
HOUSE OF GUINNESS, la fermentazione del potere
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: House of Guinness
USCITA ITA: 25 settembre 2025
IDEATA DA: Steven Knight
REGIA: Tom Shankland, Mounia Akl
SCENEGGIATURA: Steven Knight
CON: Anthony Boyle, Louis Partridge, Emily Fairn, Fionn O'Shea, James Norton
GENERE: drammatico, storico, sentimentale
N. EPISODI: 8
DURATA MEDIA: 50-60 min
DISPONIBILE SU: Netflix
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Tra dinastia, potere e passioni proibite, Steven Knight racconta i Guinness con stile iperpop, moderno, iconoclasta, anacronismi e contaminazioni estetiche, virtuosismi di regia e una sceneggiatura capace di alternare profondità e ironia. Un mix di storia, melodramma e rock opera sono alla base di un'idea di intrattenimento (da esportazione) sontuoso e audace.
Per fare una birra, servono acqua, malto d’orzo, luppolo e lievito. Per costruire le botti in cui poi verrà contenuta, bastano il rame, la quercia e il fuoco. Ma sono famiglia, denaro, ribellione e potere gli ingredienti della nuova miscela preparata e spillata da Steven Knight: gli otto episodi della prima stagione di House of Guinness. Dalle strade di Birmingham pattugliate dai leggendari Peaky Blinders, ci si sposta nei birrifici e nei sobborghi, nei vicoli e nelle ville campestri, fino ai palazzi cittadini di Dublino (e non solo), per raccontare – in chiave romanzata – l’epopea di una delle dinastie più celebri e durature d’Europa.
Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. Sir Benjamin Guinness - l'uomo, l’imprenditore, il visionario che ha trasformato una piccola società in un impero dai confini smisurati che dà di che vivere a metà dei dublinesi e di che bere e ubriacarsi a mezzo mondo - è morto. Il testamento e l’eredità che lascia è destinato a segnare il futuro e il destino dei suoi quattro figli adulti - Arthur, Edward, Anne e Ben - e insieme quelli di un intero microcosmo di personaggi che vivono e lavorano all’ombra del fenomeno Guinness. Non tutti, infatti, vedono in questa famiglia un simbolo da venerare. L’Irlanda è sotto il giogo britannico, ma la rivoluzione fermenta, guidata dai repubblicani cattolici della Fratellanza feniana, che disprezzano l’élite protestante incarnata da Sir Benjamin e dai suoi eredi. Al tempo stesso, gli evangelisti gioiscono nella caduta di un idolo che hanno sempre accusato di aver diffuso peccato e dissolutezza col suo scuro intruglio.
In questo scenario elettrico, agitato, febbrile, frizzante come la spuma di una pinta appena versata, i quattro eredi dovranno trovare un modo di resistere alle varie pressioni e forze che li vorrebbero dividere e veder rovinata la fortuna del vecchio. Ancor prima dovranno però fare i conti con sé stessi, con le proprie fragilità, ambizioni e conflitti interiori e mai davvero risolti. Perché se il patrimonio di famiglia è una ricchezza inestimabile, è anche una reputazione da salvaguardare, un simbolo da adattare ai cambiamenti e alle esigenze del momento presente e - va da sé - una maledizione che rischia di travolgerli uno per uno.
E così, quando ancora non è calata la terra sul feretro di Sir Benjamin, già si affollano opportunismi, complotti, intrighi di palazzo, mentre il testamento potrebbe facilmente trasformarsi nella miccia di una guerra intestina...

Arthur, il maggiore, vorrebbe sfuggire al peso del suo nome, ma non può: la sua identità (tra cui quella sessuale) è intrecciata indissolubilmente con tutto ciò che è Guinness. Edward, al contrario, è forse il vero “figlio di suo padre”: freddo, cinico, quasi un macchinario pragmatico e dotato di sicurezza esasperante. Sogna di far approdare la birra in America, terra dei sogni per molti irlandesi emigrati dopo la grande carestia del 1845, e così di conquistarla. Ma le sue idee sono più progressiste e rivoluzionarie; intuizioni come la previdenza sociale, il pensionamento o quella filantropia strumentale che le industrie avrebbero poi utilizzato e utilizzano tutt’ora a fini pubblicitari, per pulirsi un po’ la coscienza. O ancora, illusioni destinate a infrangersi, come la pretesa che l’unione e la compattezza del clan Guinness basti a colmare le fratture e pacificare i conflitti interni del popolo irlandese.
Arthur ed Edward incarnano, a loro modo, due poli opposti e complementari: laddove quest’ultimo si mostra inflessibile, quasi granitico, perché in realtà teme la leggerezza che lo abita; l’altro, viceversa, ostenta frivolezza e disimpegno perché ha paura della propria serietà. In questa tensione si gioca gran parte del dramma familiare, specie nel momento in cui entrambi tenteranno di perseguire ognuno un amore proibito, con tutte le conseguenze e i rischi del caso.
Per quanto riguarda Anne, unica figlia della casata, il suo è un ruolo di non rassegnazione all’ennesima condanna al ruolo di moglie. Il testamento la esclude, eppure non intende farsi relegare nell’ombra. Anzi è proprio a lei che si deve l’interesse e l’attenzione di Edward nei confronti degli strati meno abbienti della società dublinese e irlandese.
C’è poi Ben, il minore (nei fatti e, purtroppo, nel tempo dedicatogli dalla serie), assediato dal vizio dell’alcol che vive nell’ombra degli altri tre, scisso tra il desiderio di trovare un proprio posto nel mondo e la tentazione di perdersi nell’oblio del proprio malessere esistenziale.

House of Guinness, dal canto suo, non rifugge alcun eccesso, anzi li ricerca con ostinazione. Sfrontata e rumorosa, corre a un ritmo forsennato, talora da videoclip, come deciso e scandito dal montaggio di Ben Yeates, Malcolm Crowe, Sarah Peczek e Vicky Tooms. Continui sono pure i virtuosismi di regia, affidata ad un Tom Shankland nei territori de Il gattopardo e ad una Mounia Akl - ahinoi - firmataria dei capitoli meno riusciti. D’accordo con Knight, questi si avvalgono di un respiro industrial-gothic e giocano a spiazzare, scegliendo l’iconoclastia e l’anacronismo come cifra stilistica, e contaminando il post-punk dei Fontaines D.C., un hip-hop sullo stile di Kneecap e A92, il rock dei The Stunning con ballate tradizionali, ai fini di un’atmosfera stordente, sempre sul punto di esplodere, ma pur sempre racchiusa in una cornice sontuosa e iperpop, consapevolmente commerciale e perfettamente allineata all’estetica del catalogo streaming Netflix. Più che un classico period drama, possiamo parlare quindi di una sorta di rock opera travestita da saga familiare: tra Succession e la succitata Peaky Blinders, con chiari echi di Gangs of New York.
Detto ciò, laddove lo stile visivo tende spesso al pacchiano, al grossolano, a riequilibrare il tutto interviene la sceneggiatura, l’unica - insieme ad un cast ben assortito e indovinato su cui si stagliano i promettenti Anthony Boyle da Masters of the Air e Louis Partridge da Enola Holmes e Disclaimer - a conservare un filo di sottigliezza. Divertendosi in scrittura con la doppiezza di significato e la polisemia dei verbi, Knight - al pari dei personaggi di cui descrive le parabole - dispiega tutta la propria arte affabulatoria nell’intrecciare affari di birra e di cuore, contratti firmati con inchiostro e sigilli, e altri imposti dal sangue, dalla società, dal matrimonio, dal desiderio.
In filigrana si muove inoltre un contrasto tra uomini e donne. “Tutti gli uomini sono bambini che giocano a nascondino. Le donne, invece, dicono la verità”: una battuta che rivela il terreno narrativo su cui si muovono i personaggi. Seppur detentori del potere formale, i primi appaiono prigionieri delle proprie fragilità e di capricci infantili. Le seconde, marginalizzate o escluse, incarnano la voce della realtà, della lucidità, di verità non dette.

Nondimeno, al netto di un’energia contagiosa e di un forte potere di intrattenimento, House of Guinness presta il fianco a qualche difetto che, comunque si decide di gustarsela, lasciano un retrogusto amarognolo e poco soddisfacente. Il passaggio del tempo e gli spostamenti tra luoghi risultano spesso poco efficaci, e verso le battute finali la narrazione tende a diluirsi, preparando il terreno per un cliffhanger che non si limita ad aprire, ma spalanca le porte ad una seconda stagione.
È il prezzo da pagare per una serie che non teme di esagerare pur di lasciare il segno. Che forse non replicherà il travolgente fenomeno dei boys from Birmingham, ma sa imporre la propria idea di prodotto (e spettacolo) d’esportazione.
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