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            21 Marzo 2024
            Supersex Netflix Alessandro Borghi Serie Tv Recensione Cinemando
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            SUPERSEX, IL SEGRETO DEI LORO OCCHI

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Supersex
            USCITA ITALIA: 6 marzo 2024
            PIATTAFORMA/CANALE: Netflix
            REGIA: Matteo Rovere, Francesco Carrozzini, Francesca Mazzoleni
            SCENEGGIATURA: Francesca Manieri
            CON: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Vincenzo Nemolato, Saul Nanni, Gaia Messerklinger
            GENERE: biografico, drammatico, commedia, erotico
            N. EPISODI: 7
            DURATA MEDIA: 42-55 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Alessandro Borghi interpreta(!) Rocco Siffredi nella nuova serie Netflix prodotta da Groenlandia. Scritta e creata da Francesca Manieri, Supersex è un'impresa tutt'altro che semplice ma molto ambiziosa che intende fare del porno e di uno dei suoi idoli un'esemplare istanza della contemporaneità e della nuova immagine del maschile. Imperfetta senz'altro, ma lo stesso tremendamente attraente.

            “What is love?” canta Haddaway nel finale di Supersex, la nuova serie prodotta da Matteo Rovere (insieme a Lorenzo Mieli) e dalla sua Groenlandia per il catalogo streaming di Netflix, scritta e ideata da Francesca Manieri - quest’ultima, già fidata autrice della factory per film come Veloce come il vento, gli ultimi due Smetto quando voglio, Il primo re e L'incredibile storia dell'Isola delle Rose, ma attiva anche in ambito televisivo con We Are Who We Are di Luca Guadagnino.

            E “che cos’è l’amore”, si chiede nel 1974 un bimbo di nome Rocco Tano, mentre vaga, senza una meta ben precisa, per le umili strade della sua Ortona, un piccolo comune di qualche migliaio di anime sulla costa dell’Abruzzo. Un posto dimenticato da dio, restio a qualsiasi forma di progresso. Lui infatti, l’amore, mai l’ha avuto, forse non sa nemmeno cosa sia, ma lo ha sempre cercato e lo cerca ancora, in maniera ossessiva, spasmodica, disperata.

            Lo cerca nella sua famiglia, numerosa e disastrata, da un lato oggetto di dicerie, sbeffeggiata, derisa, guardata da tutto il paese con disapprovazione per la supposta immoralità dietro l’adozione del veemente e virile Tommaso - il maggiore dei sei figli che, pur portando anch’egli il cognome Tano, si dice sia stato il frutto di una relazione extra-coniugale -; dall’altra compatita per la malattia del piccolo Claudio, che morirà all’età di soli dodici anni per una crisi epilettica. Più precisamente, Rocco cerca l'amore nello sguardo della madre Carmela, la quale purtroppo non glielo concede quasi mai, distolta ora dai pasticci del maggiore, ora dai problemi del piccolo malato. Si sa però, la speranza è l'ultima a morire. E quella del giovane Tano si riaccende quando, per la prima volta, posa gli occhi su Lucia, la ragazza più bella e desiderata di tutta Ortona, quella che “fa girare la testa a tutti gli uomini”, nonché fidanzata proprio di Tommaso.

            È lei, il suo sguardo, il vederla di nascosto mentre fa sesso con il (di lui) fratello, una delle due piccole, grandi rivoluzioni che segneranno indelebilmente la sua vita, permettendogli quantomeno di provare a rispondere all’annosa domanda, al dilemma che gli infiamma il cuore - e non solo. La seconda è il porno o, meglio, è Gabriel Pontello con il suo urlo (eiaculatorio) di battaglia “Ifix tcen tcen!”, che diventerà per Rocco alla stregua di un enigma. Di un rebus che decifrerà con l’aiuto del suo miracolo o forse della sua maledizione. In concreto, grazie al suo cazzo (“più lungo del mondo”, come dirà qualcuno), la parola crediamo più ripetuta nel corso delle sette puntate che compongono il racconto di Supersex. Che, di quel Rocco Tano, intende narrare la vita, da quel 1974 al 2004, a spasso tra la provinciale Ortona e la libertina Parigi; ma anche e soprattutto la sua trasformazione nel pornodivo tra i più noti sulla scena pornografica internazionale. Una figura parimenti rivoluzionaria, reazione allergica all’Italia perbenista e ancora fortemente arcaica del post-boom, capace di “portare il porno nelle case di tutti”. La sua genesi in Supersex o, come lo conosciamo tutti, con buona pace di Alain Delon, in Rocco Siffredi.

            Supersex Netflix Alessandro Borghi Serie Tv Recensione Cinemando

            Un’impresa dunque non facile, quella di Manieri in sceneggiatura e di Matteo Rovere, Francesco Carrozzini e Francesca Mazzoleni in cabina di regia. Come sempre è, del resto, ogniqualvolta si decide di ridurre a materia audiovisiva, a discorso filmico o seriale, di sintetizzare in espressione estetica; figure che - piaccia o meno - hanno fatto e fanno tuttora parte del nostro tessuto culturale e dell’immaginario collettivo. Extra-large non è quindi solo la dote che Rocco cela dietro la zip dei pantaloni, ma è anche tutto quello che "viene" prima. Quello che, sin dall’infanzia, egli si trascina appresso nella vita adulta, fino ad oggi, sostanziandosi nei mille e più significati - positivi e negativi, di amore e di distruzione - di un “cazzo” come tanti altri, per quanto sovradimensionato o, secondo alcuni, sovrannaturale, quasi alieno, se non proprio inquietante. Molto interessante è allora scoprire l’approccio adottato da una sensibilità e sguardo femminili nei confronti di qualcosa molto spesso identificato con l’apice del virile, le estreme conseguenze del machismo. Ne risulta una decostruzione psicologica e psicanalitica che parla anche di quello, dai chiari echi freudiani, magari passibile di proverbialità e manierismo (e non perché “di Manieri”). Il ritratto di un uomo che, nel profondo, è l’esatto opposto di quelle stesse istanze e, per questo, perfettamente accordato all’idea e alla riflessione contemporanea sul maschio.

            Fragile, spesso ingenuo, cresciuto frettolosamente, con evidenti lacune sul piano delle relazioni, degli affetti, delle emozioni. Posseduto da questa vis bestiale, energia aggressiva e primordiale, dipendenza irrefrenabile e spesso incontrollabile nei confronti del sesso e dell’universo femminile. Un uomo perciò spesso in contrasto con sé stesso, ritrovatosi fra le mani un oggetto quasi mi(s)tico, istantaneamente leggendario, iconico, che tutti ammirano, vogliono e temono, e che egli non sa controllare. Che diventa il suo marchio di fabbrica, dando vita, a sua volta, a cortocircuiti, a così tanti scarti di personalità e personaggi da perdercisi. O forse, un ragazzino mai cresciuto che agogna e invidia il misero, morboso, malato, turbolento amore di due adulti da cui è sempre stato attratto (per puro e incondizionato attaccamento o insita bisessualità), ma che al contempo possiede una capacità che altri non hanno e che il più delle volte, per deformazione sociale e di vita, si taccia per femminea o contronatura. Un talento che va oltre il corpo e prescrive un diverso tipo di penetrazione: nell’anima delle persone, nella loro natura, in quanto “il potere sta tutto negli occhi (non nel corpo, ndr) dell’altro”. Perché “abbandonarsi ad uno sguardo è il vero superpotere”.

            Ciò detto, Manieri, questo ritratto d’uomo con prevedibili risvolti femministi (negli scambi di Rocco con la Lucia adulta, portata su schermo da una Jasmine Trinca un po’ fiacca), lo affronta e ingaggia nel più contemporaneo dei modi. Vale a dire in un miscuglio frammentario di generi, in un contenitore ipermoderno e rigorosamente XXL di estetiche. Supersex sfila, in maniera disinvolta e agile, dal coming of age al mélo (di affermazione di una nuova dinastia pop) familiare, dalla commedia al noir e gangster, fino ad arrivare a quel filone cine-fumettistico a cui strizza l’occhio sin il titolo. L’armamentario, d'altronde, è quello: la genesi fumettistica, il “grande potere" e le “grandi responsabilità” che ne conseguono, i villain e la nemesi che Siffredi ama e odia al contempo (interpretata da un Adriano Giannini sdrucito, ambiguo, che dona complessità ad una scrittura inclemente), o ancora imprese straordinarie come l’eiaculazione in 10 secondi, pure la sua personale kryptonite: le donne e il loro sguardo (giudicante) su di lui.

            Supersex Netflix Alessandro Borghi Serie Tv Recensione Cinemando

            Intonato a tal punto al suo protagonista larger-than-life: e quindi cangiante, imprendibile, fluviale, sregolato, ora allungato a dismisura, ora stringato artificiosamente; e così denso di contenuti [il rapporto con l’omosessualità, l’antagonismo ideologico con il Riccardo Schicchi di uno splendido Vincenzo Nemolato], concetti, pensieri declamati dallo stesso Rocco con una voce-off asfissiante, il lavoro di Manieri sembra vivere di vita propria e puntualmente dirigersi verso l’orlo del precipizio da cui, per fortuna, cade quasi sempre in piedi.

            Eppure, si ha di continuo l’impressione che puntualmente Supersex scelga di trattare quel che deve e vuole dalla prospettiva sbagliata, dall’angolazione meno interessante della vita di Rocco, servendosi della situazione meno funzionale. Come nel caso della trama familiare: fin troppo preponderante nell’economia del racconto, spesso al confine di un pietismo e patetismi campanilistici, e rinchiusa - come succede anche per la parte più professionale ed esplicita - nell’aneddotica, nella provocazione fine a sé stessa. In altre parole, nei prodotti di quello stesso moralismo campanilistico e cattolico che la serie vorrebbe perturbare, ma in cui, alla fine, sguazza bellamente.

            Ciò nondimeno, malgrado le scelte stravaganti e non sempre fortunate, o tutti gli evidenti limiti, le indecisioni di tono (se drammatico, agiografico, ironico o parodico), le proverbialità e la fotografia pettinatissima di Daria D'Antonio e Matteo Carlesimo; Supersex ha già beneficiato dell’effetto Siffredi. È già segno, è già mitica. Il restante onore (e onere) è tutto sulle spalle di Alessandro Borghi, l’altro principale motivo per cui verrà ricordata. Egli, dal canto suo, abbandona la comoda strada sia del mimetismo, sia della caricatura iperbolica, evitando così un pericoloso macchiettismo, e, da grande interprete qual è, (chi l’avrebbe mai detto) interpreta. Nella fattispecie, esclude il ghigno: una caratteristica per lui emblematica, una firma peculiare, totalizzante, in grado di riassumere e sintetizzare la figura divistica, l’iconismo, il divario tra personaggio, persona e personalità. Una sineddoche da manuale che l'attore rende perno di una prova e di una serie tra epica e soap, letteratura e fumetto, finzione e realtà, vita e tutto il resto. Che non è noia come cantava Califano, né amore, ma semplicemente "porno".

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