingere l’affresco, oppure l’apparecchio per estrarre il gene spaziale, (a)temporale e mediatico di un’Inghilterra post-Brexit sviscerata, commentata, criticata, posto sotto processo dal copione di Garland.

            La recensione di 28 anni dopo, il film seguito di 28 giorni dopo per la regia di Danny Boyle, scritto da Alex Garland.

            Lo sceneggiatore, dal canto suo, torna ad ispirarsi al videogioco [se l’originale si deve a Resident Evil, qui il pegno è verso The Last of Us e l'ultimo ciclo di God of War], dall’altro prosegue invece nel solco profetico(?), fanta- e geo-politico di Civil War, raccontando l'ennesimo concentrato umano, puntualmente cieco e sordo, meccanico di fronte alla schiacciante e storica evidenza della propria natura.

            Qui decisamente più scaltro e risoluto, il suo è senza dubbio l’apporto più sostanziale e sostanzioso, l’evoluzione ed elevazione necessarie, la maturazione e la sofisticazione propizie (ovviamente assecondate da Boyle) di un legacy sequel sotto steroidi che diversamente sarebbe magari risultato prevedibile, coatto, convenzionale (specie nei suoi risvolti sentimentali). Discutibile nel suo porsi di fatto quale atto fondativo di un trilogia il cui secondo capitolo è stato girato back-to-back, già ultimato e pronto ad arrivare sul grande schermo tra meno di un anno (a gennaio 2026, ndr), con l’atteso e anticipato ritorno dell’oggi premio Oscar Cillian Murphy - per ora limitatosi a produrre.

            Un film, 28 anni dopo, che altrimenti avremmo potuto definire tardivo, fuori tempo massimo. Fuori dal proprio tempo. Nel bene e nel male. In vita e in morte. 

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