
HANNO UCCISO L'UOMO RAGNO, la leggendaria storia di due (super)eroi ordinari
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Hanno ucciso l'Uomo Ragno - La leggendaria storia degli 883
USCITA ITA: 31 ottobre 2024
REGIA: Sydney Sibilia, Alice Filippi, Francesco Ebbasta
SCENEGGIATURA: Sydney Sibilia, Chiara Laudani, Francesco Agostini, Giorgio Nerone
CON: Elia Nuzzolo, Matteo Oscar Giuggioli, Ludovica Barbarito, Davide Calgaro, Roberto Zibetti, Edoardo Ferrario
GENERE: musicale, commedia
N. EPISODI: 8
DURATA MEDIA: 50 min
DISPONIBILE SU: NOW TV/Sky
VOTO: 8
RECENSIONE:
La regola di Groenlandia non sbaglia (quasi) mai. Sydney Sibilia firma la sua prima serie TV, raccontando la leggendaria storia degli 883. Un’altra miscela definitiva, in grado di creare assuefazione, e insieme un prodotto perfettamente congruo e puntualmente inserito nel secondo atto della filmografia dello stesso cineasta.
Suona tutte le note giuste Hanno ucciso l’Uomo Ragno, la prima serie creata, scritta, diretta e prodotta da Sydney Sibilia (con Groenlandia, per Sky e Now TV). O, perlomeno, quelle giuste a fare dei suoi otto episodi la miglior cosa si potesse trarre dalla “leggendaria storia degli 883”. Nel senso di coerenza e idoneità con lo spirito e l’estetica del duo di Pavia, al secolo Massimo “Max” Pezzali e Mauro Repetto, che, uniti dalla passione per la musica e da un’indole di sopravvivenza e ritrovatasi per destino in un “buco di culo in cui le persone preferiscono morire che sopportare”, finiranno per stravolgere e imporsi come icone degli anni ‘90 italiani, scalando hit parade (al punto da vendere più degli U2, di Elton John, addirittura di Michael Jackson), infiammando i palcoscenici e facendo ballare e sognare migliaia di persone.
Tuttavia, ben prima che di questo successo, a tessere e interessare questa prima stagione(?) dello show sono, appunto, le individualità dei due membri fondatori, ripercorrendone perciò la vita da teenager - tra avventure e disavventure, sfighe e combinazioni felici, primi amori e prime delusioni - e il tentativo di diventare famosi ed esaudire così un desiderio che, come spesso accade, non è intrinseco, ma semplicemente risvegliato dalle circostanze della vita. Max prova infatti a comporre la sua prima canzone su richiesta (fatta e subito dimenticata) della "ragazza più figa di tutta Pavia", mentre Mauro viene folgorato da una console da dj e inizia così a creare i propri mixtape.
È un incontro, il loro, che nella sua ignota straordinarietà appare inizialmente come un qualcosa di trascurabile. E che porterà invece a due album storici (prima dell’abbandono di Repetto) le cui tracce altro non sono che una rielaborazione poetica della loro gioventù provinciale, delle ansie, insicurezze, spaesamenti, idiosincrasie, di quella necessità di dover aderire - nella vita e, in un primo momento, anche nella musica - ad uno standard, ad una convenzione che vuole (e voleva) le nuove generazioni o di rottura o esemplari sulla scia di un post-yuppismo, o di un proto-berlusconismo.

Brani, come Con un deca, Non me la menare, Jolly Blue, finanche lo stesso Hanno ucciso l’uomo ragno, poi divenuti veri e propri inni, sublimano proprio questo senso di già romantica e malinconica resistenza di un essere e di un vivere semplice, indulgente, disimpegnato, tipicamente periferico. O ancora, la “contraddizione tra visibilità e percepita inutilità” perfettamente incarnata dai proto-virali balli di Repetto. Testi, in altre parole, dalle continue ricadute nell’autofiction, e nei quali si canta come si parla, di quel che si sa e quel che si è, senza fronzoli inutili.
Esiste “soltanto” il racconto di due ragazzi, col mito degli americani, del post-punk, dei Public Enemies, che si accorgono però come l’unico modo per aver qualcosa da dire, arrivare alle persone (specie ai loro coetanei) e quindi avere successo, sia mantenere i piedi ben saldi a terra, credere e far credere a chi li ascolta che il loro sogno possa essere a portata, afferrabile, normale; che ognuno di loro possa stare su quel palco. Rimanere insomma sé stessi: quei due “impresentabili” ragazzi di Pavia; “due poveri sfigati, noi non siamo mai cambiati / Sempre il sogno nel cervello di una moto per cavallo”. Del resto, come intitolava uno dei primi dischi di un idolo della generazione a loro precedente (provinciale anch’egli), “non siamo mica gli americani”.
Posta allora l’armonia con la natura umana e artistica degli 883 e “scoperto” inoltre che bastano (i testi del)le loro canzoni per tenere fra le mani il cuore, per disporre di tutto ciò che c’è da sapere su Max e Mauro, Hanno ucciso l’Uomo Ragno riesce comunque a non essere quel che si aspetterebbe da un’operazione del genere, biografica od ossequiosa che dir si voglia.
Sostanziale, a tal riguardo, il suo essere costruito nella maniera e secondo un’idea opposte a quelle verso cui solitamente si tende. I momenti topici, di svolta ci sono tutti, come pure le strizzatine d’occhio, le allusioni e le citazioni che gli aficionados coglieranno al volo, ma ad esempio non tutti i brani dell’album d’esordio del duo vengono inclusi nella narrazione. Anzi, spesso (specie nei primissimi episodi) sono rimpiazzati da pezzi di altri - e non per forza del periodo a cui si riferisce la diegesi.
L’intento - chiarissimo - è di sfuggire alla convenzioni della biografia o, peggio, della celebrazione feticistica; evadere dagli schemi, dalle convenzioni, dalle gabbie di quel che gli altri credono o sperano. Cosa che, per quanto paradossale, permette alla serie non solo di tener doppiamente fede allo spirito di quel che racconta, ma anche di sognare in grande, di funzionare indipendentemente dalla conoscenza più o meno approfondita di quel che è stato davvero. E, a conti fatti, di potersi rivolgere a tutti indistintamente, ringiovanendo, attualizzando questa storia. Rendendola collettiva - oltre che divertentissima - e sottraendola al reame della sola nostalgia.

A tal scopo, contribuisce inoltre un comparto tecnico solidissimo: vale a dire la fotografia asciutta ma suggestiva di Valerio Azzali e Davide Manca, il montaggio trascinante di Gianni Vezzosi e Luciana Pandolfelli, gli incantevoli costumi di Valentina Taviani e le scenografie dettagliatissime di Luisa Iemma; che lavora con agilità, una leggerezza preziosissima e, in particolare, grande sinergia.
Eppure, quella che salta immediatamente all’occhio è quella che lega i due giovani interpreti chiamati ad interpretare Max e Mauro, scelti più che sulla base di una fedeltà fisionomica, in nome di un qualcosa di speciale, indescrivibile, finanche magico. Loro sono Elia Nuzzolo: assoluta rivelazione di questi otto episodi, un Peter Parker (tanto per restare in tema) col segno di Steve Ditko; e Matteo Oscar Giuggioli, che - complice la difficoltà nel “trovare” un personaggio che, a differenza del collega ed ex-compagno, per un lungo periodo è stato lontano dai riflettori - riconferma il suo vivace talento, consacrandosi all’attenzione del grande pubblico. Il suo Mauro Repetto delizia e conquista fin dai primissimi minuti del secondo episodio grazie alla spontaneità, alla dolcezza e alla portentosa espressività dell’attore, permettendo anche a coloro che non lo conoscevano prima o non erano ancora nati in quegli anni di comprendere quanto decisivo sia stato l’apporto di questa “leggenda dell’animazione turistica” per il segno del duo.
Cambiano quindi i volti, si scambiano tecnici e maestranze, ma il manico è sempre lo stesso, inconfondibile. Ed è quello, appunto, di Groenlandia, qui impegnata a portare avanti un’idea über-pop dell’esperienza audiovisiva. Ne deriva un’altra miscela definitiva: l’ennesima - capace anch’essa di creare assuefazione - dopo La legge di Lidia Poët, Supersex e Diva Futura; a dimostrazione che la regola, come sappiamo, non sbaglia (quasi) mai, anche se il rischio è di lasciar intravedere una certa artificiosità di fondo.
Allo stesso tempo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno è un prodotto perfettamente congruo e puntualmente inserito nel secondo atto della filmografia dello stesso Sibilia. Il logico crescendo de L’incredibile storia dell’Isola delle Rose e di Mixed by Erry. Contemporaneamente, una rilettura del filone biopic, (qui) del teen drama e della commedia popolare. Un tentativo di rifondazione del passato. Una chiave alternativa per raccontare il nostro paese, le sue maschere (vecchie e nuove, iconiche e dimenticate) e la sua storia recente.
Massimo, il saputello incerto, fatalista e dal cuore d’oro, e Mauro, l’incontenibile e contagioso genio incompreso, si fanno naturali eroi sibiliani. Romantici outsider, nerd incazzati, “ma non come Masini”, che camminano - più che nell’ambigua terra di nessuno tra legalità ed illegalità dei fratelli Frattasio - in un luogo sperimentale, crocevia di immaginari, ma capace di arrivare a chiunque. A Nord, Sud, Ovest, Est, anche se “forse quel che cerco neanche c’è”. (Super)eroi morsi da un potere fortunatamente ordinario.
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