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            1 Febbraio 2024
            I soliti idioti 3 - Il ritorno Recensione Cinemando
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            I SOLITI IDIOTI (3) SONO ORMAI PIÙ INNOCUI DEI ME CONTRO TE

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: I soliti idioti 3 - Il ritorno
            USCITA ITALIA: 25 gennaio 2024
            REGIA: Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli, Ferruccio Martini
            SCENEGGIATURA: Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli
            CON: Francesco Mandelli, Fabrizio Biggio, Sabrina Ferilli, Anna Pepe, Gabriele Corsi
            GENERE: commedia
            DURATA: 97 min

            VOTO: 2

            RECENSIONE:

            Dopo il flop de La solita commedia e un lungo divorzio artistico, Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli tornano sul grande schermo ad interpretare le proprie immarcescibili maschere mostruose e demenziali, divenute nel bene e nel male materiale iconico. A differenza di quel che sarà I soliti idioti 3 - Il ritorno, un mero riciclo delle stesse formule, dei medesimi schemi, degli stessi tormentoni prevedibilissimi, dove il duo comico dà prova di non volere assolutamente mettersi in pari con l'Italia che vorrebbero rappresentare. Solo l’ultimo, inglorioso esponente di un cinema pretestuoso, innocuo, vecchissimo, fuori dal suo e dal nostro tempo e fuori tempo massimo.

            Cambia tutto per non cambiare affatto, si dice. E se l’Italia è afflitta dall'immobilismo e non cambiano gli italiani, non cambiano neppure I soliti idioti. A cambiare visibilmente è soltanto il trucco, il proverbiale mascherone (alla Greg Nicotero), applicato a Francesco Mandelli ne I soliti idioti 3 - Il ritorno, nei panni di Ruggero “dai cazzo” De Ceglie, la più riconoscibile e (letteralmente) immarcescibile delle maschere - insieme forse al seviziato figlio-burattino Gianluca, interpretata da Fabrizio Biggio - inventate sulla falsariga del fenomeno d’oltremanica Little Britain e sulla scia di un berlusconismo imperante, che tra il 2009 e il 2012 hanno preso d’assalto MTV e lo stanco panorama nazionale, incarnazione di un’idea di comicità non certo innovativa, ma bastantemente demenziale e scorretta da attecchire e diventare segno.

            Quella stessa idea che i due comici - riunitisi con la benedizione di Fiorello dopo il cocente flop del(l’effetto) collaterale (meglio conosciuto come) La solita commedia e un lungo divorzio artistico - tentano di riapplicare non tanto all’odierno cinema italiano, che purtroppo è rimasto perlopiù invariato da quel 2015, bensì all’Italia di oggi, al suo tessuto socio-culturale. Ciò significa doversi confrontare obbligatoriamente con la transustanziazione digitale e social degli stessi, identici problemi. Cosa che, dal canto loro, Biggio e Mandelli, pur mettendola in conto, di fatto non sviluppano, limitandosi giusto ad assoldare fra le loro fila un paio (di cameo) di influencer e webstar quali Gabriele Vagnato, Emma Galeotti e Anna Pepe.

            Ed è proprio in questa (schiacciante!) approssimazione (in pellicole, fin da allora, fieramente approssimative) che sorge il primo, insormontabile ostacolo di questo ritorno di Biggio e Mandelli. Che ormai non sono e non riescono ad essere feroci, dissacranti e puntuti come ai tempi della serie o dei due dimenticabili tentativi cinematografici. E che risultano incapaci, né hanno voglia di essere attuali, di commentare con i propri mostruosi personaggi l’Italia presente. In tal senso, I soliti idioti 3 è solo l’ultimo, inglorioso esponente di un cinema pretestuoso, innocuo, vecchissimo, fuori dal suo e dal nostro tempo e fuori tempo massimo. Uno che avanza ingenue pretese di critica e satira sociale, senza però conoscere realmente ciò che deride e verso cui si scaglia. Esponente, inoltre, di una concezione del discorso filmico e tematico alla stregua della compilazione, come una lista di hot- e trend-topics da crocettare.

            I soliti idioti 3 - Il ritorno Recensione Cinemando

            Non bastasse, ad una simile pigrizia generale e cecità di sguardo e “presssenza” si somma il fatto che, appunto, Biggio e Mandelli non hanno e, probabilmente, mai avranno intenzione di trasformarsi, di cambiare appunto. Più che Il ritorno, questo terzo capitolo è allora un pidocchioso greatest hits, una capsula del tempo, un ready-made scongelato per l’occasione, un mero riciclo delle stesse formule, dei medesimi schemi, degli stessi tormentoni prevedibilissimi, della medesima struttura frammentaria, episodica, dai tempi televisivi, tradotta senza alcuna variazione dal piccolo al grande schermo. E, questa volta, con una trama ridotta davvero ai minimi termini!

            Abbiamo quindi il già citato Ruggero De Ceglie risvegliatosi da un coma lungo quanto la rottura del duo, in palese crisi senile, che à la Matrix si confronta con la modernità e le nuove tecnologie, alleandosi e innamorandosi di un’assistente vocale (di nome Patrixia e con la voce di Sabrina Ferilli) che lo tratta analogamente a come lui ha sempre fatto col figlio, nel tentativo di impedire a quest’ultimo di metterlo in una struttura per anziani. Ci sono i due truzzi alle prese con una gravidanza indesiderata, commentata a suon di “minchia”, “bro”, “figa”, “ibra” e Guè santone a favorire. Tornano gli xenofobi, classisti, normalissimi Marialuce e Giampietro alla strenua ricerca di un figlio che gli permetta di essere invitati alle feste che contano. Ritroviamo inoltre gli immancabili Gisella e Sebastiano, sempre incastrati nel dedalo masochistico e spietato della burocrazia, e, seppur convenientemente ridotti, la coppia di omosessuali, forse fluidificatisi, ed eterni indecisi Fabio & Fabio.

            Tutti loro, chi più, chi meno, spettatori osservati e rispecchiati nei programmi spazzatura che popolano ancora le frequenze televisive, ma il cui peso specifico è oggi vertiginosamente ridimensionato rispetto a dieci anni fa. Tutti loro, vecchie maschere incancrenite che - per quanto dicano della capacità iconica dei loro autori e interpreti - entrano in scena senza più quel piglio, quel mordente, quella proprietà volgarmente provocatoria e urticante per la quale, nel bene e nel male, sono passati alle cronache. Casomai, essi appaiono inadeguati, fiacchi, sciatti e trasandati, proprio come Biggio e Mandelli: oltre il parossismo e il lassismo, a disagio nei panni e nei tratti che loro stessi hanno disegnato.

            È più che altro loro (qui anche registi e sceneggiatori) la responsabilità di un’opera deprimente, incartapecorita, grossolana, paccottiglia a partire dai mezzi produttivi a disposizione, che pare ormai la caricatura scorretta del sé passato (o, al limite, la parodia scorretta dei Me contro Te), ma che ciononostante riesce a rendere - involontariamente, sia beninteso - il senso di precarietà e la catastrofe grottesca del contemporaneo. Più e meglio di una banana o di una "peffomance".


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