
PRIMAVERA, dell'arte che (r)esiste
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Primavera
USCITA ITALIA: 25 dicembre 2025
REGIA: Damiano Michieletto
SCENEGGIATURA: Damiano Michieletto, Ludovica Rampoldi
CON: Tecla Insolia, Michele Riondino, Stefano Accorsi, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi
GENERE: drammatico, storico
DURATA: 120 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Quello di Damiano Michieletto è un esordio che nasce all’ombra di Gloria! ma sceglie una strada opposta: meno sperimentale, più controllata, capace però di far emergere con forza una riflessione su musica, cinema e potere. Primavera è il racconto di come l’arte continui a resistere, anche quando tutto sembra riducibile a merce.
Gloria! - la prima volta dietro la macchina da presa per l’attrice e cantautrice Margherita Vicario - ha senza dubbio lasciato un forte segno nel panorama e nell’industria del cinema italiano, complice tra le altre cose anche la triplice vittoria agli ultimi David di Donatello. Un’impronta e un’impressione a tal punto travolgenti e profonde da aver forse involontariamente, inconsapevolmente, innescato qualcosa. Parliamo di un fenomeno (ancora) piccolo ma comunque considerevole il cui primissimo venuto è a sua volta un esordio alla regia di un lungometraggio.
Con Primavera, infatti, il regista teatrale e lirico Damiano Michieletto - tra le figure più influenti dello scenario operistico odierno, noto e apprezzato per le sue riletture contemporanee e spesso provocatorie dei grandi classici, caratterizzate da forte attenzione psicologica, realismo scenico e temi sociali attuali - approda e si approccia finalmente al cinema dopo che per anni ha cosparso le sue produzioni di elementi dalla chiara inclinazione filmica; piccoli accenni, rimandi, dettagli che già lasciavano presupporre una certa naturalezza, fluidità, possibilità nell'emigrazione verso un altro medium, in certa misura antitetico e avverso all’arte da palcoscenico.
Sorretto da un importante sforzo produttivo italo-francese (sotto l’egida di Warner Bros. e Indigo), sceglie per l'occasione di trasporre sul grande schermo Stabat Mater, il romanzo premio Strega di Tiziano Scarpa, una storia di riscatto ed emancipazione, espressione e salvezza attraverso la musica, nella Venezia dei primi del Settecento, agli sgoccioli del conflitto contro gli Ottomani per il controllo del Mediterraneo orientale. Seppur ambientata un secolo prima, le similitudini col racconto scritto e portato in scena dalla stessa Vicario (assieme alla co-sceneggiatrice Anita Rivaroli) sono più che evidenti. In primis, proprio in questo suo voler riflettere sulla figura e condizione femminile, e sulle prigioni sociali, culturali, esistenziali in e di una società prettamente ed estremamente maschilista, fallocentrica, oppressiva, dove la reputazione è vitale e superiore ad ogni cosa. Pure alla libertà.
Altrettanto manifesto - fin dal titolo - è inoltre l’interesse di Scarpa (ergo di Primavera) nei confronti del tema della maternità, dell’abbandono, del desiderio e del rapporto tra corpo e spiritualità.

Protagonista è Cecilia, un’orfana cresciuta tra le mura antiche e spoglie del Pio Ospedale della Pietà, nel cuore delle calli veneziane. Ignora del tutto come e perché sia finita in quel luogo, così come resta ignoto il volto — o anche solo l’identità — di sua madre, e dunque il suo vero nome. Cercata in ogni riflesso e dolorosamente rimpianta, la figura da lei chiamata “Signora Madre”, invocata e interrogata in lunghe lettere notturne senza destinatario (se non sé stessa), diventa la ferita insanabile attorno a cui si è organizzata la sua esistenza. Una vita trascorsa - in attesa di andare in sposa a qualche facoltoso signore veneziano - suonando il violino nella piccola orchestra dell’istituto.
Un giorno però, un vento come di primavera soffia con la quieta promessa di scompaginarne il presente e il futuro. Alla Pietà, arriva infatti un nuovo insegnante di violino e maestro compositore: il suo nome è Antonio Vivaldi, ma è tutto fuorché il mito che sarebbe passato alle cronache negli anni e nei secoli a venire. Giunge infatti a Venezia da sacerdote caduto in disgrazia dopo esser stato rifiutato da tutte le corti d’Europa e aver tentato una fallimentare carriera da impresario musicale. Il suo aspetto è dimesso, miserabile, ma l’energia, il carisma e la passione che dischiude poco a poco stregheranno letteralmente la nostra Cecilia, il cui casting è con tutta probabilità la prima delle molte scelte sapienti, assennate, precisissime della trasposizione di Michieletto.
Reduce dalla vittoria del suo primo David per il ruolo (confinante) di Modesta ne L’arte della gioia di Valeria Golino - che ne ha a tutti gli effetti inventato il tratto attoriale e congegnato il prototipo divistico -, Tecla Insolia ricorda ancora una volta il perché sia, al momento, la più luminosa promessa del cinema italiano. Il suo lavoro espressivo si muove su più registri: parte da quello più drammaturgicamente immediato del dolore, del silenzio, del trauma, per poi stratificarvi costantemente qualcos’altro, di non detto e (in)visibile. È un’intimità opaca, un mistero, un nonsoché che le consente di essere simultaneamente immersa nel racconto e in fuga da esso, dentro e fuori dal tempo storico che lo incornicia. Ma anche una caratterizzazione e interpretazione essenzialmente muta, affidata quasi del tutto al corpo, alla gestualità, al modo in cui occupa lo spazio, ad uno sguardo interrogativo che non si limita ad aprire voragini di senso, ma buca letteralmente lo schermo.
Parimenti affascinante è peraltro il duetto che intona con un Michele Riondino in completa sottrazione e sublimazione, impegnato, dal canto suo, a tratteggiare il ritratto fragile, inerme, sofferente di un Vivaldi il cui splendore creativo - coi proverbiali lampi di genio – appare come forza intrinseca, inesplosa, più subita che ostentata. Egregiamente supportato e integrato poi da un cast di comprimari (sul quale si stagliano Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi, mentre stonatissima è la presenza di uno Stefano Accorsi in minore, fuori parte e fuori film), questo rapporto tra Cecilia e il noto compositore veneziano e l’affiatamento raggiunto dai rispettivi interpreti sono il perno emotivo attorno a cui il regista e la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi compongono l’impianto di un film che decide consapevolmente di sottrarsi sia alle maglie del biopic tradizionale, sia a quelle del melò in costume, facendosi variazione sul tema e riuscendo alfine a distinguersi da Gloria!.

Laddove infatti il debutto di Vicario era molto più concentrato e incentrato sulla sperimentazione e l’ibridazione di estetiche e linguaggi non solo contrapposti e contrastati, ma alieni al contesto italiano, qui, al contrario, Michieletto opta per uno stile neoclassico, sospeso tra un rigore più tradizionale nella ricostruzione storica e un approccio più contemporaneo, talora pop alla materia. E ancora, un’orchestrazione che dimostra una notevole destrezza proprio nel controllo del ritmo cinematografico (merito anche della precisione e dei guizzi al montaggio di Walter Fasano), capace di valorizzare al meglio ogni strumento (o comparto) a propria disposizione, dotata di misura e gusto, e avversa a virtuosismi esibizionistici o (auto)compiacimenti vari.
In questo modo, evita di appesantire e sovraccaricare lo scioglimento di un racconto che deve essere e sembrare leggiadro, armonioso, nonché di un copione già molto denso e complesso, attento innanzitutto al peso specifico, alla composizione, coerenza e forza delle singole sequenze, insieme ad una trasfigurazione semplice, talora naïf, ma mai pedante dei temi all’appello.
A fare da contrappunto costante a questa sobrietà sono le note rigogliose, avvolgenti, piene delle composizioni di Vivaldi, logico motore del film, eppure inteso, inserito e considerato né come semplice commento né in quanto mero ornamento. La musica diviene a tutti gli effetti materia viva e tangibile, indagata nel suo farsi, al di là di ogni agenda e facile deduzione. E allora: in un processo creativo tra lo spirituale, il venefico, il folle, il lisergico, nelle ragioni biografiche e psicologiche, nella sua filosofia profonda, insieme inebriante e disarmante... Insomma, si parla delle Stagioni vivaldiane citate nel titolo, ma ci si spinge oltre, sfiorando una dimensione simbolica, meta- e para-testuale.
“La musica di don Antonio entra dentro i nostri occhi, impregna le nostre teste, ci fa muovere le braccia”: prendendo in prestito le parole di Scarpa, Primavera da un lato coglie con rara precisione come il gesto musicale preceda e attraversi il pensiero, come investa i corpi prima ancora delle idee, trasformandosi in esperienza fisica, sensoriale, talora erotica. Al contempo, può però essere utilizzata anche come strumento di disciplina e controllo: “noi siamo attraversate dalla musica dei maschi”. Vi è perciò la consapevolezza di un’arte che non può mai essere neutra, poiché reca sempre con sé una storia di potere e appropriazione. Ed è proprio nelle sue declinazioni più concrete e terrene — nei soldi, nei contratti, nella necessità di piacere, produrre, vendere — che l’opera di Michieletto articola una dichiarazione più ampia e programmatica su cosa siano, oggi, la musica, il cinema e l’arte in (e nel) genere.
Alla fine è sempre una questione economica (per scacciare lo spettro di una morte impietosa), eppure questa, come la vita, resiste nonostante tutto. Può ancora fare tutto, in un mondo (quello lì, già proto-)capitalista, dove ogni cosa può essere comprata e messa in vendita. Così Cecilia diventa una Giuditta silenziosa e ostinata, condannata a vivere tra gli Oloferni, ma non per questo disposta ad arrendervisi. Continua a esistere, a (soprav)vivere, e soprattutto a sognare la musica. Perché se tutto può essere merce e prodotto, non tutto può essere definitivamente sottratto. E in quello scarto minimo, fragile e irriducibile, l’arte (della gioia?) trova ancora il suo respiro.
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