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            4 Novembre 2026
            La recensione di Ice Cream Man, il nuovo film horror scritto e diretto da Eli Roth, commedia splatter dalle tinte slasher.
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            ICE CREAM MAN, il gusto artificiale della paura

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Ice Cream Man
            USCITA ITALIA: 29 ottobre 2026
            USCITA USA: 7 agosto 2026
            REGIA: Eli Roth
            SCENEGGIATURA: Eli Roth, Noah Belson
            CON: Ari Millen, Charlie Zeltzer, Shiloh O'Reilly, Kiori Mirza Waldman, Sarah Abbott:
            GENERE: horror, commedia
            DURATA: 86 min

            VOTO: 3.5

            RECENSIONE:

            La ribellione verso i padri (artistici), la degenerazione dell'infanzia e il richiamo alle paure di un'America anestetizzata e disumanizzata: Ice Cream Man sembra voler contenere tutto questo, salvo poi smarrirsi in un accumulo programmatico di violenza estrema, citazioni futili e provocazioni altrettanto vane. Fino a fare dell'intelligenza artificiale il sintomo più inquietante di un cinema ormai privo di un qualsiasi tipo di visione e identità.

            C’è una sequenza, in Ice Cream Man, che potrebbe apparire e suonare quasi come una dichiarazione d’intenti. La famiglia di Jared, uno dei bambini protagonisti - colui, che per una fortuita (o fortunata) intolleranza al lattosio, non sarà coinvolto nella sanguinolenta epidemia zuccherina che travolgerà invece tanti suoi coetanei  - è riunita a tavola per cena e, mentre si discorre proverbialmente su quanto programmato per il giorno seguente, dalla bocca dell’uno o dell’altro personaggio escono frasi del tipo: “Basta usare il cervello!”, “È disgustoso, anche se è una battuta”.

            Non ci vuole molto, a quel punto, perché la conversazione si sposti sul consueto terreno della ribellione giovanile – soprattutto da parte della figlia primogenita, adulta de facto – nei confronti dei genitori e, più in generale, degli adulti. Solo che, in questo caso, la contestazione e la disobbedienza vengono professate e praticate con spirito positivo, persino gioioso. Si è, in altre parole, ben lieti di infrangere le regole dei padri, pur riconoscendo e accettando il (relativo) rischio di non esserne affatto all’altezza.

            Che è un po’ il leit motiv che ha informato e accompagnato tutta la carriera di chi, questo film, l’ha scritto, prodotto, diretto e (in minima parte) interpretato. Difatti, fin dai tempi di Cabin Fever fino alla consacrazione con i primi due Hostel, la traiettoria del fu enfant terrible di Hollywood Eli Roth – fieramente ed esplicitamente forgiato dai vari Bava, D’Amato, Fulci, Argento, Deodato, Raimi – si è sviluppata proprio lungo questa linea di apparente insubordinazione. Quella di chi conosce profondamente le regole, i codici e le convenzioni del cinema di genere, ma non si accontenta di rispettarli: cerca piuttosto di farli propri, deformarli, esasperarli e, talora, persino tradirli, con la stessa sfrontatezza e irriverenza di un figlio che si avventura fuori dall’ombra genitoriale.

            È forse proprio qui che parrebbe risiedere una delle chiavi di lettura più interessanti di Ice Cream Man: nel suo essere e farsi quasi gesto autoriflessivo, nella consapevolezza che ribellarsi ad una tradizione non significhi necessariamente rinnegarla, così come misurarsi con i propri maestri non implichi doverne eguagliare la grandezza. Si può anzi riconoscerne il debito, celebrarne l'eredità e, al contempo, divertirsi a mandarne in frantumi le consuetudini. Anche a costo di non essere all'altezza del compito.

            La recensione di Ice Cream Man, il nuovo film horror scritto e diretto da Eli Roth, commedia splatter dalle tinte slasher.

            Ciò detto, la storia di questa esplosione pandemica di brutalità e violenza che investe una cittadina di provincia – una versione pastellosa, trasognata e stereotipata di quell’America anni Ottanta di matrice ambliniana, da E.T. l’extra-terrestre a Poltergeist e Gremlins – e i suoi abitanti o, per meglio dire, i suoi bambini, tramutati in bestie assetate di sangue e morte dopo aver assaggiato le dolcezze offerte loro da un sinistro, ghignante e silenzioso gelataio; si configura innanzitutto come una sorta di rilettura in chiave comedy horror (o, meglio ancora, splatter orgiastica) del Pifferaio magico di Hamelin, con la musichetta proveniente dal camioncino dei gelati a fungere da richiamo ipnotico, da forma di programmazione collettiva che scatena i piccoli contro gli adulti.

            Al contempo, nell’orizzonte di Roth si possono ravvisare tracce di un’autentica pietra miliare come Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibáñez Serrador, che individuava proprio nell'infanzia - e, per l’esattezza, nella sua improvvisa e inesplicabile degenerazione - una delle più perturbanti fonti di terrore. E ancora: Gli uccelli di Hitchcock, assunto quasi a paradigma della minaccia collettiva e incontrollabile; il cult The Children (nel quale una fuga da una centrale nucleare produceva una misteriosa nube che trasformava in creature omicide gli innocenti passeggeri di uno scuolabus); l'altrettanto imprescindibile La notte dei morti viventi di Romero, Il villaggio dei dannati di Carpenter, senza dimenticare per questo riferimenti più letterali quali Stuff - Il gelato che uccide di Larry Cohen e l'omonimo I gusti del terrore (Ice Cream Man, in originale) a firma Paul Norman. Ma tornando a noi, ciò che Roth sembra ricalcare più da vicino sono, da una parte, Weapons, con la sua intuizione visiva tanto semplice quanto geniale e immediatamente iconica, e, dall'altra, l'impianto e lo spirito dei Terrifier di Damien Leone - che è, per certi versi, un suo diretto epigono.

            Il tutto poi è naturalmente punteggiato dai consueti orpelli, dalle soluzioni di grana grossa e dai vezzi mutuati dal cinema di genere italiano – soprattutto dal giallo – e dall’exploitation degli anni Settanta, con l’intento, forse primo e (probabilmente) ultimo, di imbastire un’ulteriore variazione sul tema. E cioè su un’America che irrita, inquieta e turba ancor prima che si verifichi alcunché di sordido, efferato, finanche paranormale. Una versione subliminalmente, placidamente deviata e traviata di un paese e di una società educati all’indifferenza e all’alienazione, ormai anestetizzati di fronte ad ogni manifestazione del male.

            La recensione di Ice Cream Man, il nuovo film horror scritto e diretto da Eli Roth, commedia splatter dalle tinte slasher.

            In tal senso, la pellicola potrebbe quindi essere letta quale ennesimo tentativo di fare dell’horror un mezzo, un linguaggio, un universo estetico attraverso cui esorcizzare, con maggiore incisività ed efficacia, il plurale morbo della nostra contemporaneità. Ma può essere anche una fantasiosa ed estrema risposta d’indignazione alla tanto vituperata domanda: “E i bambini? Chi pensa ai bambini?”, lobotomizzati, soggiogati e plagiati come sono dai piccoli microcosmi solitari che popolano gli schermi dei loro dispositivi digitali. Cosa che farebbe (e fa) di Ice Cream Man un film “da vecchio” o, magari, da padre (del resto, appena un anno fa Roth è diventato genitore).

            Diversamente, è una futile sovralettura, l’inutile sforzo di attribuire una direzione e un senno ad un’opera che rischia (ma, ad onor del vero, non teme neppure) di essere scambiata per ciò che è. Un pretesto – per giunta fin troppo contestualizzato e giustificato sul piano narrativo – per imbastire una carneficina che esaurisce sin da subito il proprio effetto sorpresa, per non parlare della creatività o del gusto. 86 minuti di ridondante e programmatico accumulo di crudeltà, omicidi, torture e morti, ai quali il film vorrebbe persino aggiungere un twist che converta l’eresia di quanto fatto immagine in una denuncia anticlericale dei crimini e della corruzione di Chiesa e istituzioni (con tanto di derive vendicative). Ma arriva troppo tardi, quando il giochino si è rotto e la cattiveria, presunta e ostentata, si è già mostrata in tutta la propria inconsistenza.

            Ulteriormente penalizzato da un impianto produttivo sul filo dell’amatorialità, che non riesce in alcun modo a celare una povertà economica e di mezzi (non trovando in Roth, peraltro, un autore capace di trascenderne i limiti attraverso l’invenzione o l’estro registico), il cineasta finisce per esporre impietosamente tutte le fragilità del proprio approccio e della propria stessa idea, lasciando che l’accumulo prenda il posto della costruzione, l’esibizione della provocazione e il compiacimento di un barlume di visione. 

            La recensione di Ice Cream Man, il nuovo film horror scritto e diretto da Eli Roth, commedia splatter dalle tinte slasher.

            Il finale (di per sé annunciato) è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere anche fin troppo bene: da che doveva essere oltraggioso, disturbante, persino corrosivo, Ice Cream Man si rivela tutt’altro, esaurendosi nelle pigrizie, nelle miserie e nelle ottusità di un cinema che, nel tentativo di emulare il carattere rozzo, pruriginoso, licenzioso, sfrontato, sguaiato dei film di serie B o Z, di mero sfruttamento commerciale, finisce per non essere altro che un prodotto mediocre e dozzinale, esclusivamente votato a capitalizzare i recenti successi dei succitati Weapons e Terrifier.

            Un film - ben rappresentato dal puerile e irritante brano originale inciso da Snoop Dog - che (ahinoi) certifica la dolorosa trascurabilità, l’irrilevanza e l’anonimato di una voce come quella di Roth nel panorama odierno, con i precedenti Il mistero della casa del tempo, Borderlands e il pur buono Thanksgiving a fungere da monito. D’altra parte, a differenza dell’amico Quentin Tarantino, non è mai riuscito a emanciparsi dalla natura derivativa e parassitaria, da quel principio di taglia-e-cuci postmoderno a cui ha sempre improntato il proprio lavoro, tanto meno a condurlo verso una qualche forma di maturazione. Sembra piuttosto essere rimasto un bambino che non si stanca mai di giocare allo stesso gioco, secondo le medesime regole, preferendo ripetere all'infinito le stesse formule, gli stessi trucchi e le stesse ossessioni. O, per restare nella metafora, quello che continua a mangiare sempre le stesse cose, a costo di procurarsi un'indigestione.

            In questo caso, però, l’abbuffata assume una piega tanto più nauseabonda poiché si rivolge a qualcosa di idealmente e paradossalmente opposto, se non addirittura antitetico, alla profusione di effetti prostetici e speciali che Roth ha sempre prediletto. Il vero motivo d’orrore di Ice Cream Man si annida invero nell’impiego palese e disorientante, quasi cacofonico, di immagini, inserti e fondali generati attraverso strumenti di intelligenza artificiale (una scelta che ha sollevato non poche polemiche in patria). Insomma, quel che si direbbe il nuovo volto del terrore: quello di un cinema destinato a diventare (e in parte già diventato) via via più asfittico, inerte, volatile, ora che sta cominciando ad assaporare il gusto prelibato, insidioso, mefitico di ciò che, un giorno, potrebbe trasformarlo nella sua versione peggiore e più disumana.

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