
VENEZIA 81
DISCLAIMER - LA VITA PERFETTA - La recensione della serie con Cate Blanchett
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Disclaimer
USCITA ITA: autunno 2024
REGIA: Alfonso Cuarón
SCENEGGIATURA: Alfonso Cuarón
CON: Cate Blanchett, Kevin Kline, Sacha Baron Cohen, Lesley Manville, Louis Partridge, Leila George, Kodi Smit-McPhee, Hoyeon, Indira Varma
GENERE: thriller
DURATA: 329 min
Presentata fuori concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Adattando e ampliando il best-seller La vita perfetta di Renée Knight, Alfonso Cuarón intende svolgere l’anatomia di un’epoca e riflettere sugli atteggiamenti più profondi, reconditi, inconfessabili della natura umana che la nuova socialità mass-mediatica non ha fatto altro che esacerbare. Un cast sensazionale è solo la punta dell’iceberg di un pezzo di serialità ai massimi livelli.
Vedere Disclaimer equivale a mettersi continuamente in dialettica e contraddizione con qualcosa che chiunque di noi ha la possibilità di sperimentare ogni giorno, con un semplice tocco sullo schermo del proprio smartphone. Seguire la storia di come la vita di una famiglia viene rovinata da una(!) verità tramutata in un romanzo particolare sin dal suo disclaimer (da qui il titolo), è come assistere ad un concentrato esemplare delle migliaia di supposte notizie, cronache ed informazioni che vengono continuamente spacciate per autentiche online, tra i feed, nelle nuove piazze pubbliche virtuali. Le famigerate fake news, per intenderci.
Allo stesso tempo, questa vicenda conduce chi guarda - un po’ come fa la protagonista, Catherine Ravencroft, coi suoi documentari d’assalto - ad un’inquietante riflessione sugli atteggiamenti più profondi, reconditi, inconfessabili della natura umana che la nuova socialità mass-mediatica non ha fatto altro che esacerbare. Rancore, rabbia, rivalsa, pregiudizi, sentimenti del tutto immotivati, ma talmente viscerali da diventare assoluti, indiscutibili, inconfutabili. Da portare sul proverbiale orlo del baratro. Di un vuoto siderale, grottesco, crudele.
Vedere Disclaimer, la nuova serie originale Apple, significa pertanto muoversi in uno spazio rischioso, ma dannatamente accattivante. Lo spettatore si ritroverà infatti a scortare tutti, ma proprio tutti i personaggi in un percorso che porta solo ed esclusivamente ad un dubbio sinonimo di velenoso annientamento di ogni certezza. Ad interrogarsi su ognuno di loro, su ciò che dicono, fanno, pensano, sui motivi per cui si comportano in questo, piuttosto che in quest’altro modo - cosa che, per un thriller, è al pari di un rudimento.
Il dubbio non è però solo un combustibile per la tensione, i twist, i cliffhanger (che comunque non mancano), quanto il fulcro concettuale di un’esperienza che - alla stregua di altri testi più o meno coevi - ci mette di fronte ad una serie di bugie e a qualche verità. A quale scopo? Gettare la maschera di un tempo, il nostro, in cui qualsiasi assunto o dato, pure il più improbabile, può apparire credibile grazie alla narrazione e allo stile. È sufficiente infiocchettarlo ben bene, costruirvi attorno una coltre di particolari (inventati e non) e possibilità accettabili, puntare sull’emozione (meglio se ricattatoria, il più ricattatoria possibile), liberarsi delle eventuali “zavorre”, e il gioco è fatto.

“Il potere di un racconto ben scritto può avvicinarci alla verità, ma può essere utilizzato anche come una forte arma di manipolazione che può viceversa renderci complici, servendosi dei giudizi che formuliamo e delle nostre convinzioni più profonde”. Questo, il commento che Alfonso Cuarón, showrunner e regista di tutti e sette gli episodi in cui ha adattato - ampliando e approfondendo - il best-seller La vita perfetta di Renée Knight, ha rilasciato in occasione della presentazione della serie all’81ª Mostra del cinema di Venezia.
Del resto, è proprio di forma, di stile, di modo, di potere (ma anche di piacere) del racconto che bisogna parlare nel caso di Disclaimer. Che è banalmente una lezione incessante, inarrestabile, assuefacente, di messa in scena, di rigore, puntualità, meticolosità nell’utilizzo del linguaggio e di ogni suo strumento ed espediente, che risucchiare chi guarda nella vellutata orchestrazione di un’impalcatura filmica solidissima. È d’obbligo citare, a tal proposito, la paradossale e disorientante fotografia di Emmanuel Lubezki e Bruno Delbonnel con la sua lucente oscurità, le gelide musiche di Finneas O’Connell, l’utilizzo precisissimo, sulla falsa riga della controparte cartacea, di voce off e over (unici, spietati punti di appiglio in questo paesaggio di segni), e un montaggio chirurgico.
Da qui, Disclaimer immerge completamente lo spettatore nell’intreccio che sta vedendo spiegarsi di fronte ai propri occhi e nel disvelamento di personaggi a cui non si fanno sconti. Tiene alta l’attenzione e la curiosità per più di cinque ore. Eccita con alcuni dei segmenti più sensuali ed erotici degli ultimi tempi. Rende complici. Stupisce. Riesce a stimolare qualcosa anche quando lo scioglimento e gli esiti (fin dal libro) non sono poi così brillanti come ci si aspetterebbe o come promette il viaggio. E mostra soprattutto fino a dove, fino a quali limiti possiamo spingerci per seguire il nostro istinto, a fin di bene o meno. Quanto, insomma, può essere complessa la natura umana, schiacciata e insieme acuita - più nei difetti che nei pregi - dalla contemporaneità, dalle sue manifestazioni, dalle sue derive.
In altre parole, è chiaro fin dai primissimi episodi perché, con Disclaimer, ci troviamo di fronte non soltanto ad un esempio virtuoso, quando non virtuosistico, di racconto audiovisivo, ma anche e soprattutto ad un pezzo di serialità ai massimi livelli, nella sua migliore espressione. Pure se Cuarón ammette che “è un film lungo, perché non so come si dirige una serie”.
Elementi vitali di questa dettagliatissima e vertiginosa anatomia di un’epoca (fatta di sensazionalismo smodato e pensieri taciuti poiché temuti, di attrazione verso l’ignoto che esiste negli altri, al fine di ignorare o tacere quello in noi stessi) sono, neanche a dirlo, un cast di grandissimi interpreti e giovani promesse che danno corpo e voce nel modo più avvincente possibile alla sceneggiatura.
A partire da Cate Blanchett, che si muove lungo il solco di una complessità ambigua, forse malevola, forse no, già tracciato nel magnifico Tár di Todd Field. Parimenti perfetto è poi Kevin Kline, che trattiene, in un’espressività plastica e in un ghigno agghiacciante, il lento disfacimento, la perdizione dai riecheggi quasi dickensiani (autore molto caro al cineasta messicano dai tempi di Paradiso perduto) di un uomo accecato dalle proprie convinzioni e dall’astio. Se il suo è il personaggio più complesso e interessante della serie, la sua interpretazione è allora l’ingrediente segreto, e di per sé indovinatissimo, di un ensemble completato da un Sacha Baron Cohen che arricchisce il tutto con una nota tragicomica, una splendida Lesley Manville e i talentuosissimi Louis Partridge - conosciuto perlopiù per il suo ruolo in Enola Holmes - e Kodi Smit-McPhee - la rivelazione de ll potere del cane di Jane Campion. E di un inserto millimetrico nella filmografia di un Alfonso Cuarón che piega alle proprie esigenze le logiche e i meccanismi della complex television per chiudere, tra le altre cose, un cerchio ideale con (la gioventù smarrita di) Y tu mamá también.
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