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            22 Novembre 2023
            Thanksgiving Recensione Cinemando
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            THANKSGIVING E IL FARE FILM SECONDO ELI ROTH

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Thanksgiving
            USCITA ITALIA: 16 novembre 2023
            USCITA USA: 17 novembre 2023
            REGIA: Eli Roth
            SCENEGGIATURA: Jeff Rendell
            CON: Patrick Dempsey, Addison Rae, Milo Manheim, Jalen Thomas Brooks, Rick Hoffman, Gina Gershon
            GENERE: horror, thriller, commedia
            DURATA: 107 min

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Dopo una serie di passi meno o poco celebrati e progetti molto lontani dalle sue corde, Eli Roth torna sul grande schermo con Thanksgiving, un film tratto dall'omonimo fake trailer che il regista ha firmato a complemento dell'operazione Grindhouse del duo Rodriguez e Tarantino. Uno slasher vecchia maniera, diretto, crudo, senza troppi giri di parole o giustificazioni altre rispetto al mero esercizio del genere, ma al contempo dotato di una freschezza imprevista e gaudente.

            “Cazzeggiamo e lo smascheriamo (l’assassino)” si dice ad un certo punto in Thanksgiving, il ritorno sul grande schermo di Eli Roth, fu enfant prodige dell’horror statunitense, regista di culto (talora sovrastimato) e amico di lung(hissim)a data di Robert Rodriguez e Quentin Tarantino, che ne ha prodotto forse il film più riconoscibile. È una battuta apparentemente di poco conto e abbastanza fine a sé stessa, detta in uno dei tanti momenti di leggerezza, di transizione tra un ammazzamento e l’altro, eppure si tratta forse del miglior modo per descrivere in cosa consista fondamentalmente e quale sia il suo passo specifico del film. Il quale prende le mosse dall'omonimo fake trailer firmato dallo stesso Roth a cornice di Grindhouse, il progetto di rivisitazione prensile e rivitalizzazione nostalgica; l’operazione di homage dei già citati Tarantino e Rodriguez al cinema dei "doppi spettacoli" e delle pellicole low-budget tipicamente anni '70.

            Quel breve trailer (a cui si affiancavano quelli di Edgar Wright, Rob Zombie, Jason Eisener e dello stesso Rodriguez) traeva anch’esso ispirazione da quella medesima tipologia di prodotti, anticipandone uno ambientato nella classica provincia d’America durante la Festa del Ringraziamento. Il modello di riferimento del filmato erano, più precisamente, quegli slasher di serie Z, ideati come mero contenitore exploitation per permettere allo spettatore di godere, voyeuristicamente, spesso pornograficamente, della visione (proibita) della morte, specie di quella procurata.

            Ebbene, di quel cortometraggio, Thanksgiving, il lungometraggio, recupera alcune cose. L’efferatezza, il gore, lo splatter, l’ossessione esibita per il dettaglio grafico, alcune intuizioni e trovate creative relative all’effettiva messa in scena degli omicidi, ma anche e soprattutto la sincera sfrontatezza con cui Roth rivela allo spettatore quale sia il suo reale interesse. Che non è (solo) la denuncia, la critica, la rappresentazione iperbolica e degenerata dell’isterica società del consumo di massa e del sempre più diffuso narcisismo da social media, e dei loro orrori reali, concreti, quotidiani, virali e, al tempo stesso (guarda caso), eccezionalmente cinematografici (ne è un chiaro esempio lo splendido segmento d’apertura, probabilmente il migliore, in cui una folla inferocita rimanda alla figura zombesca, subendo una trasfigurazione romeriana). E che non è nemmeno il giallo sulla vera identità di chi si cela dietro la maschera del killer (che prende le fattezze del colono puritano John Carver). Ma è piuttosto - tanto banalmente quanto piacevolmente - il proverbiale e disinibito cazzeggio. O, in altre parole, l’inventarsi una struttura - la più comoda e più facile - in grado di legittimare, di dare un briciolo di senso ad una folta collezione di uccisioni, e così permettere a Roth di dilettarsi, con gusto e creatività, con gli strumenti del mestiere, quelli che egli conosce e sa maneggiare meglio.

            Thanksgiving Recensione Cinemando

            Thanksgiving è allora, come sempre accade nel cinema di quest’ultimo, un’altra esaltazione liberatoria, ebbra, smodatamente autoreferenziale, ludica del "semplice" atto filmico. Del filmare e quindi del giocare e del coinvolgere tutti coloro dietro e davanti la macchina da presa in uno sforzo collettivo che non cela, anzi sfoggia (basta rimanere fino alla fine dei titoli di coda per vederlo) una sana dose di puerilità, un approccio ingenuo, non per questo tenendo chiusa la porta della consapovolezza, della conoscenza, della cultura del linguaggio, della sua storia e delle sue possibilità.

            Per Eli Roth, fare film equivale perciò ad un gesto di (ri)creazione, sia nel senso, appena descritto, di gioco collettivo, di squadra, sia in quello (di craveniana memoria) di rifondazione, rimessa in discussione od ennesima rianimazione di una mitologia, l’horror, che appare ormai dissanguata fino all’ultima goccia; che pare aver detto e dato tutto, e che forse lo ha pure fatto, come accadeva e veniva dichiarato dal fake trailer originale e, più generalmente, dal progetto combo di Tarantino e Rodriguez, e come dimostra lo stesso Thanksgiving. Neanche qui infatti, in un’altra storia dall’afflato nostalgico su un maniac(o) muto, di pura presenza e dai dettagli bizzarri, che terrorizza e trucida una cittadina del Massachusetts; si può rintracciare un che di davvero inedito, figurarsi rivoluzionario.

            Ciò nondimeno, sono proprio l’energia, lo spirito, il modo o, meglio, il mestiere con cui Roth affronta qualcosa che - si percepisce - conosce come le sue tasche e che traspare in ogni singola scelta di messa in scena, uniti alla destrezza di cui dà prova nel sintetizzare, una volta ancora, la grande tradizione del genere e le sue derive, usanze e necessità attuali (nello specifico, di un iconismo fast-food, già pronto per essere serializzato e replicato, com’è la maschera dell’assassino); gli ingredienti capaci di distinguere questo suo ultimo tentativo, di renderlo quantomeno fresco, di concedergli addirittura uno scampolo di personalità. Una cosa di cui bisogna essere grati, oggi come non mai.


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