logo-scritta-biancalogo-scritta-biancalogo-scritta-biancacropped-logo.png
  • Cinema
  • Serie TV
  • Extra
  • Chi siamo
  • Contatti
✕
            Nessun risultato Vedi tutti i risultati
            12 Febbraio 2026
            La recensione di Motorvalley, la serie TV Netflix creata da Matteo Rovere con Luca Argentero e Giulia Michelini.
            parallax background

            MOTORVALLEY resta (prevedibilmente) in scia a Veloce come il vento

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Motorvalley
            USCITA ITA: 10 febbraio 2026
            IDEATA DA: Matteo Rovere
            REGIA: Matteo Rovere, Pippo Mezzapesa, Lyda Patitucci
            SCENEGGIATURA: Francesca Manieri, Gianluca Bernardini, Matteo Rovere, Michela Straniero, Erika Z. Galli
            CON: Luca Argentero, Giulia Michelini, Caterina Forza
            GENERE: drammatico, commedia, azione, sportivo
            N. EPISODI: 6
            DURATA MEDIA: 45-50 min
            DISPONIBILE SU: Netflix

            VOTO: 6+

            RECENSIONE:

            A (poco meno di) dieci anni da Veloce come il vento, che aveva rilanciato il racing movie in chiave italiana con urgenza e identità, Matteo Rovere con Motorvalley ne riprende l’impianto innestandolo in una serie pop levigata e algoritmica: intrattenimento solido e godibile, ma privo di rischio, vertigine e reale combustione emotiva, dove l’underdog resta figura retorica e ogni conflitto finisce per risolversi senza lasciare grandi segni.

            Correva l’aprile del 2016 quando Veloce come il vento faceva il suo debutto nelle sale cinematografiche italiane, dando, in un certo qual modo, nuova spinta e forza propulsiva ad un cinema intirizzito e ingolfato su modelli stantii e vecchie forme - già comunque reduce dagli imprevisti fenomeni culturali (di mash-up e traduzione tutta nostrana di estetiche altrui) che erano e sono tutt’oggi Smetto quando voglio e Lo chiamavano Jeeg Robot. Mai prima di allora, infatti, la scena italiana aveva osato misurarsi con un racing movie capace di reggere il confronto con una tradizione – quella hollywoodiana – che da decenni mastica e rimastica il genere, da Le 24 ore di Le Mans a Giorni di tuono, fino ai più recenti Rush, Le Mans ’66 e F1. Un paradosso, se si pensa che proprio l’Italia, e in particolare l’Emilia-Romagna, è universalmente riconosciuta come patria dei motori e culla di alcuni dei più grandi marchi automobilistici al mondo.

            Esattamente sulla scia dell’amico, socio e complice Sydney Sibilia e di Gabriele Mainetti, è allora proprio la strada della riconversione, del riadattamento attraverso caratteri nazionali e/o regionali (a partire da un uso verace, sanguigno del dialetto), quella scelta dal regista Matteo Rovere, dei co-sceneggiatori Filippo Gravino e Francesca Manieri, e dal sempre illuminato produttore Domenico Procacci per affrontare questa storia di famiglia, passione, riscatto, seconde possibilità e corse (a rotta di collo, ovviamente), con protagonisti due sfavoriti dalla vita: una giovane pilota di Gran Turismo dal talento enorme, che dopo un crollo familiare deve lottare per salvare la sua carriera, con l’aiuto del fratello maggiore, ex-leggenda del rally scivolata nel turbine della droga, quasi geniale nella sua follia e sregolatezza.

            Un’epopea, quella di Giulia e Loris De Martino, il cui esito positivo e successo ha letteralmente segnato, in alcuni casi ridefinito, in altri inaugurato la carriera di tutti i coinvolti. Si pensi, ad esempio, a Matilda De Angelis, lì al suo esordio davanti alla macchina da presa ed “esplosa” proprio grazie a quell’interpretazione convincente, fragile e determinata, sobria e profondamente autentica. Lo stesso vale anche per Rovere, ormai a un passo dalla fondazione – insieme al succitato Sibilia – della propria “scuderia”, Groenlandia, destinata a lasciare un segno preciso e indelebile nel panorama audiovisivo italiano recente. Una realtà che, dopo un primo affacciarsi da outsider, si è progressivamente affermata come componente strutturale e rappresentativa di un sistema rinnovato, contribuendo a ridefinirne linguaggi, ambizioni e modelli industriali.

            Film come Il primo re, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Settembre, Mixed by Erry e La vita da grandi, insieme a serie televisive quali Romulus, La legge di Lidia Poët, Supersex e Hanno ucciso l’Uomo Ragno, ne scandiscono con chiarezza l’evoluzione, tracciando il passaggio da esperienza di rottura a nuovo canone produttivo cui, oggi, è difficile non fare riferimento. E a cui, al contempo, non sono mancati i contraccolpi: la perentoria adesione ai segni di altre cinematografie ha spesso finito per smussarne l’identità, talvolta privandola di una personalità riconoscibile.

            La recensione di Motorvalley, la serie TV Netflix creata da Matteo Rovere con Luca Argentero e Giulia Michelini.

            Non è forse un caso, allora, se oggi Groenlandia sembra trovarsi in una fase di stallo, ad un vicolo cieco creativo o, più semplicemente, in una condizione di esaurimento sul grande schermo. A confermarlo intervengono proprio le più recenti esperienze televisive, cui si aggiunge da ultima Motorvalley, sei episodi (di stanza su Netflix) che riuniscono parte della squadra di Veloce come il vento. Il soggetto e la sceneggiatura portano nuovamente la firma di Francesca Manieri e dell’immancabile Rovere, anche alla regia insieme ai fidati Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci, col montaggio del fido Gianni Vezzosi. Si tratta altresì di un ritorno, questo, letterale e simbolico (a dieci anni dal prodromo cinematografico) nella “valle dei motori”, che si snoda tra autodromi e stradine di campagna, attraversando fisicamente e idealmente Imola, Castel Bolognese, Reggio Emilia, Ravenna e Rimini.

            Alla stregua di un crito-remake extralarge di quel film, Motorvalley ne riprende l’impianto per spingersi però in un’espansione, un’estensione e un respiro che solo la serialità può garantire. Ancora una volta, infatti, il racconto prende le mosse dal rapporto e dalle dinamiche di due fratelli, i Dionisi, eredi di una gloriosa dinastia automobilistica duramente – forse irrimediabilmente – colpita dalla scomparsa del padre, padrone, patriarca e mentore. È più che altro Elena, indomabile, spericolata, anticonformista e impulsiva, a pagare il prezzo più alto: estromessa da un giorno all’altro dall’impresa di famiglia, viene sostituita dalle mani più addomesticate, ma in definitiva inette, del fratello.

            In cerca di un modo per “tornare in pista”, decide allora di formare una scuderia tutta sua, reclutando Blu (chiara emanazione della Giulia di De Angelis), giovane testa calda ed ex galeotta con un’attrazione fatale per la velocità, modi spigolosi e uno slancio autodistruttivo, e Arturo, ex talento dell’automobilismo che ha sfiorato la leggenda prima di venir stroncato da un violento incidente. Ridotto oggi a un rottame disilluso e sciancato, questi dovrà a sua volta ritrovare sé stesso e ciò che credeva perduto, per allenare la ragazzina e accompagnarla verso il titolo di campionessa della nuova stagione di Gran Turismo.

            La miscela è quella che ci si potrebbe aspettare, accesa all’incrocio tra parabola sportiva, commedia dalle marcate inflessioni territoriali, dramma familiare e sentimentale dalle venature e dagli intrecci apertamente soap operistici, fino a lambire i territori di gangster e rapine. Altrettanto consueto, e per certi versi inevitabile, è il parallelismo tra vita e sport: l’idea che quanto accade fuori dal circuito, con i suoi dolori, le sue fratture (dell’anima) e i suoi non detti, non sia che il riflesso amplificato di quanto si consuma sull’asfalto rovente, “la cosa più importante, quella che vale ogni nostra lacrima”. E che diventa perciò unica e sola arena in cui misurarsi e misurare davvero valori, aspirazioni e ossessioni; luogo dove si combatte per ciò che conta, per ciò in cui si crede e quel che, in fin dei conti, si è.

            La recensione di Motorvalley, la serie TV Netflix creata da Matteo Rovere con Luca Argentero e Giulia Michelini.

            Non c’è nulla di propriamente sbagliato o fuori posto in Motorvalley, ma (di conseguenza) neppure qualcosa che non sia calcolato al millesimo, che non risponda ad un equazione (o ad un algoritmo, in tutto e per tutto di fattura netflixiana) sguarnita del benché minimo margine di rischio. E così, nonostante l’idea di una squadra “creata dal nulla, piccola, scalcinata, piena di persone disperate che non hanno niente da perdere”, l’insieme fatica a liberare fino in fondo quell’energia anarchica, fiammante, scatenata che promette e resta compressa entro un disegno rassicurante. Al contempo, l’underdog si fa figura retorica più che condizione esistenziale, ogni possibile deragliamento viene ricondotto entro un ordine prestabilito. Pure i conflitti più aspri, le tensioni familiari, gli accenni – appena abbozzati – a fratture sociali si ricompongono con una certa docilità, fino a stemperarsi, in definitiva, in forma semplicistica.

            Se Veloce come il vento trovava una propria urgenza espressiva nel bisogno quasi fisico di restituire l’odore dell’olio e della benzina, di far vibrare il rombo dei motori come prolungamento emotivo dei personaggi – correva perché doveva farlo, perché non aveva alternativa se non spingere sull’acceleratore fino a sporcare l’immagine e i corpi - la serie sembra farlo perché previsto dal copione. Oltretutto il formato, che dovrebbe approfondire e stratificare le traiettorie psicologiche, finisce paradossalmente per diluire il conflitto, reiterando dinamiche già note senza mai affondare davvero il colpo, e inanellando momenti e sequenze in maniera abbastanza meccanica.

            Parliamo comunque di un prodotto pop (d’intrattenimento comodo e accomodante, di facile esportazione) tutto sommato godibile ma fatuo. Di una corsa ben calibrata, con poche sbavature - eccezion fatta per le interpretazioni zoppicanti e artificiose di un cast solo a tratti credibile e convincente, specie nella sua autoctonia - eppure priva di quella vertigine che aveva fatto del film del 2016 un gesto preciso, sensato, ancor prima che un’operazione. E in un racconto che, al solito, elegge la velocità a propria metafora identitaria, è forse proprio questa prudenza, questa adesione disciplinata ad una confezione, ad uno schema industriale collaudato, a segnare il cordolo più evidente tra ciò che funziona e ciò che, invece, resta semplicemente (e, ahinoi, prevedibilmente) in scia.

            Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
            In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.

            Condividi
            72

            Articoli correlati

            La recensione di Portobello, la nuova serie HBO Max di Marco Bellocchio sul caso Enzo Tortora, con Fabrizio Gifuni.
            29 Marzo 2026

            Portobello, “dunque, dove eravamo rimasti?”


            Leggi di più
            La recensione di House of Guinness, la serie TV Netflix da Steven Knight, il creatore di Peaky Blinders, con Anthony Boyle e Louis Partridge.
            25 Settembre 2025

            House of Guinness, la fermentazione del potere


            Leggi di più
            La recensione di Black Rabbit, la nuova serie crime thriller originale Netflix con protagonisti Jude Law e Jason Bateman.
            17 Settembre 2025

            Black Rabbit, la famiglia che scegli


            Leggi di più

            NEWSLETTER

            Appassionati al mondo del cinema e delle serie tv, appassionati a Cinemando!

            Iscriviti ora

            CINEMANDO

            Email: cinemandopost@gmail.com

            SEGUICI

            • Facebook
            • Instagram
            © Cinemando - Recensioni Cinema e Serie TV. Tutti i diritti riservati. - Privacy Policy - Cookie Policy
                      Nessun risultato Vedi tutti i risultati