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            17 Settembre 2025
            La recensione di Black Rabbit, la nuova serie crime thriller originale Netflix con protagonisti Jude Law e Jason Bateman.
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            BLACK RABBIT, la famiglia che scegli

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Black Rabbit
            USCITA ITA: 18 settembre 2025
            IDEATA DA: Zach Baylin, Kate Susman
            REGIA: Jason Bateman, Laura Linney, Ben Semanoff, Justin Kurzel 
            SCENEGGIATURA: Zach Baylin, Kate Susman
            CON: Jude Law, Jason Bateman, Cleopatra Coleman, Amaka Okafor, Sope Dirisu, Troy Kotsur
            GENERE: thriller, drammatico, noir
            N. EPISODI: 8
            DURATA MEDIA: 50-60 min
            DISPONIBILE SU: Netflix

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            Black Rabbit, la nuova miniserie Netflix dagli stessi creatori di The Order, esplora il legame tra due fratelli, l’ossessione per il successo e le conseguenze di scelte difficili, tra rimpianti, coincidenze e riscatto, in un racconto che mescola crime metropolitano, melodramma e intensità emotiva. Non sempre ispirato, ma sorretto a dovere da un duo di interpreti ben affiatato.

            Non solo Noel e Liam Gallagher si sono riuniti: a farlo sono stati anche Jake e Vince Friedken, un tempo voce e chitarra e batteria di un duo musicale à la Oasis. Avrebbero dovuto e voluto chiamarsi Playboy, ma alla fine la scelta è ricaduta sul ben più letterale, descrittivo e, al tempo stesso, raffinato Black Rabbit. Purtroppo per loro, malgrado qualche magra soddisfazione, la carriera da rockstar non è andata a dovere, complice soprattutto il carattere difficile – per usare un eufemismo – di Vin (il Noel della nostra storia, e non semplicemente perché primogenito), capace di assorbire tutto l’ossigeno intorno a sé e di rendere soffocante ogni situazione.

            In cerca di un rilancio e di un nuovo successo, è però sempre lui a proporre al fratello un progetto diverso: aprire un ristorante di lusso all’ombra del ponte di Brooklyn. Il nome non è difficile da indovinare: Black Rabbit. Anche in questo caso però, una volta aperti i battenti e vista concretizzarsi la sua visione, l’indole elusiva di Vince, la sua incostanza e irresponsabilità, unite ad una lunga sequela di problemi e debiti, diventano un ostacolo quasi insormontabile. A salvare la situazione è Jake, la cui indomita ostinazione si rivela decisiva, costringendolo infine a prendere la decisione più dolorosa. Cioè estromettere il fratello maggiore dalla società, spezzando irrimediabilmente un legame che niente e nessuno potrebbe ricucire.

            Ma se c’è qualcosa che ci insegna la vita è che c’è sempre una seconda o, meglio, una terza possibilità dietro l’angolo. È quel che deve comprendere il piccolo Friedken - divenuto nel frattempo una personalità di spicco del jet set newyorchese, pronto a fare il proverbiale “salto di qualità” - quando, qualche anno più tardi, si ritrova Vin alla porta del Black Rabbit (ora più “cool” e “glam” che mai), in cerca di un tetto sulla testa, forse di perdono, forse ancora di soldi con cui ripagare il proprio debito nei confronti di tal Mancuso, un pericoloso strozzino.

            Aprendo dunque la porta al rischio, rimpianti, brutti (e bei) ricordi, traumi del passato, al destino che, ancora una volta sembrerebbe riproporre la stessa scena, a Jake resta da capire se ci sarà davvero spazio per una rinascita condivisa. O se, come in un disco graffiato, la loro storia non potrà che ripetersi all’infinito, sempre uguale e sempre destinata a rompersi nello stesso identico punto. O se, addirittura, il loro sarà un addio definitivo. 

            La recensione di Black Rabbit, la nuova serie crime thriller originale Netflix con protagonisti Jude Law e Jason Bateman.

            Questa storia, quella da cui prende il via Black Rabbit, è probabilmente nata sul set di The Order, quel film di genere puro - presentato in concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia - che, prendendo le mosse da un libro di inchiesta, raccontava di quando (e quanto) la democrazia americana venne minacciata da un’organizzazione di estrema destra. Questa nuova miniserie Netflix si è altresì originata da una triangolazione di menti. Ossia quella del lì produttore e protagonista Jude Law, del regista Justin Kurzel e dello sceneggiatore Zach Baylin, quest’ultimo già candidato al premio Oscar per il famigerato dramma sportivo Una famiglia vincente, suo primo vero lavoro, al quale è poi seguita una fila altalenante di script: da Creed III a Gran Turismo, da Bob Marley: One Love al vituperato remake de Il corvo. 

            È lui, in coppia con la moglie Kate Susman, a firmare gli otto episodi lungo cui si dipanano le vicende dei Friedken, sospinte verso una spirale di azioni e reazioni, scelte e conseguenze perlopiù accidentali, frutto di coincidenze, mancato tempismo, equivoci verbali, spesso assurde, altre volte tragicomiche. Il lento svelarsi della sostanza, della natura, dell’entità anche e soprattutto emotiva e sentimentale del loro rapporto è - neanche a dirlo - la direzione, ma anche il perno attorno a cui ruota questo racconto, dove il genere (se non i generi) è nuovamente in purezza.

            All’inizio, si potrebbe pensare ad una nuova versione di serie come Bloodline o Brotherhood, o di una declinazione neo-noir di The Bear sul modello del misconosciuto Dinner Rush negli intrecci febbrili di cucina e criminalità, di legami familiari corrosi ed equilibri che possono precipitare da un momento all’altro. Al contempo, riecheggiano pure l’intensità drammatica e la tensione morale di Lupo solitario di Sean Penn, nella maniera in cui rapporti fraterni e nelle scelte individuali vengono messi alla prova in un mondo intriso di violenza e conflitti, esplosi e latenti, fisici e interiori. 

            Ciò nondimeno, fin da subito la serie di Baylin riesce a trovare un tono, una cifra distintiva, forte com’è di personaggi definiti e così resi complessi dalla scomodità delle proprie posizioni, di una scrittura dei dialoghi molto naturale e coinvolgente e, in particolar modo, dei modi ancor più credibili, autentici e trascinanti in cui questi vengono portati in scena da un cast robusto. Su tutti - oltre alla rivelazione (di Coda - I segni del cuore) Troy Kotsur in una parte inedita e intrigante - spiccano il ritornante Law e un sempre impeccabile Jason Bateman (che, oltre a co-produrre, firma persino la regia dei primi due episodi). 

            La recensione di Black Rabbit, la nuova serie crime thriller originale Netflix con protagonisti Jude Law e Jason Bateman.

            Proprio la straordinaria intesa tra loro due è ciò che più colpisce e rimane impresso di Black Rabbit. Parliamo di un’accoppiata all’apparenza improbabile ma in realtà perfettamente complementare; di un duo retto sull’equilibrio instabile tra carisma e vulnerabilità. Jude Law - nei panni di una sorta di un Dickie Greenleaf sopravvissuto al talento di Mr. Ripley - porta in dote fascino e magnetismo, una presenza scenica che cattura lo sguardo in ogni movimento. Bateman, dal canto suo, ricorda e ribalta il proprio ruolo più apprezzato, il Marty Byrde di Ozark, lavorando di sottrazione e sfumature. Con il solo line reading, è in grado di toccare e tenere insieme numerosi e diversi registri: dall’ironia sagace ad una leggerezza amabile, fino a sfociare in sequenze di struggente intensità. 

            Tanto è viva e vivida, questa loro energia condivisa, da porsi, in fin dei conti, come sola e irriducibile base d’appoggio per una ragnatela narrativa che, altrimenti, rischierebbe di rompersi molto più facilmente. Difatti, la scrittura di Baylin – per quanto generosa di momenti validi – non sempre evita i rischi della prevedibilità: alcune svolte risultano telefonate, certi passaggi forzati, per non parlare della scelta di introdurre una divisione in punti di vista al sesto episodio, più vicino ad un espediente pretestuoso o all’ostentazione di una qualche capacità di storytelling, che non come ad una reale intuizione. 

            Ciò detto, ogni incertezza, fardello e passo falso si spegne di fronte ad un lungo finale bipartito, alla stregua di un riproposizione metropolitana del progetto genitore. Non è allora un caso che dietro la macchina da presa venga richiamato proprio Kurzel, il quale accentua i toni cupi e agitati, sbrogliando la matassa in una corsa a perdifiato e ad alta tensione tra le strade di New York. Mescolando, in altre parole, la dimensione emotiva e quella adrenalinica in un crescendo che rimanda a Quel pomeriggio di un giorno da cani.

            Anche se, in questo caso, è più indicato parlare di notte di un giorno da fratelli. Non quelli che ti piombano e capitano per caso nella vita, come si dice in un frammento del penultimo episodio. Ma quelli che scegli nonostante tutto. La sola dipendenza che conta (altro che soldi, droga o fama). Che vale la pena rincorrere. E che - nonostante tutto, nel bene e nel male - riesce a definirla, plasmarla, salvarla, questa vita.

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