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            6 Settembre 2024
            Diva Futura Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            DIVA FUTURA di Giulia Louise Steigerwalt - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Diva Futura
            REGIA: Giulia Louise Steigerwalt
            SCENEGGIATURA: Giulia Louise Steigerwalt
            CON: Pietro Castellitto, Barbara Ronchi, Denise Capezza, Tesa Litvan, Lidija Kordić, Davide Iachini, Marco Iermanò
            GENERE: drammatico, biografico
            DURATA: 128 min
            In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Giulia Louise Steigerwalt conferma tutte le premesse e promesse del suo esordio, ripercorrendo la storia dell’agenzia che rivoluzionò il mondo del porno. Non solo una commedia spassosissima con personaggi molto ben scritti, ma anche uno dei migliori esempi di cinema popolare italiano degli ultimi anni.

            Già con Settembre, il suo delizioso esordio alla regia, Giulia Louise Steigerwalt era riuscita ad evadere dalle briglie del dramedy italiano, facendosi notare e ricordare positivamente grazie alla naturalezza della scrittura, alla capacità e sensibilità nel racconto e ritratto di personaggi atipici, singolari, umani, e infine alla direzione di un ristretto gruppo di volti giustissimi, fra cui emergeva una Barbara Ronchi che, proprio per merito di quella interpretazione, riuscì ad aggiudicarsi il suo primo David di Donatello. 

            La nostra recensione del film si chiudeva infatti su toni di speranza, con l’augurio che quello potesse essere l’inizio di un lungo e bellissimo viaggio cinematografico. Uno che oggi trova conferma in Diva Futura, che segna pure l’approdo della neoregista nel concorso ufficiale del festival di Venezia. Per l’occasione, come da titolo, quest’ultima, a partire dal romanzo Non dite alla mamma che faccio la segretaria di Debora Attanasio, traccia a ritroso la storia dell’agenzia (omonima) che, fra gli anni ‘80 e ‘90, inventò e rivoluzionò il (modo di fare) porno, italiano ed estero. 

            Nella fattispecie, quel che più interessa a Steigerwalt sono da un lato, le figure che gravitano attorno a questa fiorente impresa: l’artefice e fondatore Riccardo Schicchi, la già citata Attanasio, sua segretaria, amica, braccio destro, e le iconiche “ragazze della porta accanto” Ilona Staller, Moana Pozzi ed Eva Henger. Dall’altro, l’(accenno di un’)analisi quasi sociologica del contesto socio-culturale dell’Italia di allora, che vedeva e viveva il mondo dell’erotismo - figurarsi della pornografia - come un tabù, un desiderio immorale e da censurare, pur non riuscendogli a resistere nei fatti, anzi consumandolo in maniera vorace. Ancor più precisamente, insieme al genio, alle intuizioni di partenza, alle fortune e alle ragioni del successo internazionale, il tentativo dell’autrice è anche quello di decifrare il sogno di Schicci & co., la loro missione di liberazione dell’immaginario hard collettivo, conferendo dignità e potere alla figura femminile. Ma soprattutto, la grande contraddizione della loro opera, tradita dall’aver contribuito a creare “una percezione distorta della sessualità e del femminile in cui la violenza e la mercificazione del corpo hanno avuto la meglio”. 

            È oltremodo evidente allora il cambio di passo rispetto a Settembre, con Steigerwalt che, in qualche modo, aderisce precipuamente ad un’idea di cinema ben definita: quella made in Groenlandia, patrocinata dal compagno (e qui produttore) Matteo Rovere e da Sydney Sibilia, entrambi co-fondatori della casa di produzione ed entrambi ormai lanciati, sia sul grande che sul piccolo schermo, verso una sorta di operazione (biopic) di reminiscenza, ricostruzione e ridefinizione mitica - d’innegabile stampo hollywoodiano - della storia e delle storie italiane. E, con loro, di personaggi eccentrici, singolari, fuori dagli schemi.

            Diva Futura Venezia 81 Recensione Cinemando

            Diva Futura, in tal senso, appare come una logica continuazione del discorso (editoriale e produttivo) che accomuna L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry, fino alla più recente Supersex (e alla prossima Hanno ucciso l'Uomo Ragno). Del resto, proprio con quest’ultima - per ovvi motivi - la pellicola condivide l’itinerario, alcuni dei temi e dei personaggi, come pure una resa quanto più realistica e filologica di ambienti, oggetti, costumi, cimeli d’epoca. La descrizione dettagliata e vivida di una realtà che non esiste più. 

            Eppure, anche in questo caso, Steigerwalt riesce ad evadere dalle gabbie della reiterazione, di un potenziale, svogliato adagiarsi su un modello, uno stereotipo, e a scovare, a ritagliarsi infine una propria identità. Al di là dello spostamento di fuoco sul femminile (nel porno e non), il merito, ancora una volta, è da riconoscere ad una scrittura che rifugge il plasticoso, l’affettato, per rianimare e tratteggiare una coralità vibrante, che ammette le diverse sfaccettature della propria e nostra natura, con tutte le sue contraddizioni, invenzioni, ipocrisie e complessità. 

            Protagonista è una famiglia allargata e anti-convenzionale, composta di figure e personalità anomale, bizzarre, stravaganti, di cui la regista segue le mosse, cogliendone il chiaroscuro umano, le gioie e i dolori, i trionfi e le disgrazie, il loro (e il nostro) essere perfetto riflesso del mondo di cui il riflesso e il prodotto. 

            Una famiglia che, in quanto tale, ha quindi bisogno di essere resa con estro e anticonformismo filmico. Ecco allora che Steigerwalt - notabilmente assistita dal montaggio di Gianni Vezzosi - scompone e scompiglia il racconto ai limiti del possibile, senza perdere un briciolo di chiarezza e precisione narrativa. E trova la giusta cifra in un cast di interpreti fantastici che si impongono già dai primi minuti come grande cuore del progetto: un Pietro Castellitto mattatore alla sua miglior prova (sempre sulle orme del suo maestro Nanni Moretti), una Barbara Ronchi solidissima - che funge da colonna portante tanto per il film, in quanto impersonificazione dell’autrice del testo originale, quanto per lo sguardo e l’immersione dello spettatore nella narrazione -, una toccante Denise Capezza nei panni di Moana Pozzi, senza dimenticare Lidija Kordic nel ruolo di Cicciolina, e Tesa Litvan in quello di Eva Henger. 

            È grazie a loro, tra l’altro, che Diva Futura si attiene fedelmente e rispetta la cifra di Schicchi, il quale consiglia infatti alla nostra Debora di “non prendere troppo sul serio niente e nessuno, né te stessa né la vita”. Un precetto che si rivela utile e funzionale nel riproporre e restituire la carica sincera e sentimentale di un’umanità “allegra, in crisi, cialtrona, ma sempre dal grande cuore”. Un po’ meno quando invece si cerca di interpellare il contesto politico, o nel conferire la giusta gravitas e l’impatto desiderato a frammenti che dovrebbero risuonare con maggior emozione. 

            Questo però non toglie che ciò a cui Steigerwalt dedica la sua seconda opera sia, oltre che una scorrevole, trascinante ed irresistibile commedia, tra i migliori esemplari di cinema popolare italiano prodotti negli ultimi anni.

             

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