
BOB MARLEY AVREBBE MERITATO DI PIÙ DI ONE LOVE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Bob Marley - One Love
USCITA ITALIA: 22 febbraio 2024
USCITA USA: 14 febbraio 2024
REGIA: Reinaldo Marcus Green
SCENEGGIATURA: Zach Baylin, Frank E. Flowers, Terence Winter
CON: Kingsley Ben-Adir, Lashana Lynch, James Norton
GENERE: biografico, musicale, drammatico
DURATA: 104 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Un camaleontico Kingsley Ben-Adir interpreta Bob Marley nel nuovo biopic di Reinaldo Marcus Green dopo Una famiglia vincente - King Richard, il quale racconta tre anni significativi per la vita, la musica e il pensiero politico del leggendario cantautore giamaicano. Lo spartito, però, è lo stesso di sempre: quello dell'ennesima, blanda applicazione del modello che, da(l successo di) Bohemian Rhapsody in poi, non è cambiato nemmeno di una virgola. O di una nota. Superficiale e patinato al pari della fotografia di Robert Elswit, Bob Marley - One Love può allora smuovere qualcosa solo per della musica intramontabile o l'interpretazione comunque intensa di Lashana Lynch nel ruolo di Rita Marley.
“Don't worry about a thing 'Cause every little thing gonna be alright” cantava Bob Marley in Three Little Birds, uno dei suoi inni più celebri; una delle sue canzoni di gioia e speranza nella quale egli riassicura l’ascoltatore, gli dice di non preoccuparsi eccessivamente del proprio destino, perché ogni piccola cosa andrà al suo posto.
È questo uno dei brani scelti per comporre il mixtape di greatest hits da cui prende le mosse Bob Marley - One Love, il nuovo biopic (dopo il veicolo Oscar per Will Smith, meglio noto come Una famiglia vincente - King Richard) di Reinaldo Marcus Green, dedicato ed intitolato appunto all’iconico cantautore e attivista giamaicano. Tuttavia, di questa canzone, così come di tutta la produzione di Marley, la pellicola non prende soltanto le parole, il messaggio, la sua storia, bensì sembrerebbe adottare il passo, l’incedere della melodia o, come direbbero i (The) Wailers, il flow, il sound, il mood. Ecco, il mood: quella cadenza ipnotica, mantrica, ma soprattutto morbida, adagiata, confortante, è forse il modo migliore con cui definire l’approccio che Green e tutta la produzione - inclusi i misconosciuti sceneggiatori Zach Baylin, Frank E. Flowers e Terence Winter - imbracciano e impiegano nei confronti tanto di ciò che raccontano, quanto di come scelgono di portarlo su schermo.
Il cosa è il più significativo periodo della vita e della musica del King of Reggae Music: quello che va dal 1976 - anno in cui le crescenti tensioni in Giamaica erompono violentemente e il clima politico si fa esplosivo, un anno segnato da grandi tensioni politiche e da una guerra civile nell’aria, ma anche dall’attentato da cui Marley esce miracolosamente illeso - al 1978 dello storico One Love Peace Concert allo Stadio Nazionale di Kingston, durante il quale il cantante convince i due principali esponenti politici del paese, Michael Manley del Partito Nazionale del Popolo ed Edward Seaga del Partito Laburista Giamaicano, a stringersi la mano e così significare un tentativo di pace per l’isola davanti a più di 32.000 persone; transitando ovviamente per il 1977 dell’incisione dell’epocale album Exodus nel corso di una trasferta in un’Inghilterra messa a ferro e fuoco dal punk - una musica così agli antipodi, eppure mossa dalla stessa energia rivoluzionaria del reggae del nostro. Il come - accordandosi, come sopra, con la musica di Marley - è, al contrario, molto meno entusiasmante e travolgente di quel che ci si prospetterebbe e di quanto avessero effettivamente in testa Green & co.
Per fortuna, (quasi) nessun rimaneggiamento o riscrittura in chiave premi questa volta, ma sarebbe stato senz'altro meglio di un copione talmente poco brillante che, malgrado tenti invano di sparigliare le carte e una narrazione altrimenti lineare con qualche flashback e visione onirica, sembra essere il frutto di un algoritmo o comunque risponde all’ennesima blanda applicazione (leggasi Whitney) di un modello che, da(l successo di) Bohemian Rhapsody in poi, non è cambiato nemmeno di una virgola. O di una nota.

Lo spartito è insomma sempre lo stesso, fintamente profondo e sfaccettato, incurante di portare avanti una reale riflessione e analisi della figura artistica, dell’uomo dietro l’icona, anzi agiograficamente (quando non cristologicamente) appoggiato, affamato, officiante della quota mitica, leggendaria, divistica, dell’immagine che diventa segno, brand.
Superficiale e patinato al pari della fotografia di Robert Elswit, Bob Marley - One Love quantomeno arriva a comprendere il forte legame, l’inscindibilità della biografia del cantautore dalla storia del suo popolo e del suo paese, e, allo stesso tempo, l’importanza dell’attivismo politico, della filosofia di vita e della religione Rastafari, del concetto di “I and I”, letteralmente il One Love del titolo. Non fosse che tutto ciò è previsto e integrato nello sviluppo e nella ricostruzione delle vicende nella maniera più didascalica, scolastica e, va da sé, quasi soporifera. Ergo come una serie di didascalie utilitarie e una collezione di proverbi e citazioni che la pellicola contribuisce a rendere banali, negandogli quella semplicità, talora anche naif, che è tuttavia prerogativa della sua profondità effettiva. Tali aforismi rimangono nei pensieri e nella memoria di chi guarda giusto il tempo che li separa dell’ennesima canzone scelta e adoperata a farcitura, pressoché unica sostanza emotigena di un racconto di per sé anche strutturalmente irregolare, che dunque sembra tutto tranne il prodotto di spirito e passione che una personalità come Bob Marley avrebbe forse meritato.
Alla stregua di un prodotto figlio del reparto marketing, del tutto infedele alla visione di purezza e sincerità marleyiana; del risultato una catena di produzione che riassembla dei pezzi in serie secondo una cianografia già sbiadita da tempo, il film di Reinaldo Marcus Green è quindi costretto a riporre tutte le proprie speranze sull’interpretazione camaleontica (sempre sulla scia del Freddie Mercury di Rami Malek o, ancora prima, del Jim Morrison di Val Kilmer o del Kurt Cobain di Michael Pitt) di Kingsley Ben-Adir. Egli, forte di un vitale fisic du role, da messaggero posseduto diventa messaggio dell’operazione, salvo poi essere sabotato dalla stessa istanza narrante. Sì, come tanti altri tentativi biografici prima di lui, pure Bob Marley - One Love cade nella trappola dei materiali d’archivio a chiusura, a suggello celebrativo, sacrificando la propria versione del cantante sull’altare delle immagini e dell’immaginario - quelli veri, inconfondibili, insormontabili, spietati. In tal caso, di vivo e davvero autentico, rimane allora solo la Rita Marley di un’intensissima e splendida Lashana Lynch: l’accordo fortunosamente stonato di una composizione perlopiù priva di energia e anima.
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