
LA VITA VA COSÌ, il cinema popolare no
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: La vita va così
USCITA ITALIA: 23 ottobre 2025
REGIA: Riccardo Milani
SCENEGGIATURA: Riccardo Milani, Michele Astori
CON: Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio, Ignazio Giuseppe Loi, Geppi Cucciari
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 120 min
In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025
VOTO: 5
RECENSIONE:
Vuole essere una storia di resistenza, ma diventa un esercizio di prudenza. Vuole parlare di libertà, ma resta intrappolato nelle sue convenzioni. Vuole celebrare la vita, ma finisce per irrigidirsi nella forma. La vita va così di Riccardo Milani è il ritratto di un cinema che, nel tentativo di raccontare la forza delle radici, finisce per restare impantanato nella propria immobilità.
“Questa è casa mia e non vado da nessuna parte”, dice Efisio Mulas, anziano pastore sardo, quando il figlio gli chiede se non vuole “fare come la mamma” e trasferirsi in città, invece di continuare ad abitare - con la sola compagnia di un cane inseparabile e di una mandria di mucche - in quello che i locali chiamano furriadroxu. Cioè nel vecchio casolare in cui è nato (lui e suo padre, e il padre di suo padre, ecc…), sperduto in mezzo alla natura più incontaminata, lontano dal (già di suo rurale e desolato) centro di Bellesamanna - la “grande bellezza” della regione del Sulcis - ma a qualche passo di distanza da una delle più meravigliose spiagge al mondo, dove da una vita, quotidianamente, il nostro porta a pascolare il suo bestiame.
Un luogo magico, bello, “perché di tutti”: pensiero che non va molto a genio ad un grosso e potente gruppo immobiliare di Milano che, proprio nella zona in cui sorge la casa di Efisio, vorrebbe costruire un resort di lusso che porterebbe migliaia di turisti e garantirebbe (o almeno, così si promette) lavoro e ricchezza a tutti gli abitanti del posto. C’è solo un problema: il sardo - custode silenzioso di un tempo che sembra non esistere più - non ha appunto alcuna intenzione di concedergli il pezzo di terra mancante per far partire cantiere e lavori una volta per tutte.
Questa sua ferma, inamovibile presa di posizione innesca una lunga trattativa, tra offerte milionarie e allettanti soluzioni di ricollocamento che puntualmente vengono rigettate dal pastore, spesso anche in maniera colorita. Dai negoziati si passerà ben presto ad una vera e propria guerra legale, amplificata da pressioni, tensioni e malumori sia all’interno della comunità di Bellesamanna, che della stessa famiglia Mulas.
Tra chi sogna nuove opportunità di lavoro e chi teme di perdere per sempre la propria identità, l’incrollabile “no” di Efisio, atavico, incrollabile e alfine lucidissimo, si carica di un significato collettivo. Forte del valore delle sue scelte e della memoria di chi è venuto prima di lui, egli sa infatti che a volte, proprio perché “la vita va così”, bisogna fermarsi e decidere da soli dove andare.

Prendendo spunto da un fatto (quello di Ovidio Marras) realmente accaduto e tuttora nel vivo di contestazioni e dispute legali, Riccardo Milani con La vita va così percorre una strada tematica e narrativa, per certi versi, già battuta da altri colleghi - fra cui Marco Amenta (in Anna) e Luca Barbareschi (in Paradiso in vendita) -, ma lo fa col passo dell’ultima inclinazione, qualcuno direbbe vocazione del suo cinema, interessato ad una specie di riscoperta, valorizzazione e divulgazione, tra il realistico e il fiabesco, di territori e realtà trascurate dalla produzione nazionale più mainstream. Senza, per questo, rinnegare la sua commedia dall’occhio critico, talora grottesco, ma alfine comprensivo nei riguardi di un paese, un popolo, una società ingessati, immutati, incorreggibili.
Più che il mondo, l’Italia è paese, ed è anche e soprattutto i paesi su cui Milani posa lo sguardo della propria macchina da presa, raccontandone, catturandone ritmo e movimento, e coinvolgendo anche la verità delle persone che lì vi abitano e conducono la loro vita.
È allora il rilancio e la continuazione dell’idea, dell’impianto e del tratto di Un mondo a parte, ergo di un mondo esterno, metropolitano, della grande città che si interfaccia e si inserisce in questo habitat ad esso estraneo che osserva con pregiudizio, compatimento, leggerezza, fare di superiorità e un interesse praticamente esotico. L’unica differenza è che laddove, nel film precedente, questo mondo rispondeva ai modi goffi, impacciati, disadattati del maestro di scuola interpretato da Antonio Albanese, qui ha lo spietato rumore degli escavatori, comandati (nel senso più musicale del termine) dal mediano, rappresentante, quasi lacchè dell’azienda lombarda.
Non solo, diversamente da Un mondo a parte, ne La vita va così il ruolo del protagonista è affidato ad un membro di questa compagine autenticamente locale, attore non più “dalla strada” come un tempo, bensì “dal loco”. Il suo nome è Giuseppe Ignazio Loi e, oltre ad essere un vero pastore di quel lembo di terra (ahinoi) sempre meno incontaminato, è la miglior cosa potesse capitare alla pellicola: la certificazione incarnata dello spirito e del potenziale effettivo di questo percorso intrapreso dal cineasta capitolino.
Suo malgrado, è al contempo anche un limite importante, in quanto non riesce in alcun modo a rendere anche solo un briciolo del travaglio interiore e dell’evoluzione del suo personaggio, dalla quale dipende forse la più interessante intuizione e il maggior azzardo de La vita va così. Ossia trasformare un’idea di passato, di solitudine malinconica, di saldezza alle proprie origini in una impensata di perspicacia e saggezza verso il presente e il futuro, verso ciò che è e ciò che sarà (tanto per i cittadini di Bellesamanna, quanto per tutti noi). Fare altresì di una figura radicata, arcaicizzata, tradizionalista e potenzialmente conservatrice, un simbolo di libertà. La testimonianza di una diversa via di progressismo che si ribella e resiste ad un’altra conservazione: quella di tutti quei caratteri, quelle maschere, quegli atteggiamenti e quelle derive che, come ci ricorda il film, Alberto Sordi già metteva in scena negli anni ’70.
Purtroppo però l’inesperienza attoriale di Loi - complice una scrittura spesso indecisa sulla posizione da prendere (o quantomeno sulla postura da assumere), accomodata su un cerchiobottismo e semplicismo un po’ irresponsabili - non serve a portare a compimento il gesto e concretizzare davvero tale intuizione.
Una delle tante, come innumerevoli sono i temi e i contrasti messi in campo e mai del tutto risolti dalla sceneggiatura firmata dallo stesso Milani insieme al fido Michele Astori, tra riflessi di medesimi, eppure contrastanti rapporti padre-figlia, disfunzionalità familiari, povertà, disoccupazione, emarginazione ed emigrazione, scorrere del tempo (di un secolo e di un millennio) e invariabilità dell’uomo. Copione che comunque sembra concentrare l’interezza dei propri sforzi sui modi in cui rendere cinema una realtà già di per sé oltre la finzione e le maglie della commedia, lasciando al cast di professionisti il compito di sistemare tutto il resto con mestiere, convenzione e l’essenza più proverbiale della propria cifra divistica.
Riservano invero ben poche sorprese le prove di una Virginia Raffaele che, dopo l’abruzzese, si cimenta col sardo con esiti mai davvero credibili, un Aldo Baglio che recita e si cita come se, da un momento all’altro, dovessero comparire in scena anche Giovanni e Giacomo, un Diego Abatantuono meccanico e ingabbiato in un ruolo molto poco scritto, e una Geppi Cucciari che sarebbe forse risultata più efficace nel ruolo affidato alla succitata Raffaele.

Nondimeno, è forse il male minore de La vita va così, che al contrario vede il suo maggior limite in quella che uno dei suoi protagonisti chiamerebbe “energia statica”.
Più che di energia, però, è meglio parlare direttamente di stasi e immobilismo. Quei valori che (non) hanno salvato Efisio (e il suo sogno), e che quasi introiettati e desunti dalla regia e dalla messa in scena di un Milani - coadiuvato dal sodale direttore della fotografia Saverio Guarna - raffreddano, intorpidiscono e alfine svuotano il film di qualunque tensione emotiva o forza affabulatoria.
È come se l’intero racconto restasse privo di slancio, ancorato sempre allo stesso punto (e, di fatto, alle stesse quattro, cinque location, riprese sempre nello stesso modo, dagli stessi punti), nel timore di concedersi all’imprevisto, alla dissonanza, al rischio di una vera vibrazione (pure concessa e suggerita in un segmento tremendamente, grottescamente, finanche oniricamente degno di nota).
Una pellicola, insomma, dal procedere schematico e controllato, vittima tra le altre cose di una scrittura troppo scoperta, di una durata generosa (per usare un eufemismo) e di una colonna sonora a base di un’armonica invadente e pomposamente soffocante, dai chiari echi morriconiani: prova udibile dell’occasione mancata di fare di questa storia un western di integrità umana, ancor prima che morale, di parole come proiettili e trattative come sparatorie. Una della quale, durante la visione, si avverte con chiarezza tutto il peso di lavorazione, preparazione, organizzazione tecnica, artistica e commerciale. Cosa che, va da sé, infrange la finzione, lasciando emergere la fatica e la presenza del set e della macchina produttiva.
Del resto, si percepisce anche il piegarsi di questo cinema a logiche di equilibrio e rappresentanza. Anzi, talvolta appare più attento a soddisfare i voleri e gli interessi di commissioni regionali per il turismo e la protezione di beni culturali e ambientali, che non quelli del racconto e dei suoi personaggi. Palese e inevitabile è infine il confronto — con conseguente ansia da prestazione — con l’incredibile risultato al botteghino proprio di Un mondo a parte, probabile causa del grande e irrimediabile passo falso de La vita va così, che nell’ultima mezz’ora arriva addirittura a spiegare letteralmente i sensi e i significati della sua storia, come se temesse che lo spettatore non potesse coglierli da sé, semplificando fino all’involgarimento.
Nel senso di volgo, appunto: quello nei cui confronti l’opera finisce paradossalmente per negare la fiducia, rivolgendogli a sua volta uno sguardo di condiscendenza che, nei momenti peggiori, si fa quasi didascalico e pedante.
La vita andrà pure così, ma il cinema popolare no.
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