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            27 Dicembre 2025
            La recensione di Buen Camino, il grande ritorno al cinema di Checco Zalone per la regia di Gennaro Nunziante sul Cammino di Santiago.
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            BUEN CAMINO, il (non proprio) grande ritorno di Checco Zalone

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Buen Camino
            USCITA ITALIA: 25 dicembre 2025
            REGIA: Gennaro Nunzante
            SCENEGGIATURA: Gennaro Nunziante, Checco Zalone
            CON: Checco Zalone, Letizia Arnò, Beatriz Arjona, Martina Colombari
            GENERE: commedia
            DURATA: 90 min

            VOTO: 5-

            RECENSIONE:

            Con Buen camino, Checco Zalone ritrova Gennaro Nunziante e riafferma il proprio statuto di fenomeno industriale e culturale. Tuttavia, dietro il ritorno alle origini e la cornice del road movie, il film sembra suggellare la definitiva integrazione della maschera in un orizzonte rassicurante, dove la critica sociale si fa convenzione, il politicamente scorretto perde peso specifico e il rischio creativo viene sistematicamente neutralizzato.

            E cammina, cammina… Checco Zalone – pseudonimo, alter ego e maschera comica nati dalla mente e incarnati dal corpo di Luca Medici – ha rinnovato il sodalizio con Gennaro Nunziante, il regista “taumaturgo” che ne ha diretto e co-firmato le prime quattro sortite cinematografiche: da Cado dalle nubi a Che bella giornata, da Sole a catinelle al più riuscito Quo vado?. Commedie capaci di sbancare puntualmente i botteghini del Bel Paese, fino a conquistare un posto nella classifica dei dieci maggiori incassi italiani di sempre, accanto a colossi hollywoodiani – e, ironicamente, cameroniani – quali Avatar e Titanic.

            Un sodalizio bruscamente e notoriamente interrottosi sul fare del quinto, Tolo Tolo, un’operazione ambiziosa tanto nel soggetto, negli intenti e negli esiti, quanto soprattutto nell’ubiquità e in un ossessivo ipercontrollo creativo, tecnico e produttivo da parte dello stesso Medici, lì nel suo debutto dietro la macchina da presa. Un’operazione che non si può certo definire insoddisfacente (lo prova il generale apprezzamento critico, oltre che un mostruoso incasso vicino ai 47 milioni di euro in un’Italia alle porte della pandemia), ma che nondimeno, se messa in prospettiva e a paragone con le aspirazioni, un budget parimenti generoso (sopra i 20 milioni), e un risultato commerciale che (pur importante) è decisamente e nettamente inferiore a quelli dei due film precedenti; ha forse portato il comico e showman barese a interrogarsi sulla via da prendere e sul sentiero di fronte a sé.

            Potrebbe non essere del tutto accidentale, quindi, il lungo allontanamento (di sei anni circa) dal cinema, alla volta di un ritorno alla musica (suo territorio d’origine), al teatro – con lo spettacolo Amore+IVA – e alla televisione (tra un’ospitata al Festival di Sanremo e le riproposizioni televisive della stessa tournée). Né tantomeno potrebbe esserlo la (oculata?) scelta di riunirsi all’impareggiabile perito e collaudato costruttore di fenomeni comici per il grande schermo (il quale, nel frattempo, ha tenuto a battesimo filmico Pio e Amedeo e Angelo Duro) proprio in occasione della sua sospiratissima rentrée.

            La recensione di Buen Camino, il grande ritorno al cinema di Checco Zalone per la regia di Gennaro Nunziante sul Cammino di Santiago.

            E cioè Buen Camino, la sesta avventura da protagonista per Zalone, che con quel Nunziante firma nuovamente il soggetto, la sceneggiatura, finanche il montaggio. Un racconto che, nonostante accolga la sua deriva più recente e la vena girovaga e cosmopolita, si configura chiaramente come un ritorno alle origini, alla matrice e alla materia essenziale di una presenza e di una creatura ormai gigantesca, ingombrante, incrollabile e, talora, incontrollabile: bigger than life, come si suol dire, eppure anche più grande dei suoi stessi artefici, qui chiamati a ritrovare una direzione, un cammino verso una gloria avvertita come passata.

            Ed ecco perché, in fondo (e al di là delle finalità narrative), l'intuizione di ambientare questo ritorno cinematografico della maschera lungo gli spazi, gli scenari e l’itinerario del Cammino di Santiago di Compostela appare pienamente funzionale, assumendo al contempo una forte valenza simbolica e metatestuale, nel senso di rimettersi in marcia su territori già battuti, per misurarne l’usura e verificarne, ancora una volta, la tenuta presso il pubblico.

            Logicamente, vengono riscritti e ridefiniti i connotati del personaggio, qui reimmaginato come uno dei tanti “nuovi paperoni italiani”: eccentrico ed egoriferito figlio di papà (Cavaliere!), innamorato delle Ferrari un po’ meno di quanto lo sia di sé stesso e della propria immagine. Erede di una grande azienda di divani, ricco quanto improduttivo, nullafacente e inetto, cafone e ignorante, nonché – come da tradizione – bullo, maschilista e omofobo. Una figura, insomma, programmaticamente ripugnante, che può essere letta come una sintesi neppure troppo dissimulata tra un Pier Silvio Berlusconi e un Gianluca Vacchi, con tanto di balletti latineggianti in compagnia della servitù, iper-esposizione social e relazioni con modelle sudamericane molto più giovani. Una sorta di rimasticazione Gen-X del mostruoso Ruggero De Ceglie (interpretato da Francesco Mandelli nelle varie iterazioni de I soliti idioti) costretto, pochi giorni prima del suo cinquantesimo compleanno, ad intraprendere il Cammino per ritrovare - in tutti i sensi possibili - sua figlia Cristal (come lo champagne), con la quale ha un rapporto che definire litigioso, discutibile, latitante è dir poco.

            Da cui tutte le situazioni, le circostanze, i fraintendimenti, le discussioni e i chiarimenti del caso, con l’immancabile cambiamento, trasformazione, resa dei conti (con sé stesso, con la vita e le priorità che aveva dimenticato) del terzo atto, connaturate sia alle parabole di e con Medici, sia al filone dei road movie. Tradizione estetica e metaforica, quest'ultima, cui Buen Camino aderisce in modo insieme svogliato e sintomatico, rivelandosi in tutta la sua proverbialità, banalità e deriva apertamente buonista, familista, clericale, quale tassello filmografico che compie e suggella la progressiva, sistematica normalizzazione della maschera e del tratto zaloniano.

            La recensione di Buen Camino, il grande ritorno al cinema di Checco Zalone per la regia di Gennaro Nunziante sul Cammino di Santiago.

            Il primo e il secondo tempo risultano allora emblematici dello strappo consumatosi tra l’originario, puntuto, acido – per certi versi persino “terroristico” – tentativo di critica sociale e di riflessione su vizi e costumi dell’italiano medio (o addirittura sotto la media), e un presente dominato dal comfort, dalla sensazione ormai prevalente di trovarsi di fronte ad un puro congegno da box office. Ad un’imitazione scialbissima del Cetto di Giulio Manfredonia o ad una versione esterofila dell’idea di commedia di Riccardo Milani. Ad un dispositivo, altresì, sui cui esiti (già ampiamente conclamati e da record) e sui relativi, seppur circostanziati, benefici per l’esercizio, la pratica e la fruizione cinematografica non si discute; ma che lascerebbe un’impressione senz’altro migliore se raggiunto per vie meno automatiche e ruffiane.

            Vale a dire: attraverso un maggiore investimento creativo da parte di ogni singolo comparto, qui spesso impiegati al minimo sindacale, quando non apertamente assoggettati a evidenti inclinazioni pubblicitarie, da videoclip, o addirittura virali, in una sequela di scenette autarchiche pensate fin dall’origine per essere scorporate e riconfezionate su misura social. Attraverso una scorrettezza autentica e certosina, che non abbia bisogno di soluzioni o battute facili – come quelle su Gaza o l’Olocausto – prive di reale responsabilità e di qualunque peso specifico; né di nascondersi o, peggio, di giustificarsi dietro la comoda crociata contro un “politicamente corretto” inesistente.

            Una scorrettezza capace, insomma, di accettare l’eventualità di scontentare qualcuno, rinunciando a posture cerchiobottiste e assumendosi fino in fondo le conseguenze delle proprie scelte e piccole rivoluzioni. Che contempli e restituisca davvero l’idea di un cambiamento, dentro e fuori la finzione, senza accontentarsi delle scorciatoie offerte da una piena integrazione all’interno di un orizzonte industriale e culturale che, a tutti gli effetti, ne ha già neutralizzato le asperità più pruriginose, trasformando l’eccesso in cifra riconoscibile, calcolata, e l’irriverenza in semplice marchio di fabbrica.

            È forse in questa assenza di reale rischio, più che in qualsiasi altro elemento, che Buen Camino finisce per tradire e deludere anche la più minima ed esigua delle promesse. Quella di un cammino che, sì, procede, ma per inerzia e derivazione, privo ormai della volontà, del coraggio – forse persino dell’umanità – di perdersi. E di trasformarsi, pur restando fedeli a sé stessi.

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