
PORTOBELLO, "dunque, dove eravamo rimasti?"
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Portobello
USCITA ITALIA: 20 febbraio 2026
REGIA: Marco Bellocchio
SCENEGGIATURA: Marco Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari, Peppe Fiore
CON: Fabrizio Gifuni, Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Davide Mancini, Federica Fracassi, Carlotta Gamba, Giada Fortini, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio, Gianfranco Gallo, Alessandro Preziosi
GENERE: biografico, drammatico, giudiziario
N. EPISODI: 6
DURATA MEDIA: 60 min
DISPONIBILE SU: HBO Max
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Una storia di accuse, di voci, di fantasmi che prendono corpo: in Portobello, la prima serie italiana targata HBO Max, il caso di Enzo Tortora riemerge come un incubo a occhi aperti, un punto cieco in cui giustizia e rappresentazione collassano l’una nell’altra. Marco Bellocchio affronta quel buio senza mediazioni, restituendo un’opera che è insieme atto di memoria e gesto di accusa. Con un Fabrizio Gifuni monumentale, d'una gravità commovente.
C’è stato un tempo in cui l’Italia era — o, meglio, poteva sembrare — capace di aspirare ad una qualche forma di unità, coesione, perfino ad un sentimento condiviso, collettivo. Un tempo in cui - tra la metà degli anni Settanta e i primi Ottanta - ben 28 milioni di italiani premevano all’unisono lo stesso tasto del telecomando per sintonizzarsi sull’appuntamento fisso del venerdì sera televisivo: Portobello.
Già il titolo — ispirato alla celebre via londinese nota per il suo mercato dell’antiquariato — si caricava di un valore emblematico, paventando un universo di buoni sentimenti, un’ingenuità talora utopica, fiabesca, persino irreale. Un immaginario che il programma raccoglieva, accoglieva, metteva in scena, negoziandolo, mercanteggiandolo, offrendolo simbolicamente in vendita ad un paese intero. Un paese vasto e sfuggente, una massa insieme informe e complessa, ricca di sfumature e differenze, spesso incapace di parlare la stessa lingua, eppure puntualmente raccolta, settimana dopo settimana, per tre ore, intorno alla medesima liturgia televisiva. Ad una Commedia (dalla Divina popolarità) del Novecento italiano, un circo variopinto, una fiera di tipi e caratteri che confortava, ma era anche in grado di restituire l’immagine di un bestiario umano straordinariamente vario: un ritratto insieme onesto e romantico, ironico e indulgente, di una nazione e di un popolo da sempre diviso e frammentato — nella vita come nella morte, nella buona e nella cattiva sorte.
Di questa trasmissione, uno dei segmenti più celebri, attesi, amati era il cosiddetto “gioco del pappagallo”. Ogni sera, una persona pescata a caso tra il pubblico in studio tentava di accaparrarsi una somma in denaro cercando di far pronunciare al pappagallo Loreto, iconica mascotte del programma, la parola “Portobello” nel giro di trenta secondi. La prima persona a riuscire nell'impresa fu, nel 1982 (dopo ben cinque anni di tentativi andati a vuoto), l'attrice Paola Borboni. Ma (ahinoi) il parrocchetto non fu l’unico ad iniziare a parlare. In quello stesso periodo, infatti, il violento (e noto paranoico-mitomaniaco) Giovanni Pandico - già agli arresti per l’assassinio di due persone a seguito di un raptus, uomo di fiducia del boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, nonché spettatore fedelissimo del venerdì sera di Rete 2 - decide di pentirsi e raccontare alle autorità e ai magistrati tutto ciò che sa e ricorda. Tra i molti nomi snocciolati durante gli interrogatori, ne emerge uno del tutto inatteso, ribadito in seguito da altri pentiti, tra cui Giovanni Melluso e Pasquale Barra. È quello del conduttore più celebre d’Italia, il re della televisione, il “signor Portobello”: Enzo Tortora, che, alle 4 di notte del 17 giugno 1983, viene prontamente arrestato con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico, e condotto nel carcere romano di Regina Coeli.

Da qui, prende il via uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana: un caso emblematico dei rischi della malagiustizia, dell’uso improprio delle testimonianze — elevate, di fatto, al rango di prove — e del potere dei media nell’orientare non solo l’opinione pubblica, ma talvolta pure il corso delle indagini. Una specie di kafkiana Odissea (di tutti e Nessuno). O ancora, un maxi-contenitore in cui si addensano spirito, forme e fantasmi di un paese: la commedia dell’arte e la farsa, il varietà e la canzonetta, le maschere eterne e gli spettri (in)visibili, le storie sommerse che scorrono sotto la superficie — come quella di Emanuela Orlandi — e i personaggi irriducibili di un’Italia che cambia senza mai farlo per davvero. Un teatro dell’assurdo, un tragico spettacolo che si consuma tra studi televisivi e aule di tribunale, interni domestici e celle carcerarie: luoghi che hanno (de)formato l'orizzonte dell’ultimo secolo, fino a sovrapporsi, confondersi, diventare indistinguibili nel loro valore simbolico.
Trovato l’uomo, creato il caso. O un castello di carte, fragile eppure sufficiente a innescare un calvario giuridico, morale ed esistenziale; una gogna mediatica dalle pratiche medievali che, a suon di accuse assurde, invenzioni plateali, grotteschi canovacci, segnerà profondamente Tortora, nel corpo e nella mente. “È andata così, non riesco più a giocare”, dirà lui, così (auto)convinto fino all’ultimo della lealtà e dell’affetto di quelle 28 milioni di anime “ipnotizzate” dalla sua arte, e che al contrario non hanno esitato nemmeno un istante prima di voltargli le spalle, ora meschinamente, ora criminosamente, e avventarglisi addosso al pari di avvoltoi.
È una storia, la sua - e anche, inevitabilmente, la nostra — che tutt’oggi continua a risuonare come un punto di non ritorno, un trauma collettivo o, meglio, una sorta di riflesso pop(olare) di fratture altre, ben più profonde - ad esempio, quelle aperte dal sequestro Moro. E che lascia dietro di sé interrogativi difficili da eludere: cosa accade quando la giustizia si trova di fronte ad una loquacità miracolosa, ad un racconto troppo perfetto per non risultare seducente? (Come) può la giustizia farsi ingiusta o, meglio, diventare una “macchina mostruosa che digerisce le identità”? E quando le regole di un sistema consolidato (o di un gioco antico, decennale) si incrinano, quali responsabilità restano — e per chi?

Di queste crepe - nella facciata borghesotta, perbenista, cattolica e moralista; fessure attraverso cui scorgere viceversa il volto più sinistro, crudo, malsano, corrotto dell’istituzione civile e umana, preda di deliri, manie, nevrosi, paranoie, complessi - è sempre andato alla ricerca (un infaticabile) Marco Bellocchio fin dai primissimi passi (o pugni in tasca) e durante tutto il corso di una lunga e invidiabile filmografia. Una che, da ormai dieci anni a questa parte, sta attraversando una seconda giovinezza artistica e creativa, alimentata da un equilibrio delicatissimo tra istanze sistemiche e una tensione apertamente anticonformista, tra lucidità politica e inquietudine personale. Una stagione creativa sorprendentemente fertile, quasi unica tra i registi (italiani e non) della sua generazione, che ostinata perdura e prosegue con Portobello - la prima serie nostrana targata HBO Max, che co-scrive con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore.
Un’opera di cui - va detto - è difficilissimo parlare senza incorrere in qualche tranello retorico, tale è la sua sontuosità e magniloquenza, la sua grammatura espressiva e statura tecnica, e nella quale il cineasta torna ai germi familiari di quel suo folgorante esordio (che ha da poco compiuto sessant’anni), ma con l’energia e l’indignazione di Sbatti il mostro in prima pagina, filtrandole attraverso la lucidità e la maturità di Buongiorno, notte (risvegliato dal torpore del tempo, riesumato e riproposto alle coscienze e agli occhi di tutti in Esterno notte, ambizioso affresco corale che è forse il suo più grande capolavoro). A questo si intrecciano il discorso metatestuale sul confine tra realtà e sua (ri)messa in scena — già al centro de L'ora di religione e de Il regista di matrimoni — insieme alla riflessione sul rapporto tra individuo, colpa e sistema che informa Il traditore.

È insomma uno spaccato crudo, Portobello; una sintesi delle tante vite d’Italia e(rgo) del cinema bellocchiano. L’ennesima, solo dal nitore ancor più bruciante e dall’adesione struggente. Un punto di convergenza in cui motivi, ossessioni, generi, volti (a partire da un Fabrizio Gifuni monumentale, d’una gravità commovente, ma è d'uopo citare anche un Lino Musella vicino ad una piena consacrazione, una splendida Romana Maggiora Vergano, un inedito Alessandro Preziosi, e poi gli ottimi Massimiliano Rossi, Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon, Tommaso Ragno) si richiamano e riorganizzano.
È, in questo senso, un cerchio che sembra chiudersi — ma solo per riaprirsi immediatamente. Perché lo sguardo di Bellocchio resta inquieto, febbrile, impacificato: uno sguardo potente e chirurgico capace di interrogare il presente nella sua sostanza (più che nella sua forma), servendosi peraltro di strumenti onirici e visionari, e continuando a mettere in crisi le certezze, i pilastri fondamentali, granitici del nostro vivere e stare nel mondo. Perché “oggi è (ancora) il tempo della responsabilità”. E del dolore, tanto, troppo. Un dolore misterioso pur cristallino, che viene dal profondo e dal quale poter trarre un qualche scampolo di speranza. Una che, a sua volta, affronta il dubbio, la possibilità, perfino la paura — e quella presunzione di colpevolezza che questa vicenda ha reso così tragicamente concreta.
Ma che rimane è, in fin dei conti, un doppio atto (laico) di fede: quello di Tortora, che con la sua “arca” televisiva immaginava un’Italia integra, gentile, dignitosa, “che fa quello che dice, e dice quello che fa”; e quello dello stesso Bellocchio, che lungo il corso di questa sua (decennale e tenace) operazione di memoria collettiva, con disillusa disinvenzione, non ha (mai avuto) alcun timore di vedere, di sbagliare o di avere - o non avere - ragione. A tal punto che sembra quasi far sue le parole del presentatore: “Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta”.
Dunque, dove eravamo rimasti?.
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