
UN MONDO A PARTE È UNO SBIADITO SPOT TURISTICO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Un mondo a parte
USCITA ITALIA: 28 marzo 2024
REGIA: Riccardo Milani
SCENEGGIATURA: Riccardo Milani, Michele Astori
CON: Antonio Albanese, Virginia Raffaele, Sergio Saltarelli
GENERE: commedia
DURATA: 113 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
C'è ancora domani per Paola Cortellesi, sostituita con Virginia Raffaele al fianco di Antonio Albanese nell'ultimo film della premiata ditta Riccardo Milani, Un mondo a parte. Per il quale c'è invece soltanto l'ambizione di aprire la propria commedia popolare a quante più tematiche e questioni possibili - come già in Grazie ragazzi - salvo perdere il baricentro del proprio racconto e quel già fioco barlume di compiutezza discorsiva. Una pellicola caotica e sconclusionata che racconta - a tratti, riuscendoci - un mondo destinato profeticamente a rimanere a parte.
Prima delle commedie di costume e dei costumi, o dei grandi successi al botteghino, quello di Riccardo Milani è stato anche un cinema di scuola, di maestri nel bel mezzo di crisi esistenziali, disillusi di cambiare qualcosa, di fare la differenza, di contare qualcosa in e per un sistema che, anno dopo anno, li ha fatti sprofondare sempre più nel precariato. Rendendoli, come si dice in Un mondo a parte, “la nuova classe operaia” italiana.
C’è allora un sottile fil rouge che lega Auguri professore del 1997, critosequel (come si direbbe oggi) de La scuola di Luchetti, e gli ultimi due lungometraggi del regista romano: Grazie ragazzi e, appunto, il qui oggetto Un mondo a parte. Entrambi vedono infatti per protagonista Antonio Albanese nei panni di una figura didattica, esemplare, con ideali e principi (per quanto leggermente naif), che sogna un mondo migliore, ma che puntualmente si ritrova invece schiacciato da uno stato che ne pregiudica le ambizioni e, va da sé, la sanità mentale. Personaggi, dunque, a rischio alienazione, che si sacrificano per quello in cui credono, ma che nel perseguire questa linea finiscono per compiere un atto di rottura, ribellandosi, cercando di raggirare e colpire il cuore del problema secondo il classico proverbio del “fine giustifica i mezzi”.
In Grazie ragazzi, dove il nostro prestava il volto ad un attore che cercava di donare un minimo di libertà ad un gruppo di galeotti attraverso uno spettacolo teatrale, il gesto era molto più plateale, teatrale per l’appunto. Tutto il contrario di Un mondo a parte, il quale adotta una traiettoria abituale, tipica della commedia italiana: quella del pesce fuor d’acqua (recentemente portata ai massimi esiti da Luca Miniero e Claudio Bisio con Benvenuti al Sud, per non parlare di Come un gatto in tangenziale dello stesso Milani); per insinuarsi e descrivere veracemente un microcosmo rappresentativo di una sorta di sperduta, tacita eccezione, o, meglio, di un modello di integrazione, solidarietà, resilienza e gentilezza da cui prendere ispirazione. Alla stregua di un Benvenuti in Val di Sangro (nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo) o, più precisamente, nella fittizia cittadina di Rupe, che però - una volta esauriti i convenevoli e superate meccanicamente le evidenti differenze tra locali e il maestro Michele Cortese (di cognome e di fatto, originario di Lodi ma infiacchito veterano della giungla romana) - diventa tutt’altro.
E qui torniamo a Grazie ragazzi, all'idea di Milani (come sempre assistito da Michele Astori in sceneggiatura) di rivolgere la sua commedia fieramente popolare verso un impegno tematico, intenti di critica e denuncia più vicini alle sensibilità del cinema d’oltralpe - nella fattispecie, tirando in ballo la difficile questione delle carceri -, ma anche, purtroppo, alla sua indisponibilità dei minimi requisiti ai fini di una trattazione più seria e drammatica. Lo stesso avviene infatti in quest’ultimo tentativo, che accumula, privo di alcuna misura ed equilibrio, tesi su tesi, argomenti su argomenti, riflessioni su riflessioni, siparietti pleonastici e gag poco efficaci, fino a perdere il baricentro del proprio racconto e quel già fioco barlume di compiutezza discorsiva.

Scuola, spopolamento dei territori rurali, progresso e arretratezza, omofobia e xenofobia, ritorno all’agricoltura, ambientalismo, sostenibilità, guerra, immigrazione, disabilità… E la lista continua, ma per i fatti suoi, mentre scrittura e regia perdono il passo e la concentrazione necessari a rendere questo potpourri di cosiddetti hot topics, valida materia drammaturgica e cinematografica. Si ha anzi l’impressione che Milani e Astori sapessero da dove e come iniziare (e di fatto iniziano bene, con una prima mezz’ora estremamente classica ma parimenti efficace, tutta di comicità fisica e di montaggio), solo non disponessero di una visione compatta a tal punto da condurre quel loro disegno lungo un percorso giusto e chiaro, avulso da didascalismi, retorica e programmaticità, e così farlo arrivare sano e salvo fino ai titoli di coda, i quali sopraggiungono dopo trenta minuti del tutto sacrificabili e cinque(?) papabili finali.
Per fortuna, Albanese sa convincere e farsi voler bene, lavorando al solito in sottrazione, servendosi di un tratto dimesso ed inadeguato. Egli è di fatto la perfetta manifestazione attoriale di quel pesce fuor d’acqua di cui sopra. Allo stesso tempo, sostituita Paola Cortellesi (ormai lanciata verso tutt'altri orizzonti), Virginia Raffaele fa la sua comparsa tra le fila della premiata ditta Milani, la quale si muove nel solco della fu mattatrice, mantenendo tuttavia la propria cifra mimetica e assurda, non fosse che il personaggio di cui veste i panni - specie se confrontato con quello del maestro Cortese - è a malapena abbozzato e pericolosamente opaco.
Ciò detto, l’unico elemento realmente distintivo e interessante (anche se non certo originale) di Un mondo a parte si rivela essere la scelta di affiancare ad attori professionisti, effettivi abitanti dei luoghi in cui è girato (Gioia dei Marsi, Sperone, Pescasseroli e Opi). Persone comuni, piccoli e grandi custodi di spontaneità, responsabili di momenti di sincero divertimento. Purtroppo però, pure questo segno viene completamente sacrificato sull’altare di un’evidente impresa collaterale di pubblicità-progresso, col sostegno della stessa regione Abruzzo, senza dimenticare Ivan Graziani. Di uno spot promozionale (di quelle stesse zone e delle sue bellezze naturali) a sua volta inefficace: panorami, flora e fauna della Val di Sangro vengono infatti deturpati, resi sgraziati e antiestetici, complici una CGI posticcia e, più generalmente, una fattura tecnica e fotografica grossolana che a tratti pare addirittura incompleta.
Insomma, diremmo che predica bene e razzola male, il film di Riccardo Milani, ma in questo modo aggiungeremmo soltanto un’altra formula proverbiale al mucchio di una pellicola caotica e sconclusionata che proprio ad un detto (alla stregua di un incantesimo fiabesco) affida il compito di sanare i vuoti, le mancanze, le insufficienze di un mond(icin)o che rimarrà profeticamente a parte. Che non entrerà mai per davvero nel cuore - figurarsi nell’immaginario o nel vissuto! - degli spettatori.
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