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            29 Marzo 2026
            La recensione de Lo straniero, il nuovo film di François Ozon.
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            LO STRANIERO secondo Ozon, un omaggio a Camus e Bresson

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: L'Étranger
            USCITA ITA: 2 aprile 2026
            REGIA: François Ozon
            SCENEGGIATURA: François Ozon
            CON: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Swann Arlaud
            Denis Lavant
            GENERE: drammatico
            DURATA: 120 min

            VOTO: 8+

            RECENSIONE:

            Dopo che pure Luchino Visconti aveva fallito, l’imprendibile François Ozon adatta per il cinema Lo straniero di Albert Camus, dando vita ad un film che, al di là della fedeltà al testo, si fa dispositivo critico capace di illuminare ferite annose della storia francese mai del tutto rimarginate. Bressoniano nelle immagini e negli intenti, una rilettura che diventa migliore espressione di un cinema capace di confrontarsi con la propria tradizione senza esserne sopraffatto.

            Indipendentemente dal medium prescelto, adattare un’opera di Albert Camus non è mai stato un compito semplice. In pochi, nel corso degli anni, hanno avuto il coraggio di cimentarsi in tale impresa e quasi tutti ne sono usciti sconfitti. Perché con Camus non bisogna solo trasporre, ma confrontarsi con un universo filosofico che affonda nelle questioni dell’assurdo, della rivolta, della solitudine e della libertà. Temi che, nella loro essenzialità e radicalità, sfuggono facilmente alla resa cinematografica, proprio perché chiedono di essere descritti, più che agiti e rappresentati. Persino Luchino Visconti - che nel 1967 decise di portare sul grande schermo Lo straniero, affidando il ruolo del protagonista ad un già immenso Marcello Mastroianni - non riuscì ad andare oltre una rilettura fragile e convenzionale; ad uno dei titoli minori della sua (comunque) straordinaria e inconfutabile carriera. 

            Un’eredità ingombrante, pertanto – non solo per l’aura e la sorta di “maledizione” che sembra avvolgere Camus, ma ancor più per il confronto inevitabile con un gigante del calibro dell’autore di Rocco e i suoi fratelli e Il Gattopardo –, un peso che François Ozon deve aver percepito con forza, scegliendo proprio lo stesso romanzo come materia del ventiquattresimo inserto di una filmografia che lo ha rivelato e consacrato come una delle voci più voraci, imprendibili ed eclettiche del panorama contemporaneo (e non soltanto europeo!). Il francese è davvero in grado di fare tutto: dal dramma alla commedia, dal socio-realismo al giallo christieano, dal thriller erotico à la Hitchcock all’affresco storico. E, come ben sanno i suoi spettatori, non ha mai avuto timore (quantomeno) di lanciarsi in confronti e rifacimenti idealmente svantaggiati. Si pensi a Swimming Pool da Jacques Deray, a Frantz da Lubitsch o ancora all’omaggio e ribaltamento fassbinderiano nell’interessante Peter Von Kant. Sì, la sfida, questa volta, risiede proprio nell’opera letteraria che, diversamente da quelle da lui traspone fino ad oggi, è “un capolavoro che fa parte dell’identità artistica e culturale francese, che tutti hanno letto, e che ognuno ha già messo in scena nella propria mente”. 

            Tutti (si spera) conoscono infatti la storia di Meursault, un impiegato sulla trentina, francese d’origine ma residente nella Algeri sotto occupazione francese del 1938. Un ragazzo di indole tranquilla e modesta, che un giorno riceve la notizia della scomparsa della madre, da tempo alloggiata in un ospizio. Partecipa al funerale senza lasciar trapelare alcuna emozione e il giorno seguente intreccia una relazione fugace con Marie, riprendendo senza troppi problemi la sua abituale routine. Ben presto, però, la sua esistenza viene incrinata dall’incontro con il vicino, Raymond Sintès, che lo coinvolge nei suoi traffici ambigui, fino a quando, in una torrida giornata d’estate, sulla spiaggia, spara per ben cinque volte ad un giovane arabo con cui l’amico aveva avuto una lite. 

            “L’interesse per il progetto era più forte delle mie apprensioni - sostiene Ozon -, così mi ci sono buttato con una certa leggerezza”. Cosa che lo ha fatto ripensare alla propria storia personale: “mio nonno materno era giudice istruttore in Algeria e nel 1956 era sfuggito ad un attacco, evento che aveva accelerato il ritorno della mia famiglia nella Francia continentale”. Un ricordo, questo, che ha subito fatto scattare un’idea, portandolo a considerare la propria come frammento minimo, riflesso della storia di una nazione intera. E rendendosi altresì conto di “quanto le famiglie francesi abbiano un legame con l’Algeria, e di quanto pesi il silenzio che spesso grava ancora sulla nostra comunità”. 

            Eccolo, dunque, il grimaldello contemporaneo, la chiave che permette di riarrangiare Lo straniero non soltanto come esercizio di stile o di fedeltà letteraria – l’adattamento e la ricostruzione storica sono infatti estremamente rispettosi del testo originale e dell’epoca in cui si ambienta – ma come dispositivo critico capace di illuminare ferite annose mai del tutto rimarginate. Non a caso, il regista sceglie di far comparire prima il titolo in arabo e solo dopo in francese: un gesto simbolico che ribalta la prospettiva e invita a riconsiderare il protagonista oltre che come enigma esistenziale e universale, come straniero in una terra colonizzata, dove la vera discriminazione non appartiene a lui, né al suo atto di violenza, bensì alla società chiamata a giudicarlo. Una società razzista e cieca, che rivela nelle pieghe del processo la sua reale colpa collettiva. 

            In altre parole, Meursault è qui inteso un uomo che dice sempre le cose come stanno e che forse riconosce e comprende - meglio di molti - l’assurdità di vivere in un mondo tanto insensibile, verso cui prova nondimeno un senso di fraternità. Per dare vita a questa complessità e contraddizione, Ozon ha trovato in Benjamin Voisin – da lui scoperto in Estate ‘85 e letteralmente “inventato” come promessa del nuovo cinema francese – il corpo e il volto perfetti, in grado di incarnare le ambiguità, l’inquietudine e la lucidità morale di uno straniero che è tale non perché indecifrabile agli occhi dello spettatore, ma perché “altro” rispetto ad un ambiente che i francesi hanno colonizzato e piegato a proprio piacimento, a spese della popolazione locale. 

            È qui che il film trova la sua forza: nel far emergere, attraverso una fedeltà testuale, la radicalità politica e morale nascosta nel cuore stesso dell’opera di Camus. Una dote che, in vita, non venne mai riconosciuta all’autore. Se oggi, infatti, è assurto a simbolo dell’umanesimo moderno francese – apprezzato tanto a sinistra quanto a destra – all’epoca fu invece aspramente criticato dalla maggioranza dei politici e degli intellettuali suoi connazionali. Egli stesso dichiarò di temere una futura “appropriazione ideologica” della propria figura, soprattutto da parte della destra gollista e, più tardi, di quella incarnata da Sarkozy.

            Detto ciò, il tentativo di Ozon si distingue per la sua perspicacia. Pur mantenendo un adattamento sostanzialmente fedele al testo di Camus, il regista si concede un’unica vera libertà: dare voce e spazio a chi, nella versione originaria, non ne aveva mai avuta. È allora nel ruolo della sorella dell’assassinato che concentra lo scarto decisivo, trasformandola in figura capace di spezzare il silenzio, e riportando l’attenzione sulla prospettiva degli esclusi, di coloro che la storia ha relegato ai margini. È proprio lì che si nasconde il senso precipuo dell’operazione: restituire parola e dignità a chi era stato condannato a restare invisibile.

            Non solo, il cineasta instaura un vero e proprio dialogo cinematografico con lo scritto originale, riconoscendo in Camus un ideale equivalente a quello che, nella settima arte, è stato Robert Bresson. L’eco del maestro francese si percepisce chiaramente nella costruzione stilistica, estetica e fotografica della pellicola. E quindi: la sobrietà dei piani, il rigore della composizione, il controllo meticoloso della messa in scena e l’uso dei gesti minimi come veicolo di significato creano un linguaggio visivo essenziale, capace di trasmettere tensione morale e introspezione senza ricorrere ad artifici spettacolari di alcun tipo. In questo modo, Ozon (come già Schrader) non solo gli rende omaggio, ma ne reimpiega la lezione come strumento ulteriore di un noir in piena regola, che traduce in immagini e iconografia la densità filosofica e l’assolutezza morale del testo camusiano, fondendo la precisione formale con la profondità etica del romanzo. 

            Lo straniero si configura così come espressione del miglior cinema nazionale, inteso non come mera riproposizione di modelli consolidati, ma come un sistema capace di confrontarsi con la propria tradizione senza esserne sopraffatto. Ozon instaura un rapporto vivo con il patrimonio culturale francese, rielaborandolo e reinterpretandolo attraverso la propria cifra autoriale. Per dirla con Peter Von Kant, uccide e rianima ciò che ama, non limitandosi a imitare o celebrare i propri idoli, ma adottandoli quale punto di partenza per creare qualcosa di nuovo, capace di parlare al presente senza tradire il passato.

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