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            26 Giugno 2025
            La recensione di F1, il film di corse di Joseph Kosinski con protagonisti Brad Pitt e Damson Idris.
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            F1, o gli ultimi giorni di tuono

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: F1: The Movie
            USCITA ITALIA: 25 giugno 2025
            USCITA USA: 27 giugno 2025
            REGIA: Joseph Kosinski
            SCENEGGIATURA: Ehren Kruger
            CON: Brad Pitt, Damson Idris, Kerry Condon, Tobias Menzies, Javier Bardem
            GENERE: drammatico, azione, sportivo
            DURATA: 155 min

            VOTO: 7/8

            RECENSIONE:

            Tra mito e algoritmo, cuore e carburante: F1 - Il film di Joseph Kosinski corre sulla scia di Tony Scott e Tom Cruise. Ma, per quanto Brad Pitt sia a dir poco perfetto nel ruolo di un turbolento e sregolato cowboy su ruote, l'assenza del volto di Top Gun (come della sua mente autoriale e delle sue ambizioni produttive) si fa sentire. Nondimeno, questa macchina spettacolare di decine e decine di cavalli riesce a più riprese ad abbandonare qualsiasi orpello ed essere “solo” purissimo cinema delle attrazioni. Movimento, luce, suono che sfrecciano nell’aria.

            Joseph Kosinski lo ha rifatto. Cosa? Ma ovviamente un film del mai troppo celebrato Tony Scott, con protagonista l’irriducibile Tom Cruise, prodotto dalla più pomposa, sgargiante, smisurata e nineties delle firme: quella di Jerry Bruckheimer.

            Proprio così, dopo aver riprogrammato e aggiornato al nuovo secolo, ai giorni nostri (il mito di) Top Gun (rifondandolo nel segno di vecchie e novelle esigenze), per F1 - Il film, il suo sesto giro al volante della macchina hollywoodiana, il cineasta già mirato fincheriano sembra voler nuovamente testare la formula che lo ha portato ad un successo miliardario, riprendendo il di poco successivo Giorni di tuono.

            Parliamo, nella fattispecie, di un racing movie abbastanza scompigliato e squinternato che, (ri)visto oggi, non solo si riconferma variazione su ruote (dalle sfumature funeree) del fratello aviatore; o ancora il disilluso incrocio di due decenni (gli ‘80 e i ‘90), lo strappo su pellicola nei confronti di un’epoca che agli Stati Uniti ha consegnato la consapevolezza di quanto nulla possa essere davvero tenuto sotto controllo. No - a oltre trent’anni dalla sua uscita - il film di quello che è sempre stato “l’altro Scott” figura anche e soprattutto quale ignaro e insospettabile portatore di tutto ciò che sarebbe poi stata la filosofia cruisiana, la cosiddetta Cruisology. Tutte le tappe che lo avrebbero poi condotto fino al già citato Top Gun: Maverick e agli ultimi due Mission: Impossible. E quindi, i segni e i luoghi comuni, i suoi principi di realtà, la paternità del soggetto, come pure la presenza ossessiva e maniacale all’interno del processo produttivo, del discorso estetico e percettivo; l’importanza della fiducia, il cuore, lo spettacolo, la dedizione che rende migliori.

            Tutti elementi che virtualmente, in absentia Cruise (in tandem col fido Christopher McQuarrie, entrambi impegnati ad alzare i giri delle avventure di Ethan Hunt), dovrebbero venir meno, se non proprio mancare del tutto all'appello. 

            La recensione di F1, il film di corse di Joseph Kosinski con protagonisti Brad Pitt e Damson Idris.

            A quanto pare però, anche se il corpo e lo sguardo sono altrove, dello spirito o, meglio, dello spettro cruisiano è davvero difficile liberarsi. Ce lo dimostra (la scrittura e la caratterizzazione di) Sonny Hayes, il protagonista (di F1) che Kosinski e il fido sceneggiatore Ehren Kruger modellano appunto sul calco di Pete “Maverick” Mitchell - un clone, del resto, lo era già il Cole Trickle di Giorni di tuono. E lo fanno parimenti i (qui lievissimi) discorsi di resistenza e sopravvivenza di un vecchio modo d’intendere la vita e il cinema di riflesso. Una maniera che molti chiamerebbero vintage, old school, più libera e semplice, ma che Cruise preferisce definire “analogico”.

            A interpretare - senza alcuna contraddizione - questo ultimo venuto è nientemeno che Brad Pitt, l’altra grande last movie star d’oltreoceano (che, sulla falsariga dell’ex compagno di set, veste pure i panni del produttore). Nel pieno della sua seconda giovinezza artistica - quella coincisa con la vittoria dell’Oscar per C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino -, questi, mai svestitosi dei panni e dell’aura mitica di Cliff Booth, è a dir poco perfetto per un ruolo del genere, potenzialmente polveroso, infeltrito dal tempo e dalla storia, old-fashioned. Un “turbolento cowboy all’antica che non deve fare domande”, aggressivo, imprudente, scavezzacollo. Ma anche un pazzo lucido, un giocatore d’azzardo che, la sua fortuna, se la crea. Un pilota, altresì, che il nostro sa interpretare e rendere su schermo con un fascino, un’essenzialità, un carisma e una convinzione tali da tramutarlo in un vero classico d’annata.

            Lavorando sulla sottrazione, Pitt regala - seppur in scala ridotta (e senza Tarantino dietro la macchina da presa) - un altro piccolo miracolo. Un assolo divistico e attoriale, ben supportato da un ensemble ben assortito, spartito fra volti giovani e promettenti (Damson Idris) e altri più conosciuti (Javier Bardem, Kerry Condon, Shea Whigham, Tobias Menzies), ma su cui nondimeno gravano le sorti della riuscita generale della pellicola, compresa la quasi totalità del suo materiale e afflati emotivi - ergo l’empatia, il coinvolgimento, i battiti e le diverse trazioni del racconto.

            La recensione di F1, il film di corse di Joseph Kosinski con protagonisti Brad Pitt e Damson Idris.

            D’altra parte, c’è da riconoscere quanto la sensazione che scorta F1 - Il film fino allo schermo (grande che è, o piccolo che sarà, per sfortuna di chi dovrà vederlo in scala così ridotta) e alle sue immagini sia quella di un prodotto algoritmico, fatto a tavolino, mescolando i punti salienti di un catalogo di opere affini: dal glamour e la grandeur di Grand Prix di John Frankenheimer allo Steve McQueen de Le 24 Ore di Le Mans, dai tappeti sonori zimmeriani di Rush alla trama di Driven di Renny Harlin, senza dimenticare l’azione pura di Ford v Ferrari e le latitudini virtuali e transmediali del più recente Gran Turismo.

            È, in un certo senso, la creatura di un procedimento algido e chirurgico. Figlia di quella stessa computerizzazione, automazione, standardizzazione concettuale e invasione massiccia e inquietante dell’intelligenza artificiale, contro cui si batteva il suo prodromo e predecessore cruisiano. Ne è complice, in primis, l’approccio registico, estetico e iconografico (post-nolaniano) di Kosinski, senza dubbio elegante ma che priva l’universo della Formula 1 di una propria identità visiva, di uno specifico filmico, rendendolo in effetti indistinto e indistinguibile dai loft ad altissima quota, dai laboratori e dalle architetture futuristiche di un Oblivion o di uno Spiderhead. A questo si somma poi un intreccio che, per esilità, formulaicità e prevedibilità, sembra appartenere ad un pacchetto di competenze e strumenti base del più basilare software generativo.

            Quel che deriva è dunque un ridimensionamento della portata, degli intenti e della reale sostanza di un progetto e di un copione che, quelle riflessioni interessanti e fondamentali, le riduce a schermaglie fra rivali (destinate ovviamente ad appianarsi). Al confronto generazionale tra una vecchia volpe in corsa verso la sessantina e un rookie dal talento ancora inespresso, vanitoso, arrogante, un po’ demotivato. Detto altrimenti, agli attriti e alle sinergie tra due mondi (e modi) di stare fuori e dentro la pista idealmente antitetici, ma accomunati dalla stessa nomea (di underdog) e dal medesimo destino, qualora il team di cui fanno parte non segnasse almeno un paio di punti entro il termine della stagione. 

            La recensione di F1, il film di corse di Joseph Kosinski con protagonisti Brad Pitt e Damson Idris.

            L’impalcatura è insomma ai limiti del pubblicitario, di un aziendalismo merceologico, come dimostra il titolo stesso o, per esser precisi, quell’F1 seguito dal simbolo del trademark (®): sintomo evidente e rivelatore di una grossa operazione marketing, di brand awareness al quale si rivolge lo sforzo combinato da parte di Apple Studios (con Warner Bros. e Bruckheimer) e della stessa Formula 1 di Stefano Domenicali - quest'ultima per mezzo del debutto nel panorama hollywoodiano (in veste di produttore) del pilota Lewis Hamilton. Il fine dell'una è - va da sé - sbancare i botteghini, mentre l'altra intende immergere lo spettatore nel vivo (del business) di questo mondo, deliziando i fan, ravvivando la fiamma e l’interesse nei confronti dello sport e delle gare, e magari collezionando qualche nuovo affiliato lungo la strada, durante la corsa. Che è poi, in definitiva, la sola cosa ad interessare realmente tutti i coinvolti.

            Grande attenzione è posta allora sull’esperienza in circuito, sull'asfalto rovente, tra curve pericolosissime, rettilinei a rotta di collo, cambi gomme strategici, soluzioni dell’ultimo secondo, estremi rimedi, piani A, B e C(aos). È in queste (fortunatamente) molteplici parentesi ché, d'altronde, F1 - Il film lascia intravedere uno scampolo di cuore sotto la tuta. Di passione, sotto le decine e decine di cavalli di una macchina spettacolare roboante, muscolare, vistosissima: uno di quei kolossal d’antan che Hollywood ormai non si può più permettere (anzitutto economicamente). Ovvero la scommessa di un Bruckheimer che, non potendosi avvalere della mente e delle ambizioni di Tom Cruise, si limita a collaudare la sua formula ai nostri giorni (di tuono).

            Nondimeno, il merito della pellicola e, in primis, di Kosinski - che, al contempo, pare recuperare la lezione di Tron: Legacy - è riuscire, pure in assenza del centro di gravità permanente del suo (ad oggi) maggior successo, a regalare le stesse sensazioni del terzo atto di Top Gun: Maverick. Il plauso va, a tal proposito, ad un lavoro di ricerca, sviluppo e impiego delle migliori tecnologie possibili; le più innovative al fine di portare il realismo delle corse sul grande schermo, con riprese a bordo delle auto e l'utilizzo di camere speciali (alcune delle quali basate su modelli di iPhone) capaci di catturare ogni dettaglio della velocità e dell'azione.

            La recensione di F1, il film di corse di Joseph Kosinski con protagonisti Brad Pitt e Damson Idris.

            Così facendo, F1 - Il film scongiura, in un certo senso, la maledizione del cult di cui è, di fatto, il critoremake, ponendosi giusto un gradino sotto il suo predecessore su ali, nelle fattezze di un dispositivo di tensione, ritmo, adrenalina, dinamicità e intrattenimento quasi(!) a regola d’arte, fra i cui co-autori c’è anche un Hans Zimmer che mixa la tensione operistica con le ritmiche e sonorità battenti della techno. Di un’esperienza multisensoriale e audiovisiva per cui ringrazierete di stare comodamente seduti in una sala cinematografica, piuttosto che sul divano di casa.

            Una che non vola mai del tutto, decisamente meno unica e ambiziosa, talora paradossale, sospinta (anch’essa) verso frontiere ipermediatiche incorporando la telecronaca sportiva, il videogioco di simulazione, la realtà aumentata, ma che riesce, a più riprese, ad abbandonare ogni orpello e ad essere “soltanto” purissimo cinema delle attrazioni. Movimento, luce, suono che sfrecciano nell’aria.

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