
L'ARTE DELLA GIOIA, MODESTAMENTE SPLENDIDA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: L'arte della gioia
USCITA ITALIA: 30 maggio 2024
PIATTAFORMA/CANALE: Sky/NOW TV
REGIA: Valeria Golino, Nicolangelo Gelormini
SCENEGGIATURA: Valeria Golino, Francesca Marciano, Valia Santella, Luca Infascelli, Stefano Sardo
CON: Tecla Insolia, Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Guido Caprino, Alma Noce, Giovanni Bagnasco, Giuseppe Spata
GENERE: drammatico, erotico, storico, sentimentale, thriller
N. EPISODI: 6
DURATA MEDIA: 50 min
Presentata in anteprima al Festival di Cannes 2024
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Valeria Golino traduce (in)fedelmente il romanzo di Goliarda Sapienza in una solidissima miniserie in sei parti che intende portare a galla specialmente la vitalità narrativa e stilistica dell'originale, senza per questo dimenticare il piacere del raccontare, del (ri)disegnare vicende e personaggi. Uno, in particolare: Modesta, nuova icona femminile e femminista del firmamento italiano, grazie anche all'ammaliante interpretazione di Tecla Insolia.
Non fa sconti, né false promesse L’arte della gioia. Modesta, la sua protagonista, ce lo confessa direttamente nelle primissime inquadrature che “ho sempre rubato la mia parte di gioia”, che “mi sono innamorata tutte le volte che è stato necessario”. E che la sua storia nasce, si sviluppa e probabilmente cadrà vittima di un fuoco che lei - pur senza intuirne il motivo - potrebbe aver addirittura innescato.
Quello di uno scandalo, di un trauma marchiato a sangue nella coscienza, di un’innocenza persa su basi incestuose e violente, che si “deve” a tutti i costi dimenticare. Ma anche del fervore, della curiosità, di una hybris diversa da come la intendevano i pensatori classici, per cui diverrà una figura rivoluzionaria, precorritrice, segno del (suo) tempo che inaugura (viene detto espressamente che è nata il 1° gennaio 1900) e scorre velocissimo e travolgente; e che, al contempo, la renderà una presenza tragica e cupa, struggente e sfuggente.
E ancora, il fuoco di una filosofia passionale, di una scienza famelica, di una fede eretica e cieca, avversarie della religione, del pensiero dominante in quest’Italia (più precisamente in una Sicilia ancora arretrata e cattolicissima) a cavallo tra Otto e Novecento, come di un’aristocrazia inferma e inguaribile, ipocrita e attenta custode dei propri scheletri, anemica, per non dire fantasmatica, decadente e nevrotica, sradicata dal proprio tempo, oltre che da un qualsiasi motivo di sopravvivenza.
Un amore per la vita, con tutti i suoi piccoli e grandi piaceri, i suoi dolori, le scelte e i peccati (a fin di bene e non), le bugie, i segreti e le mezze verità, che vanno pian piano a comporre l'arte dell'esistere. Contraddittoria, spirituale e mondana, sacra e diabolica, al pari di colei che ne porta il segno: incarnazione di qualcos’altro e mito da (ri)plasmare, non appena varca la soglia del palcoscenico della propria storia.

Modesta: in questo nome risiede tutto il senso e il vertiginoso mistero del romanzo di Goliarda Sapienza [boicottato e censurato per decenni, da metà anni ‘70 a metà anni ‘90, poiché ritenuto troppo scandaloso e immorale, e uscito postumo con grande clamore e successo] e della miniserie in sei puntate [distribuita al cinema in due parti prima di arrivare su Sky] che ne trae Valeria Golino, impegnata alla regia col sodale Nicolangelo Gelormini e dietro il tavolo della sceneggiatura insieme a Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella e Stefano Sardo.
Modesta: questo aggettivo nominale ("tanto deprimente") non soltanto è un comodo specchietto per le allodole, uno strumento funzionale, un ossimoro eclatante che salta all’occhio fin dai primi istanti, ma è più che altro la cifra significativa dell’indeterminatezza, della potente genericità in cui la nostra eroina (o antieroina, forse perfino femme-fatale, dark lady ante-litteram) può scivolare. Una dimensione interna ed esterna alla finzione con cui giocare a proprio piacimento e scommettere a proprio rischio e pericolo, che ella può sfruttare per essere (e non essere) virtualmente chi e ciò che vuole. Un carattere nel suo farsi, appunto.
Modesta: la protagonista cosiddetta larger-than-life di una storia cucitale addosso con spiccata intelligenza letteraria e, purtroppo, irriconosciuto gusto stilistico da Sapienza (nomen omen), la quale soffia esperienza e grazia in un contenitore camaleontico e avanguardistico di generi e atmosfere che riprende, ridisegna, rielabora la parabola del Tom Ripley di una certa Patricia Highsmith. Come il suo volto - che impara e adatta i propri modi sulla base della circostanza in cui si trova per deviare il corso della propria storia - L’arte della gioia piega così il canovaccio banale e preordinato del feuilleton a tinte rosa a urgenze ed esigenze da racconto d'avventura, autobiografia immaginaria, romanzo di formazione, pamphlet erotico, politico e sentimentale…
Insomma, parliamo di un'opera indefinibile che conquista dalla prima all’ultima pagina, senza aver timore di sconvolgere, provocare, offendere, e riuscendo pure a conciliare la missione primaria, basilare di qualsiasi componimento romanzesco, d’appendice, pop(olare), che è divertire, intrattenere, immergere e restituire il piacere della narrazione.

Sono più o meno queste le coordinate che - pur nell’infedeltà di sostanziali stravolgimenti della controparte cartacea, adattata per metà - Golino segue con filologia, sommando, allineando, e facendo suo tanto lo sguardo di Goliarda Sapienza, quanto quello di Modesta. Inizialmente alter-ego ideale della propria autrice, quest’ultima diventa invero emanazione in scena, dispositivo dell’intervento della regista, che, del testo originario, intende portare a galla specialmente la vitalità narrativa e stilistica, incluso l’elemento autofinzionale, più postmoderno e metatestuale.
È allora fuori discussione la solidità della sua L’arte della gioia, che - semmai ve ne fosse ancora ragione - appiana, quando non annulla il divario tra piccolo e grande schermo. Allo stesso tempo, la serie riconferma uno dei possibili motivi legati alla perdita sempre più ingente di valore e rilievo del cinema all’interno del discorso pubblico, a favore di una produzione televisiva che non solo appare più sofisticata, ma pure più audace e libera di osare, dire, mostrare. Bisognava infatti rivolgersi alla serialità per regalare al firmamento audiovisivo italiano una nuova icona femminile e femminista post-Paola Cortellesi, in grado di competere nell’agone internazionale. Quella televisiva è, in breve, la giusta dimensione in cui adattare un romanzo precipuamente esplicito e disobbediente come quello di Sapienza.
Il merito, in tal senso, è da riconoscere alla produttrice Viola Prestieri, oltre che a Golino, che, una volta indovinato lo spazio più adeguato al quale riconsacrare la storia di Modesta, muove i passi migliori per tenere fede alla (sua) visione del romanzo, abbracciandone la complessità e ambiguità umana e psicologica, senza tradirne la modernità estetica, o venir meno al lato sensuale, epidermico, lucido, provocante ed eccitante. Strategica, a tal proposito, la rottura della quarta parete. Tramite essa, il racconto-confessione della protagonista si converte dapprima in un flusso di coscienza per immagini incalzato dall’istanza narrante e dalle sue emanazioni (in particolare, dal montaggio di Giogiò Franchini), che manifesta tale vivacizzazione e riscrittura in due modi.
Il primo è l’intreccio di riferimenti e ispirazioni trasversali che la cineasta comprime e giustifica in queste sei puntate: da inserti del gotico e del decadente wildiano (specie del suo Ritratto di Dorian Gray) a riecheggi del muto, da omaggi alle opere pittoriche e alla fanciulle di Vittorio Matteo Corcos a garbate citazioni ai film di Powell & Pressburger, da “certe penombre torride” di Roger Vadim a rifrazioni del cinema di Céline Sciamma, per cui la stessa Golino è stata icona e immagine. Il secondo è l’utilizzo molto astuto, diremmo quasi magistrale, degli attori. E non soltanto in termini di mera qualità espressiva (nell’imprendibilità lacerante di cui la regista riesce ad intridere la prova di Jasmine Trinca, oppure nell’azzeccato affidamento di un personaggio stravagante, finanche grottesco, come la principessa Brandiforti all’amica Valeria Bruni Tedeschi, che ne offre un’interpretazione carismatica e maiuscola, tra il classico, l’esilarante e lo stregonesco), ma soprattutto nella significanza semiotica e semantica dei volti e dei corpi degli attori - specie della volutamente omogenea compagine maschile.

Ciò detto, quello che intrattiene la nostra Modesta è pure un dialogo diretto e avvincente con lo spettatore, su cui si puntano i proverbiali riflettori, che, tutt’a un tratto si ritrova in una posizione scomoda, intrappolato in un misto di tentazione, sconcerto e piacere. La giovane diventa a suo modo regista del proprio racconto, sia nel reame della finzione, sia nel rivolgersi a chi guarda, grazie ad un fascino a doppia lama, magnetico e letale, perfettamente incarnato dalla novizia Tecla Insolia: rivelazione formidabile, talentuosa promessa e - va da sé - presenza distintiva ed essenziale per la serie; e (diegeticamente parlando) tramite il sesso.
Sarà proprio quest'ultimo a spalancarle gli occhi sulla vera entità del potere, su un’altra arte che è la manipolazione, il doppio gioco, gli intrighi, e ad introdurla al teatro dei rapporti e degli equilibri di potere nel quale tutti interpretano diverse versioni di sé stessi. Pertanto, da traumatica esperienza infantile, il sesso si converte pertanto nell’unità di misura del romanzo di formazione e nell’efferata scalata sociale di Modesta. In uno strumento di conoscenza, ma soprattutto nel velo chiaroscurale di una disillusione che la porterà inevitabilmente a perdersi nell’estasi irresistibile e turbinante dei sensi, nel labirinto di un’ambizione e di un mondo a cui non potrà mai appartenere rimanendo fedele a sé stessa. Un mondo che non ci pensa un attimo prima di abbandonarla, di costringerla al suo tempo e spazio (va da sé impossibili). Quelli di una bambina cresciuta troppo in fretta, che voleva semplicemente il mare. Amare incondizionatamente, senza dover per forza rubare la sua parte di gioia.
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