
VENEZIA 81
THE ORDER di Justin Kurzel - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The order
REGIA: Justin Kurzel
SCENEGGIATURA: Zach Baylin
CON: Jude Law, Nicholas Hoult, Tye Sheridan, Jurnee Smollett, Marc Maron
GENERE: thriller
DURATA: 116 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8
RECENSIONE:
Justin Kurzel approda per la prima volta in concorso al festival di Venezia con un film di genere puro che, prendendo le mosse da un libro di inchiesta, racconta di quando la democrazia americana venne minacciata da un’organizzazione di estrema destra. Jude Law si dota di un fascino d’altri tempi, ma la vera sorpresa è un Nicholas Hoult che regala la sua miglior prova.
The Order. È questo il nome di un’organizzazione di suprematisti bianchi neonazisti - scissa dalla Aryan Nations di Richard Grant Butler - attiva nel nord-ovest degli Stati Uniti che, negli anni ‘80, arrivò a minacciare seriamente la democrazia americana e il governo federale, sulla base delle parole, delle idee e di un piano terroristico contenuto in un romanzo “per ragazzi” di un decennio prima.
Lucrose rapine in banca, assalti a blindati portavalori, contrabbando di banconote false, omicidi: nessuno inizialmente sembra intuire che dietro tutti questi atti criminali vi sia un legame, uno schema preciso per dar vita ad un’escalation di violenza che dovrebbe poi condurre ad attacchi dinamitardi nei luoghi del potere di Washington D.C., finanche all’assassinio del presidente. Il primo ad accorgersene è il solitario e disilluso agente Terry Ask, un cane sciolto dell’FBI, indelebilmente segnato dall’esito sanguinario di un’operazione anti-mafia. Recatosi nella cittadina rurale di Coeur d’Alene, in Idaho (dove “l’unico crimine è pescare trote senza licenza”), per cercare di “(ri)mettere a posto le cose” e ritrovare un proprio equilibrio, questi, aiutato dal giovane poliziotto locale Jamie Bowen, risalirà ben presto all’identità del capo di tutta questa operazione clandestina e sovversiva: il carismatico Bob Matthews.
Ha così inizio la caccia all’uomo attorno a cui si informa The Order, il film con cui l’australiano Justin Kurzel segna il suo debutto in concorso al festival di Venezia, adattando per lo schermo il libro-inchiesta The Silent Brotherhood, scritto dai giornalisti investigativi Kevin Flynn e Gary Gerhardt. Un’opera, quella, votata ad un’analisi approfondita di tutti movimenti antisemiti, ultra cattolici, fondamentalisti di estrema destra che, da anni, cercano di minare la democrazia americana. Tra i tanti, il riferimento più attuale che viene alla mente è senz’altro l'assalto del Campidoglio del gennaio 2021, organizzato da alcuni sostenitori e devoti dell’uscente Trump, per contestare il risultato delle elezioni presidenziali e forzare il rifiuto di Joe Biden come 46° presidente degli Stati Uniti.
È questo il presupposto attuale e attualizzante che innesca il procedural slow-burner con cui Kurzel torna - dopo il bel The Snowtown Murders e l’ultimo Nitram - ad analizzare la violenza, l’odio e il rancore avvinghiati, in questo caso, alla storia, alla cultura, agli ideali americano. Ad un paese il cui principio di autodeterminazione, libertà, possibilità può trasformarsi in facile terreno per efferatezze agghiaccianti.
Su sceneggiatura di uno Zach Baylin finalmente ispirato che sceglie di concentrarsi sull’intreccio thriller e poliziesco e su una caratterizzazione quanto più intensa, credibile, autentica dei personaggi (nello specifico, quella di Matthews), il cineasta dà vita ad un puro film di genere che non inventa, né stravolge nulla sicuramente, ma tiene egregiamente le redini del racconto in tutte le sue declinazioni e meccaniche: dalla detection alla tensione, dai segmenti più descrittivi e vagamente documentali (ma che preferiscono, ciononostante, sempre mostrare che dire), ad altri più prettamente action (che si avvalgono di un senso di minaccia che non cede mai il passo).
Protagonisti di questo period piece (che, seppur polito e lustrato in ogni suo lato, non dilaga nel feticismo nostalgico), e insieme ingredienti vitali ai fini della sua riuscita e presa narrativa ed emotiva, sono sicuramente l’atmosfera che Kurzel - assistito dal sodale direttore della fotografia Adam Arkapaw - estrae da un’America sperduta, profonda, selvaggia, ombelicale, lontana, estranea e, al contempo, vicinissima e minacciosa; ma soprattutto un cast che ne è parte integrante a mò di decor.
Parliamo quindi di un Jude Law (anche produttore) dal perfetto fisic du role, che evade lo stereotipo del poliziotto duro, tormentato, ossessionato, caricandosi di un segno, di un fascino d’altri tempi, e regalando così un’interpretazione esemplare e memorabile. La vera sorpresa è affidata però ad un Tye Sheridan che riesce a non farsi oscurare, anzi bilancia il carisma del divo, e, in particolar modo, a Nicholas Hoult, impegnato in un ruolo sfaccettato che gli offre finalmente l’opportunità di dimostrare fino a dove possono spingersi le sue doti di attore drammatico. L’abisso a cui lo conduce la parabola tragica e violenta del suo personaggio è lo stesso di un paese al crepuscolo della propria storia.
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